467.000 morti in Europa per smog e inceneritori. Ma gli Ordini dei Medici toscani non si trovano d’accordo

2 Risposte

  1. Avatar Paolo Degli Antoni ha detto:

    La lettura del rapporto europeo mi ha proiettato nel mio passato ruolo d’insegnante di geografia di trent’anni fa, quando tenevo lezioni sulle piogge acide solforiche, causate dalle emissioni di SO2 delle centrali termoelettriche e dell’industria centroeuropee e che affliggevano anche il Nordeuropa acidificando laghi e foreste. La circolazione prevalente dell’aria nel continente era il fattore decisivo, risultando risparmiate le frange atlantiche e artiche, grazie all’aria oceanica pressoché priva di inquinanti e lavata di frequente dalla pioggia. Si faceva già allora notare come la seconda causa di sofferenza della vegetazione (e delle vie respiratorie) fosse l’ozono generato dalla reazione tra gli ossidi d’azoto (generati soprattutto dal traffico motorizzato) e l’ossigeno, in presenza di un’irraggiamento solare intenso, dunque nel Mediterraneo in primavera-estate; la Scozia e la Scandinavia, illuminate da un sole più basso sull’orizzonte, sebbene per molte più ore, ne risultavano praticamente esenti, e così ancora oggi.
    Dovessi proporre una simile lezione oggi, alla luce del rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016”, confermerei i dati geografici, evidenziando ancora una volta come il vento atlantico e le frequenti piogge riescano a diluire e allontanare l’aria inquinatissima in Portogallo, Galizia e Asturie, mentre aria carica di polveri sottili e d’altri inquinanti aleggia sulle meno piovose e meno ventilate pianure dell’Europa centro-orientale e nelle conche interne dei Paesi mediterranei (es. Capannori e Montale in Toscana).
    Oggi l’acidià solforica pare superata, non quella nitrica, e le polveri sottili PM10 e PM2.5 abbondano lontano dall’Atlantico e dall’Artico, ma non sono dovute solo alle combustioni, ma anche all’attritto di pneumatici sull’asfalto e alla componente minerale-microbica che il vento alza da terra nelle seccaginose e spoglie campagne mediterranee in estate e nel deserto, così vicino da farcene periodicamente arrivare tramite lo scirocco abbondanti dosi.
    Il rapporto evidenzia come la combustione di biomasse sia una delle principali fonti d’inquinamento, specialmente nell’Europa centro-orientale (es. Austria), dove queste sono ancora oggi la principale fonte di riscaldamento, per molti mesi l’anno, nelle aree rurali; la componente riscaldamento pare prevalente.
    Viene anche riportata, come da me auspicato in precedenti discussioni su questa rivista, la graduatoria qualitativa dei combustibili (pagg. 23-25): come immaginavo, i peggiori sono i residui agricoli eterogenei (es. vivaismo pistoiese), la legna mal stagionata e caricata nelle stufe/caminetti/forni antiquati in pezzataure e allestimenti che non assicurano la perfetta ossigenazione, mentre i combustibili legnosi ben asciutti, omogenei e di piccola pezzatura, bruciati in caldaie tecnologicamente avanzate, inquinano meno.
    I Comuni di Dobbiaco e di San Candido (BZ) condividono, a metà strada, una centrale energetica che alimenta il teleriscaldamento, dove si bruciano fondamentalmente sottoprodotti delle segherie locali, perfetti per la combustione; l’impianto, visitabile, è tecnologicamente avanzatissimo e consente di abbattere gli inquinanti nei fumi; tuttavia, prudenzialmente, la centrale è localizzata in mezzo alla foresta.
    Temo che il simile impianto di Calenzano non possa vantare le stesse virtù, se non altro perché non si trova in mezzo alla foresta ed è alimentato con legna di boschi siti fino a 50Km di distanza, portata con veicoli diesel (che bruciano combustibili fossili); ho un forte sospetto, che mi piacerebbe il Sindaco mi togliesse (ma non lo ha fatto, neanche in un’interazione radiofonica su questo tema), che nei momenti di picco la centrale sia alimentata con legna reperita sul mercato generalista, che in Italia vuol dire essenzialmente i Balcani (che viaggio!).
    Concludo con una notazione storica che mi piaceva sottoporre agli studenti: l’inquinamento dell’aria e la sua dispersione erano così noti nell’Inghilterra medievale e rinascimentale, dove, in carenza di foreste, la torba era la biomassa più usata, che le classi dominanti, aristocrazia e clero, risiedevano a ovest delle città, a Westminster invece che nella City of London. Questa scelta metteva al sicuro anche da disastrosi incendi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha *