La mafia secondo la stampa/1: La Toscana è terra di riciclaggio

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Uno sguardo utile e importante per leggere le presenze mafiose in regione deriva dalle rappresentazioni mediatiche del fenomeno. Le operazioni delle forze dell’ordine, le ordinanze della magistratura e le sentenze relative ai processi costituiscono un punto di partenza imprescindibile per parlare di mafie, ma necessitano di un sapere specifico, tecnico e non sono accessibili (o lo sono difficilmente) alla cittadinanza.

Le fonti giornalistiche – così come quelle politiche e accademiche – riprendono il materiale giuridico ma, nel tentativo di renderlo fruibile a un pubblico meno esperto, lo modificano, veicolando diverse rappresentazioni del fenomeno.

In particolare, seguendo un’analisi diacronica della rassegna stampa locale a partire dagli anni Ottanta fino all’ultimo decennio, emergono due diversi tipi di «narrazioni» sulla mafia. La prima, come illustreremo a breve, è trasversale al periodo considerato, si riscontra lungo tutto il quarantennio e in tutte le testate consultate. Nel secondo tipo, di cui parleremo in seguito, rientrano numerose micro-narrazioni che in alcuni casi presentano una evoluzione della narrazione generale e in altri, invece, la contraddicono.

Ma qual è la rappresentazione generale? La Toscana non è una terra di mafia, la mafia non vi si «radica», ma è un’area in cui mafiosi e personaggi legati a vario titolo ai clan trovano lo spazio idoneo per investire i frutti di attività illecite svolte, perlopiù, altrove.

Sono diversi gli elementi impiegati a supporto di questa immagine, possiamo individuarne almeno tre tipi. In primis, i fattori economici. La ricchezza della regione, la diffusione su tutto il territorio di piccole e medie imprese – spesso unite in distretti – la vocazione al turismo di alcune aree e il benessere generale della popolazione offrono il fianco a queste forme di investimento economico non pulite. Sono diversi i settori in cui emergono interessi criminali, dagli esercizi commerciali alle attività di ristorazione, dagli alberghi agli immobili. A suffragio di questa varietà di settori e di aree, basta scorrere la lista dei beni confiscati in regione negli ultimi decenni.

Non è solo il florido tessuto economico ad attrarre gli interessi mafiosi ma, secondo le agenzie di contrasto, anche la crisi. «Le imprese senza credito diventeranno facili prede degli affari illegali della mafia», afferma Pier Luigi Vigna in un’intervista del 2009 a L’Unità Firenze. Sono numerosi e presenti in tutto il periodo considerato i casi in cui esponenti delle organizzazioni criminali si inseriscono nelle aziende locali, inizialmente tramite prestiti usurari e in seguito acquisendo, in parte o del tutto, le quote societarie.

Nell’ultimo ventennio, in particolare, il settore dei rifiuti sembra o attrarre in modo particolare gli interessi criminali e le cosiddette ecomafie. Nel 2005 la Toscana rientra, secondo la stampa, tra le nuove «capitali dell’ecomafia, terza in classifica dietro Campania e Puglia, davanti a Sicilia e Calabria, per reati compiuti nel trattamento dei rifiuti» (Repubblica, 28/05/2005).

Accanto ai fattori economici, in questa rappresentazione emergono anche alcuni elementi culturali e sociali tipici della regione, che agiscono da freno a un eventuale radicamento della mafia. «La Toscana non è culturalmente o socialmente una terra mafiosa, ma la mafia comunque è presente e vi fa affari», chiarisce Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto nelle pagine di molti quotidiani locali nel marzo del 2007. I toscani sono dotati di solidi «anticorpi» antimafia, sanno «proteggersi» da usura e racket ed è per questo motivo che la mafia non attecchisce in regione, spiega Andrea De Martino, ex prefetto di Firenze (La Nazione 06/03/2007).

Nella rassegna stampa è dedicato grande spazio a diversi eventi antimafia: incontri istituzionali e dell’associazionismo, numerose giornate tematiche nelle scuole di tutta la regione, le ricorrenze annuali della strage dei Georgofili, la partecipazione dei giovani toscani ai progetti di Libera nelle terre confiscate alla mafia. Questi elementi rafforzano l’immagine della Toscana come una terra ostile alla mafia, dove la criminalità organizzata non trova consensi e appoggi «autoctoni».

A partire dai primi anni Duemila, l’estraneità della cosiddetta «area grigia» sembra essere messa in discussione dall’emergere di vicende giudiziarie nelle quali sono coinvolti liberi professionisti e altre figure «insospettabili». È il caso dell’operazione Leopoldo, di cui si è già parlato, nella quale emerge una rete su cui può fare affidamento un imprenditore di origini campane, proprietario di più alberghi nel comune di Montecatini Terme e collegato con il clan Formicola, attivo nel quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio. E ancora, delle attività che un camorrista vicino al clan di Cutolo svolge a Portoferraio nei primi anni Duemila, e delle più recenti indagini relative a due fratelli vicini alla camorra, che interessano anche avvocati e commercialisti in qualità di consulenti del gruppo.

Restando sempre nell’area grigia, il terzo elemento che contraddistingue la rappresentazione della Toscana come terra di riciclaggio, ma non di mafia, è l’assenza di collegamenti tra attività criminali e politica locale. Non mancano le denunce su presunti coinvolgimenti della politica che, alla luce dell’assenza di evidenze giudiziarie, possono essere considerate elementi di battaglia politica, provenienti prevalentemente dalle opposizioni di centrodestra e di sinistra. Dal canto suo, il ceto politico che governa le realtà locali consolida questa rappresentazione della Toscana. Sul piano simbolico e discorsivo veicola soprattutto il messaggio di un tessuto sociale forte, dotato di anticorpi e di un’attenzione da mantenere vigile sulle attività economiche condotte da soggetti sospetti. Sul piano pratico, delle politiche, le istituzioni locali e regionali, nel corso di tutto il periodo considerato, sono promotrici di osservatori, sportelli di ascolto e denuncia, e altre misure.

Come vedremo nel prossimo numero, alla rappresentazione mainstream presentata in queste pagine se ne affianca un’altra, minoritaria ma di grande impatto mediatico, che fa leva su immagini e metafore allarmiste e sconfortanti.

*Graziana Corica e Rosa Di Gioia

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Graziana Corica Rosa Di Gioia

Graziana Corica ha conseguito il dottorato in Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze, dove collabora con attività di ricerca. Ha svolto attività di ricerca sui processi espansivi delle mafie in aree non tradizionali, in riferimento al quale ha pubblicato Affari di camorra in Toscana. Il mercato degli stracci tra Prato ed Ercolano (con R. Di Gioia), in Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2014. Rosa Di Gioia, è metodologa della Ricerca Sociale e attualmente lavora presso l’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) come Esperta di Monitoraggio. Presso l’Istituto degli Innocenti e l’Università di Firenze ha lavorato su varie ricerche, attraversando diversi temi. Sul tema delle mafie ha pubblicato Affari di camorra in Toscana. Il mercato degli stracci tra Prato ed Ercolano (con G. Corica), in Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2014.

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