Perché Bardonecchia

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A Bardonecchia, cittadina dell’estremo nordovest italiano al confine con la Francia, da dicembre è in atto un progetto per assistere i migranti che vogliono tentare di andare in Francia. In questa località aderente a ReCoSol, (La Rete dei Comuni Solidali), esiste da oltre 150 anni il più importante collegamento ferroviario tra Italia e Francia; e da oltre un quarto di secolo è in esercizio un tunnel autostradale raccordato alla rete di grande viabilità dei due paesi. Ma vi è anche un reticolo di antiche “strade militari”, sentieri, mulattiere oggi percorsi prevalentemente a scopo turistico, ma che sono stati per secoli il più importante collegamento commerciale tra Delfinato e Piemonte pre e post Savoiardo, una “via del sale”, sfruttata anche per il contrabbando, e usata dai “passeur” che “traghettavano anime attraverso i molti valichi disseminati in tutte le Alpi Cozie.

Normale che – ricacciato da Menton a Ventimiglia, intercettato in Val Roja, e su tutti gli itinerari percorribili orograficamente e climaticamente con minori rischi, il fiume carsico dei migranti vi si sia indirizzato. Uomini, donne e bambini che hanno attraversato il deserto, sono sopravvissuti ai tagliagole libici armati proprio dai francesi (con la complicità subalterna italiana) e affrontato il Mediterraneo su gusci di noce, hanno infatti da qualche tempo individuato i valichi del cuneese (più impervi e chiusi in inverno) e soprattutto i molti e diversi itinerari della Valle di Susa come “porta” di accesso alla Francia.

Quello francese è per molti di loro un territorio di transito verso l’Inghilterra (ancora molto ambita nonostante la Brexit), ma soprattutto l’agognata meta finale per ricongiungersi a parenti o – (come dicono molti degli intervistati) – per il vantaggio non trascurabile di conoscere la lingua. La politica coloniale dei “cugini” d’oltralpe ha reso “francofoni” molti popoli nord e centro-africani. Una “servitù”, ma anche un “passaporto” che per qualche anno ha favorito un’ accettabile convivenza che è entrata pesantemente in crisi con l’esasperazione liberista del modello di “globalizzazione & crescita” imposta dai poteri finanziari che hanno ormai quasi del tutto espropriato i governi ancora democraticamente eletti. Le disuguaglianze crescenti e “il taglio dei cavi degli ascensori sociali” hanno prima da loro che da noi ghettizzato le periferie urbane, spinto alla radicalizzazione soprattutto all’interno delle seconde generazioni (figli e nipoti dei primi immigrati) e messo in competizione decine di migliaia di afro-europei con i “nuovi poveri” di origine autoctona come certificato dai risultati elettorali di tutto il vecchio continente e non solo del nostro paese.

Per questo la “politica” di respingimento è diventata l’unica “risposta” dei governi dall’Austria all’ Ungheria, alla Polonia alla Francia. Per questo le località di “cerniera”, quelle vocate al transito di uomini e merci sono divenute – paradossalmente – aree di crisi, da Calais al Brennero, al Bosforo. Per questo, non appena si chiude un varco, il fiume di uomini, donne e bambini in cerca di fortuna si dirige in qualunque altro posto sia stato loro segnalato per telefono (spesso l’unica bussola di cui dispongono). E lo fanno comunque, ri-mettendo a rischio la loro vita, attraversando valichi innevati in quota, magari con gli stessi infradito con cui erano sbarcati da un gommone a Lampedusa.

Eccoli così a Claviere, o a Bardonecchia avventurarsi con neve e freddo per un passaggio pericoloso – il Colle della Scala a 1760mt di altitudine – tra montagne che pure da sempre vengono attraversate: non è un caso che Pietro Germi vi abbia girato nel lontano 1950 il film “Il cammino della speranza” il racconto di un viaggio di un gruppo di siciliani che guardavano alla Francia per trovavi un lavoro e un futuro dignitoso. Da dicembre 2017 Bardonecchia è stato individuato come ente capofila per coordinare gli aiuti e il monitoraggio ai migranti che ultimamente cercano un passaggio a Oulx e poi Claviere. Due stanzette presso la stazione ferroviaria denominate “spazio calmo” permettono ai medici della ong Rainbow For Africa, ai due mediatori impegnati per conto della Rete Comuni Solidali, Moussa Kalil e Roland Djomeni, agli avvocati dell’associazione Asgi e ai tanti volontari presenti di prestare assistenza e fornire utili informazioni.

Ed è in questo “luogo-franco” che sabato 30 marzo 2018, attorno alle ore 21, agenti francesi della guardia di confine che avevano fermato un ragazzo nigeriano sul treno (munito di un regolare biglietto da Parigi a Napoli) hanno fatto “irruzione” imponendogli l’analisi dell’urina. Un vero e proprio sconfinamento. Avvertito immediatamente il sindaco Francesco Avato, il commissariato di Polizia, il Prefetto e la Questura di Torino gli agenti sono stati fatti uscire perché un presidio sanitario è considerato luogo neutro persino “in tempo di guerra”. Il ragazzo – in regola con i permessi – ha ripreso il viaggio in treno. L’avvocato Lorenzo Trucco, presidente di ASGI ha dichiarato: «Ritengo che quanto accaduto sia una gravissima violazione non solo di quel sistema dei diritti umani che dovrebbe contraddistinguere l’Europa, ma anche una violazione dei principi basilari della dignità umana, intollerabile nei confronti di persone venute per richiedere protezione. Si valuterà pertanto ogni possibile azione per contrastare simili comportamenti».

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Claudio Giorno

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Claudio Giorno, residente in Val Susa e fondatore del "Comitato Habitat" è tra gli animatori della campagna No Tav
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