In nome del decoro – Più che una recensione, una glossa

L’articolo 4 del decreto Minniti sulla “sicurezza urbana” n. 14/2017 definisce «sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati», «la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico. La vivibilità, il decoro urbano e il contrasto alle illegalità sono elementi che riguardano il bene pubblico». E, con il DASPO urbano, arriva anche la possibilità di imporre il divieto di frequentazione di determinati pubblici esercizi e aree urbane ad alcuni soggetti, che si vedono quindi applicare una misura di restrizione della libertà non a partire dalla costatazione di un reato commesso, ma dalla semplice potenzialità a commetterlo.

In nome della sicurezza, questo e altro. Proprio nella fase nella quale i reati sono in diminuzione, la percezione di una mancanza di sicurezza è al proprio auge, pompata da pressoché la totalità delle forze politiche dell’arco parlamentare. Decoro e degrado sono dunque al centro di questa operazione, di questo dispositivo di controllo e repressione che agisce anche al di là dello spazio che il decreto copre.

Voce “decoro” dal Sabatini Coletti: «Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta». Un concetto che rimanda a un ampio paradigma di valori storicamente e socialmente determinati. Perché ci sia decoro occorre che tutto sia dunque corretto, conforme. In realtà il termine – così come il suo apparente contrario: degrado -rimandano a un ambito di tipo estetico e quindi ad una certa difficoltà a tracciarne i limiti di applicazione. Un grafito urbano è, per alcuni una forma di arricchimento artistico, per altri, non si tratterebbe altro che di sudicio da dover ripulire. A Roma e Milano la onlus Retake, organizza squadre per pulire gli spazi pubblici, o, meglio, per ripulirli. A Firenze tocca invece ad una associazione di volontariato denominata “gli angeli del bello” che quindi impone un criterio estetico attraverso il quale, in ultima istanza, decide che una toppa di grigio è esteticamente più apprezzabile di qualsiasi murales. Quel movimento in espansione intorno al decoro urbano tende a non riconoscere i simboli, ma solo sporcizia, rendendo così difficile poterlo confutare facendo emergere un significato «dalla loro cancellazione in linea con una prospettiva di normalizzazione della città» (pag. 48). Una città decorosa è quella dove non si vedono marginalità e miseria, senza lavavetri, mendicanti, rom o venditori abusivi.

Proprio intorno all’aspetto estetico inteso come dispositivo al servizio di politiche securitarie, parla il libro di Carmen Pisanello. Lo fa affrontando prima il potere mediatico contemporaneo dove a media “uno a molti” come la stampa, la radio e la televisione, si aggiunge una forma di potenziamento del discorso normativo a carico dei nuovi media, apparentemente più democratici, che permettono non solo di accedere alle informazioni, ma anche di immetterne di nuove in rete. Rete ormai dominata da “pregiudizi algoritmici” che hanno la capacità di oscurare alcune notizie per farne emergere altre.

Decoro e degrado ruotano intorno all’individuo attraverso un processo di soggettivazione orientandolo verso quella che si potrebbe chiamare una procedura di normalizzazione, che si legittima «non nella comunanza (intesa come essere insieme)» di chi sostiene le regole, «ma nel rifiuto di chi non le rispetta» (p. 47).

Ma è nel secondo e terzo capitolo che emerge il carattere performativo di alcune parole, a sottolineare il loro potere condizionante. Ecco la citazione di un lemma contenuto in quel dizionario critico che Bataille pubblica tra il 1929 e l’anno seguente su “Documents”:

INFORME. – Un dizionario comincerebbe dal momento in cui non desse più il senso ma i compiti delle parole. Così informe non è soltanto un aggettivo con tal senso ma un termine che serve a declassare, esigendo in generale che ogni cosa abbia la sua forma. Ciò che designa non ha diritti suoi in nessun senso e si fa schiacciare dappertutto come un ragno o un verme di terra. Bisognerebbe effettivamente, perché gli uomini accademici fossero contenti, che l’universo prendesse forma. La filosofia intera non ha altro scopo; si tratta di dare una redingote a ciò che è, una redingote matematica. Per contro, affermare che l’universo non rassomiglia a niente e non è che informe equivale a dire che l’universo è qualcosa come un ragno o uno sputo. (Bataille 1974, p. 165)

 

Il compito delle parole va oltre il significante, creano un valore d’uso che richiede di isolare ciò che è informe come il sudiciume, il fango, la mota, gli escrementi. Questi non possono evadere dallo spazio che gli è assegnato. Ma ciò che è informe è soltanto il contrario dell’uniforme, dell’uniformato, del consono. Ecco che le parole mostrano il loro poter essere dispositivi normalizzanti ed escludenti. L’informe è qualcosa di anomalo che si vuole far passare per anormale:

«Si è potuto constatare che la parola «anomalo», aggettivo caduto in disuso, aveva un’origine molto differente da «anormale»: a-normale, aggettivo latino senza sostantivo, qualifica ciò che non ha regola o ciò che contraddice la regola, mentre «anomalia», sostantivo greco che ha perduto il suo aggettivo, designa l’ineguale, il ruvido, l’asperità, la punta di deterritorializzazione» (Deleuze-Guattari 2010, p. 303)

L’anomalo è qualcosa di simile agli outsiders che nelle società primitive sono stati assorbiti al fine di ridurli a «rapporti di corrispondenza simbolica» utilizzati al fine di «regolare tra loro alleanze convenienti» (p.45).

«L’anormale può definirsi solo in funzione di caratteri, specifici o generici, ma l’anomalo è una posizione o un insieme di posizioni in rapporto a una molteplicità: Gli stregoni si servono del vecchio aggettivo anomalo per situare le posizioni dell’individuo eccezionale all’interno della muta» (Deleuze-Guattari 2010, p. 303).

In questo senso si espleta la capacità performante delle parole, la loro capacità di aggregare e fare consenso deviando il desiderio stesso che diviene pubblicamente accettabile quando si veste di un insieme di caratteristiche volte al consumo delle merci, possibilmente legali. Ogni altro consumo è dissipazione, minaccia per l’ordine costituito.

Decoro si muove dunque su un terreno che rimanda sia al campo dell’estetica che a quello dell’etica, della morale come d’altronde altri attributi:

L’indicazione della via “giusta” mi è stata offerta dal problema di ciò che le definizioni di «buono» coniate dalle diverse lingue debbano realmente significare dal punto di vista etimologico, e così ho scoperto che esse conducono tutte alla “stessa metamorfosi concettuale” – che dovunque «aristocratico», «nobile», nel senso di condizione sociale, sono i concetti fondamentali da cui discende necessariamente il concetto di «buono», nel senso di «spiritualmente aristocratico», e «nobile», nel senso di «spiritualmente superiore», «spiritualmente privilegiato»: sviluppo questo che corre sempre parallelamente a quell’altro, che fa slittare l’idea di «volgare», «plebeo», «infimo», in quella di «cattivo». L’esempio più eloquente di questo slittamento è la stessa parola tedesca «schlecht» [cattivo], identica al termine «schlicht» [semplice] – si vedano anche «schlechtweg» [semplicemente], «schlechterdings» [assolutamente] – e che indicava originariamente l’uomo comune, semplice, ancora incapace di sospetti e di sguardi obliqui, solo come contrasto con l’uomo aristocratico. Intorno all’epoca della guerra dei trent’anni, cioè abbastanza tardi, questo significato si trasformò in quello oggi comune. (Nietzsche 1968, p. 227)

Parole con radici antiche che le segnano pesantemente, perché il paradigma che si può costruire intorno e con riferimento all’opposizione buono/cattivo può contenere conseguentemente altre coppie oppositive quali pulito/sudicio, ma anche la nostra “decoro” e “degrado” con l’imperativo escludente verso il lato destro della serie così costruita. Con la conseguenza che questa esclusione toccherà anche a semplice, povero, plebeo. E chi è dalle parte dei semplici amerà anche il sudicio:

Del bambino che non voleva lavarsi

C’era una volta un bambino,
che non voleva lavarsi,
e quando veniva lavato, in fretta
s’impiastricciava di ceneri.

L’imperatore venne in visita,
salì i sette gradini,
la madre cercò un fazzoletto
per ripulire il suo bambino sporco.

Il fazzoletto lì per lì non c’era.
L’imperatore se n’è andato
prima che il bambino l’abbia visto:
Il bambino non poteva prevederlo.

(Bertolt Brecht citato in Benjamin 1966/1991 pp. 157-158)

Benjamin – dopo aver condiviso la presa di posizione favorevole che il poeta (Bertolt Brecht) riserva al bambino che non vuole lavarsi – ricorda un altro sostenitore o difensore dei bambini sudici: Fourier; nel suo falansterio ci sono infatti due gruppi di bambini uno che si occupa della coltivazione del giardino e di “altre piacevoli incombenze”, l’altro invece delle cose più sudice. Ogni bambino può scegliere liberamente di far parte di uno dei due gruppi. I più onorati sono i secondi, la petite horde. Tra i loro compiti rientra anche il maltrattamento degli animali. «Negli appartenenti alla petite horde Fourier vedeva operare quattro grandi passioni: l’orgoglio, la spudoratezza, l’insubordinazione: ma la più importante di tutte era la quarta: le goût de la saleté, la passione della sporcizia» (ivi, p. 158) Se il modello di Fourier è valido, dice Benjamin, il bambino non perde molto mancando l’incontro con l’imperatore, perché, un imperatore che vuole vedere soltanto bambini puliti non rappresenta altro che l’insieme dei suoi sudditi più meschini.

Vorrei tessere un elogio
della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:
io privilegiato poeta marxista
che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,
e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,
io, profondamente perbene,
faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia, il suicidio
sono, con la religione, la sola speranza rimasta:
contestazione pura e azione
su cui si misura l’enorme torto del mondo […]
(Pier Paolo Pasolini, Poeta delle ceneri, in esergo al capitolo secondo p. 36)

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Bataille George
            1974    Documents, Dedalo libri, Bari

Benjamin Walter
            1966/1991       L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino

Deleuze Gilles e Guattari Félix
           2010    Millepiani Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma

Nietzsche Friedrich
            1968    Genealogia della morale, Volume VI, tomo II delle Opere, Adelphi, Milano

 

Carmen Pisanello, In nome del decoro – Dispositivi estetici e politiche securitarie, Ombre Corte, Verona 2017, Pagine 95 € 10.00.

*Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto professionale. Attivista di perUnaltracittà.

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