Lavorare stanca, lavorare male annienta

Cambiando cellulare aumenta la voglia di scattare fotografie e tutta la realtà diventa disponibile ad essere ingrandita, ritagliata e condivisa. Poi si ha la brutta sorpresa di scoprire che il vecchio telefono fissava le immagini meglio del nuovo, come si vede dalla foto che ho scattato lungo quella grande opera che sta bloccando Firenze.

E’ venuta male e non la mostro, però ve la racconto.

Si vede uuna ruspa che avanza per un lungo tratto con una ruota sul marciapiede, fin quasi a travolgere una madre con un passeggino. A mezzo metro dal pargolo, la provvida sterzata.
Un fotografo migliore avrebbe saputo mostrare “La carrozzina, gli occhi della madre…” e la cagata pazzesca che è il lavoro fatto così, una vita di lavoro in queste condizioni.

Il guidatore del mezzo è un collega dell’uomo che piantava gli alberi impiccandocisi e alla lontana è compagno di quel manutentore che ha la colpa del deragliamento di Milano. Tutta gente che non sa lavorare e a cui nessuno ha mai insegnato a farlo, in un’Italia in cui la formazione professionale è il fanalino di coda di ogni agenda politica governativa, di opposizione e rivoluzionaria. Fanalino di coda e spento.

L’uomo non nasce per lavorare, una persona non è il lavoro che fa né la classe a cui appartiene ma dobbiamo realisticamente ammettere che finisce col diventarlo, come finisce con l’essere quello che mangia e con il pensare quello che studia.

Statistiche recenti confermano quello che lavoratori e capitale hanno sempre saputo: chi si reca in cantiere, in fabbrica o in ufficio senza avere nessuna mansione da svolgere, come nel caso di certe assunzioni caritatevoli o clientelari o in certe forme di mobbing o di sadismo disciplinare, ha davanti a sé la malattia e il suicidio come esito di un adattamento che stressa la mente e il corpo più della fatica. Quindi alla fine l’uomo è quello che fa (di lavoro).

Se fosse altrimenti, quel lavoratore, ricevuto l’ordine di guidare il mezzo su quel rettilineo, avrebbe dovuto scendere, togliersi la tuta e mandare a quel paese il direttore dei lavori. Se non lo ha fatto significa che non conosceva il suo mestiere o che non poteva ribellarsi per come è congegnato il mercato del lavoro, di cui la sua preparazione insufficiente è parte integrante.

Un mercato al ribasso degli appalti, dei salari e delle competenze.

Altrove chi fa un mestiere ne impara la pratica, ma anche la teoria e la deontologia, per essere libero di esercitarlo sotto altri padroni e per essere in grado di opporre al padrone forza ragione e astuzia quando è necessario. Altrove chi impara queste cose viene pagato per impararle bene con tutto il tempo che occorre, da noi deve pagare di tasca propria e giustamente spera che il corso lo impegni poco e finisca presto.

In Germania l’unica professione per cui non si deve studiare e praticare per almeno due anni è il giornalista, perché non si tollera nessuna forma di controllo statale sulla formazione dell’opinione pubblica, tutto il resto viene insegnato in un clima di religiosa dedizione, specialmente lavori che cambiano l’aspetto e l’assetto delle città e, in caso di errore, mietono vite umane.

Noi tedeschi non siamo del tutto, anche se sui campanelli troviamo un lungo elenco di cognomi gotici e longobardi, a cui dovremmo aggiungere anche quelli nascosti dal nastro adesivo su cui sono vergati a penna i patronimici arabi slavi o illirici dei nuovi fiorentini.

Per fortuna o purtroppo non siamo tutti Arrighi, Bertrandi o Valcarenghi e abbiamo alle spalle secoli di lotta al ghibellinismo e al pangermanesimo. Per di più abbiamo mutuato dalla Germania quanto di meglio ha prodotto negli ultimi due secoli, cioè la teoria critica della società e lo smascheramento dell’ideologia, perciò non crediamo al lavoro come Vocazione né al successo come Destino e ci accontenteremmo di una formazione professionale laica, libera gratuita e di massa, a maggior ragione per chi con il suo lavoro può stritolarci sotto un rullo o costruire intorno a noi una città infernale.

*Massimo De Micco

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Massimo De Micco

Massimo De Micco

Massimo de Micco, 1972, fiorentino, essendo cresciuto negli anni Ottanta e Novanta si ritrova una formazione psicologica, una partita iva e una ricca e variegata esperienza professionale nel campo della formazione, ma è anche illustratore,fumettista e cartoonist. Ha partecipato a iniziative culturali, sociali e politiche di varia natura, a condizione che fossero libere, solidali e auto-organizzate, dagli Studenti di Sinistra a Kykeion, da Violetta van Gogh a Black Notes, da Fuoribinario a Radio Cora. E' tra i fondatori del gruppo Palazzuolo Strada Aperta che ha dato vita in questi anni alla Book Bike e si appresta ad aprire a Firenze la Biblioteca Riccardo Torregiani.
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Una risposta

  1. massimo de micco ha detto:

    Un refuso: “Sarebbe dovuto scendere, avrebbe dovutoi togliersi…”. Ho criticato l’operaio, il direttore dei lavori i loro mandanti politici, perciò mi tolgo la pagliuzza dall’occhio per vedere meglio le loro malefatte.

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