Panama Papers, perché l’Italia non recupera i miliardi di euro trafugati all’estero?

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Forse qualcuno ricorda ancora lo scandalo finanziario dei Panama Papers e quel sentimento di speranza e di gioia che inizialmente accompagna la scoperta di documenti su truffe fiscali nei paradisi fiscali. Molti cittadini stavano pregustando l’ipotesi che diversi ricchi evasori presenti nell’inchiesta dell’IcijInternational consortium of investigative journalists – avrebbero finito per ricevere la giusta punizione per la loro cattiva condotta. I paradisi fiscali servono infatti principalmente a ripulire capitali di dubbia provenienza, ad operare senza controlli, a non pagare le tasse. Ed offrono servizi alle élite potenti e non alla gente comune.

Negli oltre 11 milioni di documenti pubblicati nell’inchiesta e provenienti dallo studio panamense Mossack-Fonseca, tra i sospetti riciclatori/occultatori/trafugatori di capitali si rintracciano capi di Stato, imprenditori, uomini del mondo dello spettacolo e dello sport nonché delle importanti banche (Unicredit, Ubi Banca e Banca Intermobiliare).

Allo scoppio dello scandalo nell’aprile 2016, il settimanale l’Espresso pubblicò i primi 260 nominativi di italiani coinvolti. Tra essi figuravano 13 contribuenti toscani, di diversa provenienza: 9 imprenditori, 1 amministratore d’azienda, 1 ex banchiere, 1 cuoco, 1 gioielliere. Muovendo dai documenti rivelati dall’Espresso la ex direttrice generale della Agenzie delle Entrate Rossella Orlandi annunciò immediatamente l’apertura di una maxi-inchiesta sugli italiani aventi un conto nei paradisi offshore, indicando che si sarebbe proceduto con una verifica a tappeto su ogni singolo nome della lista. Anche il procuratore di Torino Armando Spataro, annunciò in parallelo l’apertura di indagini per la commistione di possibili reati legati al riciclaggio.

Tuttavia l’essere presenti nelle liste dei Panama Papers, non implica automaticamente la commissione di un reato tributario. Infatti l’apertura di un conto offshore, può essere correlata ad affari legittimi a Panama o in America Latina, ovvero alla volontà di un individuo di proteggere i propri beni facendo ricorso ad un’amministrazione fiduciaria (Trust). Inoltre occorre considerare che ci sono almeno tre strumenti normativi, che possono aver giocato un ruolo positivo a favore dei soggetti che utilizzavano i servigi dello studio Mossack Fonseca, rendendone lecita la propria posizione, pur essendo essa nata in una condizione di irregolarità.

Innanzitutto lo scudo fiscale Berlusconi-Tremonti del 2009 che ha costituito una sorta di vero e proprio lasciapassare in quanto congegnato come “anonimo” e di carattere tombale, sul piano penale e amministrativo.

Poi la collaborazione volontaria del 2015 – voluntary disclosure – per far emergere i capitali detenuti all’estero, che ha avuto un bilancio estremamente positivo, con quasi 130 mila adesioni e 60 miliardi di attività svelate al fisco. Pur dovendosi tener conto che sui 60 miliardi di euro di attività emerse, la parte da leone l’ha fatta la Svizzera con 41,4 miliardi di euro (70% del totale), mentre quelle legate allo Stato di Panama hanno avuto un’incidenza alquanto marginale con appena 150 milioni di euro emersi (0,25% del totale).

Infine quale terzo strumento, la prescrizione dei reati commessi tra 1975 e il 2004, che dal punto di vista tributario non rendeva più accertabile e perseguibile l’esportazione di capitali avvenuta in tale periodo.

Ma rintracciare e perseguire a Panama i detentori dei capitali che non avessero rispettato le norme sul fisco, che si stimavano poter essere almeno la metà degli 800 cittadini coinvolti, si è rivelata ben presto un’operazione non agevole e piena di difficoltà.

A cominciare dall’ostacolo che impediva di richiedere dati e informazioni alle autorità panamensi, senza aver prima ratificato da parte italiana la Convenzione bilaterale, stipulata nel dicembre 2010 per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le evasioni fiscali. Per condurre in porto questa ratifica ci sono voluti infatti 7 mesi ed essa è avvenuta solo nel novembre 2016, con la legge n. 208/2016. Per tutto l’anno 2017 non vi è traccia di un bilancio operato dalle nostre autorità fiscali sui risultati specifici ottenuti dalle indagini iniziate all’indomani dello scoppio dello scandalo. Neanche nella audizione informale effettuata il 5 aprile 2017 alla Commissione finanze della Camera, l’ex direttore generale Rossella Orlandi è stata in condizione di fornire notizie sull’esito delle verifiche a tappeto un anno prima annunciate, dando conto di risultati che in concreto diventano sempre più difficili da raggiungere via via che passa il tempo.

Tra un mese saranno passati due anni dall’emersione dello scandalo dei Panama Papers e vi è sempre maggiore intolleranza nell’opinione pubblica, specie nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica, di fronte all’evidenza che i cittadini più abbienti possano spostare i capitali in paradisi fiscali, non pagando le imposte dovute.

Molti paesi con l’ausilio di nuove tecnologie e valendosi dello scambio di informazioni tra amministrazioni fiscali approntato in sede internazionale dall’Ocse, hanno usato i documenti dell’inchiesta per rintracciare gli evasori fiscali, recuperando perdite per oltre 500 milioni di euro, come risulta dai dati raccolti dal gruppo Jitsic – Joint International Taskforce on Shared Intelligence and Collaboration – presso l’Ocse.

Un buon esempio per adesso limitato allo svolgimento delle indagini finanziarie ci viene oggi dal Canada Nel sito del giornale La Presse
è comparsa infatti la notizia che nell’ambito degli sviluppi dell’inchiesta Panama Papers, le autorità fiscali canadesi il 14 febbraio 2018, hanno effettuato tre perquisizioni nelle sedi di Vancouver, Calgary e Toronto, avendo come bersaglio una serie di transazioni riguardanti società straniere.

Alle indagini anche di carattere penale, hanno partecipato trenta investigatori ed ufficiali di polizia federali e soprattutto è stato sottolineato che il governo del premier Justin Trudeau, ipotizza di poter recuperare da questa lotta alla frode fiscale, 2,6 miliardi di dollari di tasse evase in cinque anni.

Un buon esempio che speriamo metta anche il nostro fisco sulla strada del condurre con determinazione ed efficacia la lotta ai patrimoni illeciti e che alle formali dichiarazioni di voler combattere seriamente l’evasione fiscale segua poi un’effettiva volontà in tal senso.

Anche per non dare l’impressione che più che seguire il flusso dei soldi maneggiati dai contribuenti più facoltosi, preferisce concentrare la maggior parte delle proprie energie nel combattere a tavolino gli errori formali dei contribuenti più poveri.

Alimentando il sentimento di un’insopportabile disuguaglianza, simile a quello che Giovanna Dark nell’opera di Bertolt Brecht “Santa Giovanna dei Macelli”, esprime con queste parole “E vi sono due lingue in alto ed in basso e due misure per misurare, e chi ha viso umano più non si riconosce, ma chi è in basso, in basso è costretto, perché chi è in alto, in alto rimanga”.

*Ugo Pietro Paolo Petroni

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Ugo Pietro Paolo Petroni

Ugo Pietro Paolo Petroni

Ugo Pietro Paolo Petroni, pubblicista, laureato in giurisprudenza è specializzato in Diritto Sindacale, del Lavoro e della Previdenza Sociale. Ha lavorato ai Ministeri di Grazia e Giustizia e del Lavoro e oggi è in servizio presso la Regione Toscana.

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