Da Trump alle destre europee passando per Renzi, il contagio si ferma solo dal basso

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È accaduto di nuovo. I sondaggi davano Hillary Clinton vincente nella sfida presidenziale contro Donald Trump. Eppure, come nel caso della Brexit, è stato un risveglio traumatico ad accogliere i molti speranzosi nella vittoria della candidata, da molti definita “meno peggio” rispetto al magnate immobiliare, nuovo inquilino della Casa Bianca.
È questa la prima chiave di lettura delle elezioni presidenziali statunitensi appena trascorse. Hillary Clinton è parsa fin da subito in continuità con l’establishment. Non convinceva la tendenza alla “dinastizzazione” delle campagne elettorali americane che la sua candidatura rappresentava. Ma non convincevano nemmeno i legami troppo stretti tra politica e gruppi di pressione – che pur sono l’essenza della politica statunitense – di cui, nonostante il tentativo di impostare la campagna su toni diversi, Hillary Clinton era espressione.

trump

Donald Trump

La seconda chiave di lettura, che può contribuire a spiegare il fallimento dei sondaggi, così come accaduto nel caso del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, può essere ricercata nella tendenza degli individui a tacere l’intenzione di voto nei confronti del candidato ritenuto e dai più rappresentato come impresentabile.

Adesso in molti si rammaricano che il candidato Bernie Sanders non abbia avuto maggiore appoggio dal proprio partito nella fase delle elezioni primarie del Partito Democratico poi vinte da Hillary Clinton. Sanders sarebbe stato maggiormente in grado di parlare ad un elettorato spaventato per le recrudescenze della crisi economica, impaurito dalle prospettive di disoccupazione e in genere dalla perdita di status sociale, incerto sulle tendenze identitarie culturali del proprio pur multietnico paese.

Ma, come si suol dire, il danno è fatto, e occorre adesso guardarsi intorno. Da più parti viene paventato il rischio contagio. Questo esiste. Ma, per continuare nella metafora medica, il contagio avviene quando il corpo è debole e il livello degli anticorpi basso.

La manifestazione di Matteo Salvini a Firenze, ad esempio, pur programmata ben prima della vittoria di Trump, mostra la capacità di partiti e movimenti populisti di gridare ancora più alto il proprio sdegno contro la lontananza dei partiti tradizionali dal popolo. Quale migliore città per esprimere questi sentimenti se non quella che è stato il trampolino di lancio logistico dell’attuale premier?

Se le bandiere verdi sventolavano in Piazza Santa Croce, sono di altro colore, anche se non meno espressione di una piattaforma politica e retorica di populismo, quelle che vengono agitate in non pochi paesi europei per celebrare la vittoria di Trump.

Geert Wilders

L’olandese Geert Wilders

Sono rosso-blu quelle del Front National di Marine Le Pen che andrà alle elezioni del 2017, forte del risultato delle regionali che hanno visto il partito –pur se non coalizzabile – in crescita elettorale. Sono anch’esse rosse e blu quelle dell’Alternativa per la Germania, il primo partito populista ed anti-islamico ad affermarsi in un paese che sembrava fino a due anni fa immune dal contagio populista e che contenderà lo stesso anno la rappresentanza di un elettorato disilluso e frustrato ai partiti socialdemocratico e cristianosociale. E rosso-blu sono anche quelle del Partito per la libertà di Geert Wilders in Olanda che potrebbe approfittare del rinnovato clima populista per riaffermare il proprio messaggio anti-islamico e antipolitico, e quello della Fpö, il partito populista austriaco che il 4 dicembre ha molte probabilità di fare eleggere il suo candidato – Norbert Hofer – alla carica di nuovo presidente austriaco.

Altre bandiere, dall’Ungheria alla Polonia (solo per citare i due più importanti casi dell’Europa dell’est) , sventolano già, a indicare la presenza di partiti populisti e anti-immigrazione (nonostante il rifiuto di accettazione delle quote di richiedenti asilo loro assegnate) al governo di quei paesi.

La svolta antieuropeista di Matteo Renzi, via la bandiera blu dell'Unione

La svolta populista e nazionalista di Matteo Renzi, via la bandiera blu dell’Unione

Alcune bandiere sono state invece ammainate, come quella dell’Unione europea da parte del Presidente del Consiglio Renzi, che ha ritenuto opportuno, su consiglio dello stratega di comunicazione politica statunitense, Joe Messina, mostrare il solo tricolore italiano come sfondo della campagna elettorale per il sì, in controtendenza con i richiami all’Europa che pure regolarmente esercita in relazione a politiche di fondamentale importanza come quella delle migrazioni.

Tra contagi già avvenuti e contagi paventati, sembra che l’Europa non solo non possa sfuggire al fenomeno populista, ma che la vittoria di Trump possa dare il via libera a quelle voci che ancora esitavano ad uscire dal coro, pur essendo già parte di una compagnia cantante lamentevole nel migliore dei casi e aggressiva nel peggiore.

Ma, come detto, il contagio avviene in corpi non sani. Se le diagnosi di sofferenza sono ormai lungamente e tristemente note, sta agli anticorpi entrare in azione. Sembra evidente ormai che i tempi di reazione dei partiti tradizionali – conservatori come progressisti – sono eccessivamente lenti. È dal rinnovato incontro tra i cittadini, in parte proprio proposto e attivato dagli stessi partiti populisti, seppure in dinamiche spesso escludenti – che occorre partire. La parola solidarietà è caduta in disuso nella politica tradizionale, o è stata ridotta a pratica meramente retorica. La creazione di legami tra individui sulla base di una discussione includente e solidale – a partire dal livello locale, reale come virtuale – è la vera sfida che il “trionfo di Trump” presenta a chiare note. E l’accettazione di questa ricetta è una sfida di certo non da meno.

Giorgia Bulli

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Giorgia Bulli

Giorgia Bulli

Giorgia Bulli, ricercatrice in Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Firenze, Scuola di Scienze Politiche. Si occupa da anni di estrema destra in Italia e in Europa. Insegna “Comunicazione Politica ed elettorale” e “Analisi del linguaggio politico”. Collabora con la Humboldt Universität di Berlino, dove insegna e svolge ricerca su questi temi.

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