Underclass Hero: Lorenzo Bargellini, l’ultimo Magnifico

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Ad un anno dalla scomparsa non è necessario fare un riassunto storico-cronologico della vita di Lorenzo Bargellini.

Non serve a chi lo ha conosciuto bene, lo ha amato e gli è stato accanto per brevi o lunghi periodi della sua vita e del suo attivismo, che poi sono praticamente la stessa cosa, non c’è bisogno di una narrazione “per data” o di una biografia.

Non avrebbe molto senso, dal momento che tutta la sua vita è un’unica data, lunga quasi cinquantanove anni.

La storia di Lorenzo è sì parte della storia dei movimenti antagonisti, dal ’77 ad oggi, dei movimenti rivoluzionari e poi di quelli antiglobalisti o altermondialisti che dir si voglia, ma è soprattutto una storia di popolo e, particolarmente, una storia di Firenze. Una storia che passa fra le vie e le viuzze di Santa Croce come fra i palazzoni tristi di Novoli, una storia che parla di gente diseredata, proletarizzata, che parla quindi delle componenti popolari più deboli o indebolite.

La sua convinzione nel far convivere sempre italiani e stranieri nelle occupazioni di case era il suo modo per trasmettere una visione di società più avanzata, una società di “cittadini del mondo” dove si convive, si condivide, si collabora per campare tutti nel miglior modo possibile, in una sorta di democrazia plurale che guarda ben oltre le differenze etniche ma percorre il suo cammino assieme a tutte quante. E questa convinzione stava dietro il suo spendersi continuamente, senza orari, dietro anche alle piccole cose, come le discussioni “condominiali” nelle occupazioni, spesso per immaginabili futilità, vita reale, dove interveniva per facilitare il dialogo e trovare la soluzione a questo o quel problema.
“Follia”, pensavano in diversi.
Ma questo era Lorenzo, punto e basta.

Da quel ragazzino adolescente (e sorridente) alle sue prime manifestazioni di metà anni ’70, da Lotta Continua e dall’area dell’Autonomia operaia, dalla desolazione degli anni ’80 e dalle prime occupazioni verso la fine di quel decennio, fino al Lorenzo (sempre sorridente) dei nostri giorni, il filo conduttore della sua vita non si spezza mai, nemmeno devia, casomai si aggiorna, coerente, lui sì “senza se e senza ma”.

Come coerente è la convinzione antifascista, intendendo per fascismo quello vecchio e quello nuovo.
La personalità di Lorenzo può essere argomentata, e per estensione abusata nella narrazione, attraverso la retorica degli incroci e delle similitudini, nella ricerca della definizione roboante che racchiuda il tutto, come una formula, nell’uso classico dell’un po’ questo e un po’ quello, come si fa per le persone particolari, quelle che lasciano un segno, quelle che ne nasce una “ogni morte di papa” e che cerchiamo di definire con un concentrato di caratteristiche.

Ed allora, fra usi ed abusi, ecco, ad esempio, che si può dire, inerpicandosi, che era una via di mezzo fra un francescano ed un rivoluzionario, un umanitario combattente e un comunista post litteram, un dolciniano moderato e un Che Guevara disarmato. Comunque l’ultimo Magnifico di Firenze.
Oppure, più semplicemente, come lo definì il quotidiano La Nazione negli anni ’90, “il Sindaco dei senza casa”.

Un “sindaco” che nei ventotto anni alla guida del Movimento di lotta per la casa ha collezionato centinaia di denunce e diverse condanne, tanto per far capire quanto gli erano affezionate le istituzioni, quanto ci teneva il sistema a silenziarlo. Invano.

Solo questa maledetta morte improvvisa ci è riuscita.

Lo denunciavano perché era lì a difendere una famiglia, due anziani o una giovane coppia dall’ennesimo sfratto forzoso, sempre con il megafono in mano ad animare il picchetto. O perché metteva la faccia, organizzava, partecipava all’occupazione di immobili indecentemente lasciati vuoti da banche, assicurazioni o enti pubblici. Perché aveva messo la politica della speculazione e dei palazzinari nel mirino.

E perché spesso accompagnava numerosi gruppi di proletarizzati a rumoreggiare nelle sedi dei servizi sociali comunali o di casa spa, dove funzionano bene solo le liste d’attesa.

E contribuiva a garantire un tetto a molti, tanti, migliaia in tutti questi anni. Il welfare autogestito in opposizione al welfare palliativo.

A lui talvolta si sono rivolti anche gli stessi servizi sociali, certamente in modo ufficioso e magari obtorto collo, per indirizzare famiglie di senza casa o sfrattati ai quali non riuscivano a dare risposte soddisfacenti nell’immediato, ma neanche dopo. Una specie di riconoscimento della sua “illegalità”, una certificazione clandestina della pratica di utilità sociale.

Andando oltre, forse quasi delirando, si potrebbe dire che il suo modus operandi rappresenta il tentativo di congiunzione fra la critica marxista all’inaffidabile incostanza del “lumpenproletariat” e l’organizzazione di un’opposizione sociale proprio a partire dallo stesso “lumpenproletariat”. Una “sfida” politica motivata dalla pura ed istintiva empatia conviviale verso le condizioni di vita delle classi più subalterne, quelle senza rappresentanza e senza voce, i fottuti di sempre. Una visione genuinamente comunista dal basso, a mio modo di vedere.

Ma anche una “sfida” politica che mette in conto le contraddizioni quotidiane che si possono sviluppare nella convivenza, nei comportamenti, nella comunicazione, nei difficili passaggi culturali che elevano il bruto ma vitale bisogno a presa di coscienza, soprattutto collettiva.

Contraddizioni comunque “naturali” se si intraprende un cammino difficile e lungimirante, come quello interpretato da Lorenzo e dalla sua gente.

Una società sostanzialmente precaria e indotta alla divisione, racchiusa nell’ansia compulsiva della (in)soddisfazione dei bisogni, tenuta per mano dalla paranoica assenza di certezze, frastornata dalla politica della paura, ragiona male rispetto ad una “presa di coscienza” delle condizioni oggettive che la costringono in questa precarietà impaurita, pompata strategicamente dai media embedded e dalla politica prezzolata.

Questo passaggio costituisce una delle consapevolezze di Lorenzo, una di quelle che muovevano il suo agire, la sua coerente presenza in un quartiere sempre meno popolare, perché svuotato dalla speculazione.

“Tutto il mondo è paese” si usa dire, “ogni paese è mondo” sembra l’evoluzione che la pratica della sua vita ha dato a questo detto. Alla fine i meccanismi di scala sociale ed economica, i meccanismi di sfruttamento, sono terribilmente uguali un po’ dappertutto. Si può dire che si basano quasi sempre sullo stesso algoritmo. E non per inevitabilità evoluzionistica. Ma per il dominio imperiale incontrollato di un’ideologia decadente al momento vincente ma, coscientemente o meno, autodistruttiva.

La tanto celebrata “fine delle ideologie”, e quindi dell’utopia, non ha portato “evoluzione” ma ha contribuito a generare progressivamente l’involuzione neomedievale in cui è precipitata quest’epoca da almeno trent’anni.

L’epoca del turboliberismo e del libero mercato.

Pratiche come quelle del Movimento di lotta per la casa sono state conseguentemente e collateralmente derise come “fuori dal tempo”, ma questa esperienza è nata proprio mentre iniziava l’ascesa del medioevo globale e digitale, fondato su guerre ed economie di rapina, ed è nata come logica derivazione dalla storia delle lotte e delle resistenze operaie e proletarie, nella forma e nella pratica. Si occupavano le case nell’ottocento, ai primi del novecento, negli anni ’50, ’60, ’70, eccetera, così come parallelamente si occupavano le fabbriche.

E queste pratiche in realtà sono quanto di più “dentro al tempo” si possa trovare, perché tracciano un confine imprescindibile fra ciò che è naturalmente giusto per il popolo, e in particolare quella parte più bastonata e marginalizzata, e ciò che è assolutisticamente giusto per il potere. Quel giochetto un po’ farsesco fra ciò che è “legale” e ciò che è “illegale” dietro il quale si trincera la supponenza interessata istituzionale.

Sono pratiche come argine non solo resistente alla gentrificazione della città laddove era popolo e ora si trasforma violentemente in salotto lussuoso per gangster milionari dell’est, principi indiani di ‘sta minchia, ceo e ad da migliaia di licenziati e di euro pubblici beneficiati, nobilastri reincarnati nella speculazione, pluribottegai caymanizzati e periodici sciami di pupazzi glamour. Con una bella spruzzata di massoneria bancaria, tanto per condire ed impiattare.

Una città ripensata da divoratori compulsivi di risorse pubbliche e ambientali attraverso la manovrabilità della politica finanziata, la cui classe dirigente compone lo zerbino per le loro scarpe milionarie. Qualcosa di più del volgare palazzinaro.

E Lorenzo era sempre lì, a rompergli i coglioni senza tregua.

Una carica di energia ribelle per gli autoctoni underclass vecchi e nuovi, mentre avveniva la loro progressiva espulsione dai quartieri storici per essere destinati, al meglio, in dormitori periferici ravvivati da qualche centro commerciale.

“Ha vissuto come gli è parso” hanno detto e abbiamo pensato in tanti. Certamente non risparmiandosi e lasciando la salute in fondo alla scaletta delle cose di cui preoccuparsi. Come se la sua, di salute, dipendesse dalla salute della sua gente, come dire prima gli altri. Come un invincibile.
Ma questo era Lorenzo, punto e basta.

Di sicuro c’è che da ora in poi, quando passerò per le vie di Santa Croce, non sarà più la stessa cosa, sentirò l’assenza. Quest’assenza opprimente.

Oppure vedrò quelle strade con altri occhi, occhi che vedono Lorenzo spuntare da via di Mezzo come da via Palmieri o da P.za Salvemini, con la canottiera e la borsa a tracolla, che ti saluta e sorride, scherza e ti offre da bere, e al tavolino ti parla, serio, dei problemi di quella famiglia occupante e delle minchiate che ha detto un dirigente dell’ufficio casa e poi racconta aneddoti grotteschi e ironici su tizio e su caio, e ride, e ogni tanto, dalla borsa, tira la fuori la spazzola per massaggiare i lunghi capelli.

In definitiva, tutto questo è anche un puro esercizio di masochismo, perché spesso le ferite, come ho letto da qualche parte, più le vesti di parole più continuano a sanguinare.

Ci manchi da morire, capellone.

*Alessandro De Angeli

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Alessandro De Angeli

Alessandro De Angeli è nato nel 1962 a Firenze. Da sempre interessato dalle questioni che riguardano il welfare, le nuove povertà e la precarietà prodotte dal sistema di sviluppo imperante, nel 1994 è tra i fondatori del giornale di strada dei senza dimora Fuori Binario, di cui è direttore responsabile fino al 2001. Impegnato professionalmente dal 1992 al 2004 nella cooperazione sociale, dal 2005 si occupa di servizi al lavoro presso i servizi istituzionali al lavoro, con particolare competenza per le fasce deboli, le categorie protette e le condizioni di svantaggio sociale.

Crede fermamente nell'inchiesta sociale e nella controinformazione come mezzi necessari ed indispensabili per contribuire al cambiamento.

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