Lotto Marzo tutti giorni

L’8 Marzo che ci aspetta sarà finalmente una giornata di rivendicazione, di protagonismo e di lotta in tutto il mondo. A Firenze, come in molte città di oltre 40 paesi, ci saranno appuntamenti sin dal mattino e cortei serali, in una giornata che raccoglie l’appello lanciato dalle compagne argentine: “Ni una menos, nos organizamos, hacemos huelga internacional!”. Dall’Argentina alla Turchia, dal Venezuela alla Spagna, l’appello a scendere in strada, riappropriarsi di una data storica, simbolo della lotta delle donne, delle lavoratrici e del movimento operaio tutto, si è trasformato in mobilitazione, la mobilitazione in lotta, la lotta in indizione dal basso dello sciopero, proprio in una giornata sulla quale da anni imperano vuota e retorica celebrazione, così come la mercificazione sfrenata (e sessista..), esempio dell’ennesimo volto della normalizzazione e pacificazione volute da un sistema che, da una parte tenta di annientare la memoria e i suoi esempi di lotta e di riscatto, dall’altra se ne appropria per ribaltarne il significato, e perché no, incassare profitti e sedimentare stereotipi.

In questo sistema infatti la vita di una donna, è una vita “a basso costo”, ricattabile al lavoro, ricattabile tra le mura domestiche, relegata alla subalternità, la stessa subalternità che ricalca le gerarchie di potere di una classe sull’altra, di un sesso sull’altro. Ed ecco che dunque la donna, viene vista come destinata naturalmente, ad occuparsi della casa, della prole, della cura degli anziani. Sotto le vesti di una predisposizione naturale, si mascherano così ore di lavoro gratuito e si scaricano sulle donne i costi sociali di servizi e welfare sempre più ridotti, tagliati e privatizzati, dagli asili nido alla sanità. E sempre più spesso, per perpetuare questa catene di potere e subordinazione, se non sono “le nostre donne” ad essere rinchiuse dentro le mura di casa, lo sono migliaia di donne migranti, siano esse badanti o baby sitter, a pagare il prezzo più alto in termini di sfruttamento e ricattabilità.

La disparità salariale resta altissima (quasi il 30%), mentre i dati sulla disoccupazione femminile sono agghiaccianti (al centrosud 2 donne su 10 risultano occupate), senza contare che rispetto ai loro colleghi maschi le donne vengono maggiormente assunte con contratti “atipici”, che prevedono licenziamenti più facili, salario e tutele minori, tempi di lavoro dilatati, permettendo ai padroni di sottoporre a continui ricatti le lavoratrici e i lavoratori. Allo stesso tempo però i dati sulla violenza di genere sono in continua crescita negli ultima anni: una donna su tre, italiana o straniera ha subito molestie nel nostro Paese; quasi il 10 % è stata stuprata; ogni tre giorni -cifra in crescita negli ultimi anni- una donna viene uccisa, quasi sempre per mano di padri, mariti o ex fidanzati, tutto questo mentre lo Stato non solo taglia drasticamente i fondi ai centri antiviolenza, ma cerca sempre di più di lederne l’autonomia.

Appare chiaro come lo stereotipo femminile della donna-madre che si occupa dei lavori di cura, continui ad essere funzionale al capitale e alla sua ristrutturazione in tempi di crisi. Per questo, parlare dei rapporti di genere è parlare di rapporti di classe, oggi ancor più di ieri, data anche la debolezza storica di una sinistra incapace di rispondere efficacemente agli attacchi continui alla condizione di vita dei settori più deboli della società e ai lavoratori e alle lavoratrici.

Per questo crediamo che solo tenendo insieme questo binomio inscindibile fra patriarcato e capitale, che reciprocamente si sostengono e si foraggiano, si possa davvero rimettere al centro del nostro agire politico la volontà reale di liberazione da un sistema violento, machista, sessista, razzista, che discrimina allo stesso modo lesbiche, gay, trans.

La spinta che ha riempito di decine di migliaia di persone le vie di Roma il 26 Novembre scorso e la successiva assemblea, hanno saputo e voluto rompere il silenzio, contrastando la generale sensazione di passività e impotenza. Partendo dalle condizioni materiali e dal vissuto quotidiano delle donne, fatto di violenza e ricatti, in casa come sul lavoro, NonUnadiMeno ha saputo distinguersi dalle recenti esperienze come SeNonOraQuando o simili, mettendo immediatamente in relazione la violenza, la discriminazione di genere, le disuguaglianze e lo sfruttamento con la natura stessa del sistema capitalista che su di essi si fonda e si sostiene.

Con gli stimoli e l’esempio delle esperienze di lotta dei movimenti latinoamericani, riuscendo a parlare a tutte e tutti, partendo davvero dal basso, dalle assemblee territoriali, dai centri antiviolenza, dai posti di lavoro, dalle scuole -e non da appelli sui grandi giornali o dai salotti “buoni” delle tv mainstream – si sta costruendo un movimento realmente autorganizzato, con l’obiettivo chiaro di tornare a tessere legami, uscire dall’isolamento, fare della lotta, della solidarietà, del mutuo appoggio le prime necessarie risposte alla violenza di genere, al sessismo e all’omofobia che sempre di più ci pervadono e ci opprimono.

L’esempio che ci viene dal movimento rivoluzionario curdo, dove le donne, in prima persona, si sono dotate degli strumenti necessari per scardinare oscurantismo, violenza e subordinazione, con la loro lotta stanno costruendo nel cuore del MedioOriente le basi per una società in cui autodifesa, solidarietà e riappropriazione delle proprie vite sono le fondamenta di nuovi rapporti sociali, fra i popoli e fra i generi. Le case delle donne, i centri popolari antiviolenza, il ruolo davvero paritario da esse raggiunto nelle milizie popolari
di autodifesa, nelle cooperative e in tutte le assemblee decisionali, ci dicono che il naturale posto della donna è nella lotta per abbattere il sistema capitalista-patriarcale che è all’origine della sua oppressione.

Contro fascisti e cattolici, che continuano le loro crociate antigender e contro il diritto all’aborto, contro la discriminazione di chi non si riconosce nei canoni di sessualità e famiglia imposti dal capitale, contro la strumentalizzazione securitaria sui corpi delle donne, sempre più spesso degradate a oggetto, debole e da proteggere, per fomentare razzismo e spianare la strada a dispositivi repressivi, contro chi soffia sul fuoco del machismo e della violenza per poi liquidare come semplici “raptus” o “delitti passionali” gli omicidi compiuti in nome di questa visione, dobbiamo urlare che patriarcato e violenza di genere sono senza frontiere, così come deve esserlo la nostra lotta, a fianco di ogni sfruttata o sfruttato. Le nostre armi tornino ad essere la solidarietà, la lotta, l’autodifesa. La nostra determinazione torni ad essere capace di scardinare i rapporti di forza nei posti di lavoro, nelle scuole, a casa e in famiglia.

Trasformiamo la paura individuale in rabbia collettiva, trasformiamo la rabbia di tutte in lotta che sappia essere liberatrice, per tutt*!
Perché non c’è liberazione della donna senza liberazione di classe, perché non c’è liberazione di classe senza liberazione della donna!

*CPA Firenze Sud; Collettivo Politico * Scienze Politiche; Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos; Rete dei Collettivi Fiorentini


Also published on Medium.

The following two tabs change content below.
Redazione

Redazione

Il gruppo di redazione della rivista edita da perUnaltracittà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha *