Il razzismo alimenta la miseria (che esiste da prima dell’immigrazione)

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La solidarietà non si esprime solo a parole o in corteo. Tutti coloro che intendano concretamente aiutare la famiglia di Idy, ed in particolare i suoi dieci figli che vivono in Senegal, potranno effettuare donazioni al seguente codice: 

IBAN: IT48M0760105138259708359713
Intestato a: Aliou Diene (fratello di Idy)
Causale: In memoria di Idy
Iniziativa degli avvocati Sandro Bruni e Luigi De Vito, che assistono i familiari di Idy Diene.

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All’indomani dell’exploit elettorale della Lega Nord, inseguita da praticamente tutti i partiti sul tema immigrazione, mai cartolina più tragica poteva essere spedita dall’Italia disperata e intrisa di razzismo. Roberto Pirrone, pensionato bianco in ristrettezze economiche, prima vuole uccidersi e poi cambia idea freddando con sei colpi Idy Diene, ambulante nero. Sembra essere il gesto di uno scellerato, che pare non abbia avuto il coraggio di trarre le estreme conseguenze per se stesso, ma che in qualche modo abbia deciso di ammazzare qualcuno, “a caso”.

Eppure, anche quando la ragione è miope, il razzismo ci vede benissimo. “È l’ora di fare pulizia” secondo i titolisti de La Nazione, che reduci da un caffè di troppo pare inventino un post dell’assassino su Facebook proprio per toglierci qualsiasi ombra di dubbio.

Non sarà infatti la ricostruzione perfetta della dinamica degli eventi a rendere “il povero bianco che ammazza il pezzente nero” più sopportabile, meno simbolico di mille parole che si possano spendere a riguardo della melma xenofoba in cui siamo immersi ogni giorno e nemmeno più ce ne accorgiamo.

Ce l’hanno ricordato le oltre diecimila persone che hanno sfilato per Firenze, riportando alla realtà perfino il sindaco Dario Nardella che solo ora annuncia il lutto cittadino. Del resto, “ogni movimento dal basso dev’essere raccontato come movimento dall’alto”. (cit.) Non si capisce altrimenti cosa abbia fatto cambiare idea al sindaco da quelle dichiarazioni indecenti rilasciate il pomeriggio dell’omicidio, apparso troppo crucciato per due vasi divelti e non si sa quanto per l’assassinio di una persona inerme.

Io una timida risposta ce l’ho, e cioè le contestazioni subite al presidio del martedì prima. «Comprendiamo il dolore […] ma […]», scriveva Nardella. C’è poco da chiarire: tanto più uno sbraita per l’ordine, la “sihurezza” e contro “iddegrado”, tanto più alimenta dentro di sé il disordine e l’insicurezza. Al sindaco gli si è degradata l’umanità fino a scomparire, ne ha dato prova anche dopo lo stupro ai danni di due studenti americane, di cui sono accusati due carabinieri che le hanno riportate a casa. Alla prossima nardellata è meglio che si porti un ombrello anche col sole.

A giudicare le priorità politiche dei media di regime e l’agenda anti-immigrazione a cui la maggioranza plebiscitaria dei votanti ha dato fiducia, sembra davvero che la disoccupazione e la miseria in Italia siano nate a causa dei migranti. Prima ancora, i bersagli delle politiche razziste, colpevoli di “rubarci il lavoro”, erano quei terroni di merda, “mangiatevi il sapone”, “lavatevi con l’idrante” (o – possibilmente – “col fuoco del Vesuvio”), cioè i migranti economici della diaspora meridionale, che fuggono dalla condizione permanente di miseria e di precarietà di cui i primi responsabili sono i potentati del Sud e il colonialismo “italiano” del Nord. Si dimentica facilmente come già si fuggiva ad esempio dal Veneto o dalla profonda provincia piemontese nei grandi centri urbani, o verso altri paesi o continenti.

Adesso come trent’anni fa, la Lega Nord capitalizza – politicamente ma anche economicamente – sulla paura del diverso, in modo da mettere i lavoratori l’uno contro l’altro e impedire ogni meccanismo di solidarietà, di mutuo soccorso fra essi e infine di emancipazione. Il razzismo ci rende tutti più ricattabili: se il lavoratore immigrato viene visto come un subumano a cui non si può riservare la stessa dignità (anche di salario) del lavoratore locale, allora si immettono salari bassi in un mercato del lavoro concorrenziale, in cui il padrone assume l’immigrato (anche a nero) e non il locale per finalità di profitto. Si crea un dumping salariale che trascina al ribasso la qualità della vita di tutti.

Il passaggio cruciale è capire che non sono i migranti motivati da masochismo a farsi schiavizzare, ma sono i padroni – spesso bianchissimi, autoctoni – che li sfruttano in regime di concorrenza a chi fa più il “crumiro” per necessità. I salari scendono anche sotto la soglia di sussistenza, tant’è che la disoccupazione “compete” col lavoro sottopagato e nascono inedite figure di lavoratori poveri. Come nota “incolore”, non sembra che la “diaspora meridionale”, una deportazione di massa indotta, abbia alzato la qualità della vita in quelle terre.

Il razzismo è la copertura benaltrista dei meccanismi di sfruttamento – chi lo fa e chi lo subisce – invertendo causa e effetto, vittima e carnefice, attore e contesto. Il razzismo è lo strumento per spezzare ogni meccanismo di solidarietà e di riconoscimento reciproco della condizione di sfruttati, il tutto per estrarre ancora più valore dalla pelle dei lavoratori, che sia essa bianca, nera o a pois. Da eliminare non è il nero che lavora, ma il lavoro nero e lo sfruttamento – quello sì, antirazzista – dei padroni. Prima ce ne accorgiamo e meglio è, altrimenti “la guerra tra poveri la vincono i ricchi”.

P.S.: per quanto non si possa dire per Pirrone (probabilmente un razzista più o meno latente), notare come manchi #laparolaconlaF nei due articoli che vi ho mandato quando si scrive di Casseri. Questo è un comportamento diffuso come spiega in modo illuminante Selene Pascarella. Ogni volta che un giornalista non chiama “fascista” un fascista, muore un Samb, un Diop, un Emmanuel, un Ciro, un Alberto, un Renato, un Nicola, un Davide, un …
(fatevi un conto qui ispirato a questo almanacco di storia italiana).

*Roberto Amabile

 

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Roberto Amabile

Roberto Amabile è un azzeccagarbugli logorroico e sprucido con tanti, troppi difetti. Ha militato nel Collettivo di Scienze e negli Studenti di Sinistra dell'Università di Firenze subito dopo il "riflusso" post-ideologico post-2008. Attualmente si dà da mangiare sciacquando provette a computer. «Denok eman behar dugu zerbait gutxi batzuk dena eman ez dezaten» ["Ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto"].

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