How to survive a plague

Il Pride Month si è appena concluso. In tutto il mondo il mese di giugno è il mese delle manifestazioni dell’orgoglio LGBT in ricordo di quella notte del 27 giugno 1969 in cui scoppiarono i moti di Stonewall. Lo Stonewall Inn era ed è il più famoso locale gay nel cuore del Greenwich Village a New York. Dopo 10 anni da questi fatti il Village divenne l’epicentro di una delle più terribili epidemie che il mondo abbia mai conosciuto, era il 1979 e l’Aids fece la sua comparsa nel mondo occidentale. La comunità gay del Greenwich Village fu una delle più pesantemente colpite, un mondo che finalmente si stava liberando dalle catene delle violenze della polizia e dalle continue repressioni cominciò a crollare sotto i colpi della malattia, persone nel fiore degli anni che si ammalavano e morivano nell’indifferenza della politica e di chi, non essendo gay, pensava che quella malattia non l’avrebbe mai colpito. In mezzo a questa catastrofe un gruppo organizzato formato da attivisti, artisti, medici eterodossi e scienziati in pensione decise che nessuno sarebbe più morto nel silenzio e che se il governo e la politica e la Food and Drug Administration (FDA) non si decidevano ad agire contro questo flagello che stava decimando la loro comunità l’avrebbero fatto da soli. Nacque così ACT UP, un movimento che cambiò la storia della malattia e che fu capace di tener testa alle multinazionali del farmaco, ai membri del congresso finanche ai presidenti degli Stati Uniti e riuscì a far entrare la ricerca sull’Aids nell’agenda politica.

How to survive a plague è il documentario che racconta questa battaglia epica; realizzato dal regista David France interamente con materiali d’archivio provenienti dalle collezioni degli stessi attivisti, copre i dieci anni dalla fondazione del movimento alla scoperta del cocktail di farmaci che permette tutt’ora la sopravvivenza ai malati di Aids avvenuta tra il 96 e il 97. Un contatore inesorabile alla fine di ogni anno solare appare sullo schermo per mostrare le vite perse in un decennio di indecisione e di incapacità di agire della politica. Nel 2012, anno di realizzazione del film, i morti per Aids erano 35 milioni in tutto il mondo, ed è Peter Statey, uno degli attivisti più celebri di ACT UP, a stigmatizzare questa colpevolezza del mondo politico quando ricorda che se il presidente Reagan avesse cominciato a inserire la lotta all’Aids nella propria agenda politica milioni di vite sarebbero state salvate.

How to survive a plague sa far piangere e commuovere per ognuno degli attivisti che vediamo lottare e poi cadere nel corso del documentario, ma sa anche esaltare lo spettatore con ogni battaglia e ogni manifestazione. L’assalto alla sede di Rockville in Maryland della FDA, la protesta contro la chiesa cattolica e il Cardinale O’Connor durante una messa nella cattedrale di St.Patrick, il blitz geniale armati di un profilattico gigante contro la casa del senatore repubblicano Jessie Helms, che si era sempre battuto contro qualsiasi spesa federale per lotta all’HIV.

Ma il cuore del film, il suo messaggio più importante ruota attorno alla maniera in cui un gruppo di artisti e persone lontane dalla medicina lottò per abbassare il prezzo dei medicinali sui quali l’industria farmaceutica speculava e cominciò a studiare ricerche mediche e a pretendere risposte da immunologi e ricercatori e ad elaborare un proprio protocollo contro la malattia. Furono tanto in gamba da far sì che il loro report A National AIDS Treatment Agenda, presentato alla quinta conferenza mondiale sull’AIDS a Montreal, fosse adottato dai ricercatori presenti per il loro futuro lavoro. Non mancano, però, i momenti in cui tutto sembra perduto: gli anni in cui farmaci che si credevano utili si dimostrano inefficaci, il momento in cui il movimento si spacca letteralmente in due a causa delle faide e dei litigi tra chi privilegia la lotta politica e chi invece decide di lavorare insieme alle ditte farmaceutiche per trovare una cura.

David France ha un occhio speciale per i particolari, dopo la fine del film sono quelli che restano impressi nella mente: i guanti in lattice dei poliziotti mentre fronteggiano i manifestanti, i sacchi di plastica nera per portare via dagli ospedali le persone morte, le ceneri dei defunti sparse sul prato della Casabianca. E le parole, sono quelle che scandiscono il ritmo del documentario. Un momento su tutti quello in cui Larry Kramer, attivista, scrittore e sceneggiatore, ripete la parola plague per far tacere i litigi durante un’assemblea. We are in the middle of a plague, ripete con l’aria stralunata di un predicatore e non a caso utilizza una parola che evoca la Bibbia e che France utilizzerà per il titolo del suo lavoro.

Alla fine del film la battaglia è vinta e alcuni degli eroi sono sopravvissuti, ma 20 anni dopo nei loro occhi non c’è orgoglio né forza, ma smarrimento perché nessuno di loro credeva di sopravvivere, perché nessuno di loro era preparato ad avere davanti a sé tutta la vita. Sono sopravvissuti agli amici, ai compagni, hanno vissuto anni in cui il loro scopo era la lotta e quello che oggi fanno è raccontare, come accade a molti sopravvissuti. Larry Kramer ha visto l’adattamento televisivo del suo ormai classico teatrale The normal heart vincere un Emmy Award come miglior film tv nel 2014, Peter Statey continua la sua lotta per informare e sensibilizzare sull’HIV, altri hanno fondato associazioni o sono tornati ai loro lavori, altri ancora si sono persi incapaci di tornare ad una vita normale.

Quello che alla fine resta di How to survive a plague è come un gruppo di attivisti determinato e assolutamente deciso a non arretrare di un millimetro sia riuscito ad incidere sulla politica, sull’industria farmaceutica, e ad ottenere, infine, con una lotta durata più di dieci anni cure efficaci e un incredibile peso politico.

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Francesca Conti

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