Mafie in Toscana. Lo scenario criminale dopo gli anni ’90: una chiave di lettura

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Gli anni novanta si aprono con importanti processi intrapresi per associazione a delinquere di stampo mafioso, con non poche difficoltà da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze a dimostrare la fattispecie di reato prevista dal 416 bis.

Alla strage di via dei Georgofili del 1993 segue un’ulteriore attività di indagine e di contrasto alle presenze mafiose in regione.

Al di là degli esiti dei processi, a partire dalla seconda metà del decennio si registra una trasformazione del panorama criminale: mentre gli esponenti di Cosa nostra diventano minoritari, emergono presenze riconducibili a organizzazioni ‘ndranghetiste e camorriste. Le operazioni giudiziarie relative a questo ventennio, così come le relazioni semestrali e annuali rispettivamente della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) e della Direzione Nazionale Antimafia (Dna), confermano la maggiore presenza delle due mafie. Le attività dei gruppi criminali si concentrano soprattutto nella gestione di esercizi commerciali, attività alberghiere e ristorazioni, o nell’acquisto di immobili.

Per comprendere le dinamiche criminali – e non farsi sedurre dall’immagine di una “piovra” che arriva dappertutto – può essere utile leggere le presenze e gli interessi mafiosi alla luce di alcuni tratti che riguardano il contesto toscano e delle motivazioni che possono influire sulle scelte dei mafiosi. Si tratta degli elementi che nelle scienze sociali sono definiti come “fattori di contesto” e “fattori di agenzia”. Con i primi si considerano gli aspetti socio-economici, culturali e politico-istituzionali che caratterizzano lo spazio, per l’appunto il contesto, in cui si inserisce l’azione o l’attività dei mafiosi. I fattori di agenzia, invece, riguardano il comportamento degli attori, le reti sociali e le competenze.

Tra i primi rientra, ad esempio, la dimensione demografica delle aree interessate dagli interessi criminali. I comuni medio-grandi possono offrire a tali interessi diversi spazi in questo senso, grazie a un’offerta commerciale e una domanda di servizi articolata e ricca. Oltre alla dimensione demografica, anche la collocazione geografica e il sistema economico locale – basati su specifiche attività – possono influire sugli investimenti.

Tra le motivazioni che, invece, riguardano le “strategie” degli attori criminali si possono considerare la necessità di ripulire denaro proveniente da affari illeciti, magari gestiti in altre aree, tentativi di estendere il proprio campo di attività a nuovi ambiti o di ampliarlo in una zona diversa rispetto all’area di origine del gruppo.

In questo quadro si possono meglio comprendere, ad esempio, alcune operazioni giudiziarie che hanno condotto ai sequestri di immobili ed esercizi commerciali nel capoluogo fiorentino e le misure che hanno riguardato l’area a forte vocazione turistica di Montecatini Terme. Si tratta di provvedimenti che colpiscono gli interessi dei clan direttamente o indirettamente, nei casi in cui immobili ed esercizi commerciali sono intestati ai cosiddetti prestanome. Le indagini derivano sia da procure meridionali – che quindi seguono le attività illecite gestite dai gruppi nelle aree di origine – sia dalla Direzione Distrettuale Antimafia fiorentina.

Rientra tra queste l’operazione “Leopoldo” del 2007, che riguarda un imprenditore di origini campane, proprietario di più alberghi nel comune di Montecatini Terme e collegato con il clan Formicola, attivo nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio. Secondo gli inquirenti, sui conti correnti delle società facenti capo all’imprenditore sono versate parti dei proventi delle attività illecite del clan, derivate soprattutto da usura e ricettazione. In questa vicenda, oltre alle “strategie” degli attori indicate sopra, emerge anche una rete di complicità su cui può fare affidamento l’imprenditore. Infatti, grazie alla compiacenza di alcune agenzie di viaggio che emettono false fatturazioni, l’imprenditore può ottenere contanti puliti da restituire al clan come contropartita dei versamenti.

Le attività formalmente legali non rappresentano il solo campo di interesse dei gruppi criminali che, al contrario, sono presenti anche in alcuni settori illegali, come il traffico di stupefacenti. In generale, questo mercato è popolato da diversi protagonisti con ruoli diversificati, che vedono la criminalità organizzata ricoprire un ruolo centrale nell’introduzione delle sostanze in Italia e la microcriminalità, prevalentemente straniera, nella gestione dello spaccio. Il traffico di stupefacenti non richiede ai gruppi criminali radicamento sul territorio, tant’è che spesso il settore è affidato a uno o più “fiduciari”.

Nella regione toscana questa attività sembra legata a diversi fattori di contesto. Da alcune interviste a testimoni qualificati emerge il collegamento tra la richiesta e la relativa offerta di sostanze stupefacenti, soprattutto nell’area pratese. Altri recenti provvedimenti evidenziano la centralità della collocazione geografica per l’organizzazione dell’attività criminale. Per esempio, Livorno e nello specifico la presenza del porto fa da scenario a un’operazione giudiziaria relativa all’ingresso in Italia di consistenti quantitativi di stupefacenti, provenienti dall’America del Sud, “presi in carico” da soggetti vicini alla ‘ndrangheta. In questa vicenda un ulteriore elemento di interesse, relativo al contesto, è la presenza, sulla costa tra Pisa e Livorno, di un gruppo criminale locale che avrebbe collaborato sinergicamente con gli esponenti della ‘ndrangheta. È il gruppo dei “pesci”, così soprannominati dai criminali calabresi perché incaricati di portare fuori dal porto di Livorno i carichi di droga.

Gli esempi citati non esauriscono il quadro degli interessi e delle attività in odor di mafia in regione, altri aspetti saranno approfonditi prossimamente. Ma ci consentono di sintetizzare ed esemplificare gli elementi su cui sembra innestarsi la rappresentazione della Toscana come una “terra di riciclaggio”, un’area in cui i gruppi criminali non si radicano, ma si occupano prevalentemente di ripulire o re-investire i proventi derivanti da attività illecite. Si tratta di una rappresentazione giudiziaria, politica e mediatica che, trasversalmente rispetto ai due periodi finora delineati, permea il discorso pubblico locale sul tema. Ma nella rassegna delle presenze criminali in regione si possono individuare – e approfondire – episodi e casi che problematizzano e mettono in discussione questa rappresentazione.

*Graziana Corica e Rosa Di Gioia

L’articolo è in continuazione con il precedente contributo Le mafie in Toscana: dagli anni ’70 a via dei Georgofili.

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Graziana Corica Rosa Di Gioia

Graziana Corica ha conseguito il dottorato in Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze, dove collabora con attività di ricerca. Ha svolto attività di ricerca sui processi espansivi delle mafie in aree non tradizionali, in riferimento al quale ha pubblicato Affari di camorra in Toscana. Il mercato degli stracci tra Prato ed Ercolano (con R. Di Gioia), in Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2014. Rosa Di Gioia, è metodologa della Ricerca Sociale e attualmente lavora presso l’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) come Esperta di Monitoraggio. Presso l’Istituto degli Innocenti e l’Università di Firenze ha lavorato su varie ricerche, attraversando diversi temi. Sul tema delle mafie ha pubblicato Affari di camorra in Toscana. Il mercato degli stracci tra Prato ed Ercolano (con G. Corica), in Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2014.

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