Prospettive politiche sugli ambienti di vita

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La città, la campagna, il mare sono oggetto di contesa primaria crescente tra le forze capitalistiche multinazionali e i popoli che vi abitano e vivono delle risorse locali. Le risorse naturalistico-ambientali subiscono alterazioni irreversibili di carattere potenzialmente catastrofico – cambiamento climatico, riduzione della fertilità del suolo, ecc. – mentre cresce la minaccia dello sviluppo imperialistico degli armamenti dell’area Nato, sottaciuta dalla comunicazione ufficiale.

Anche la città pubblica e comune è una risorsa messa a rischio.

Nella città equiparata a merce, il debito pubblico gioca un ruolo di primo piano. Il debito pubblico è impiegato come strumento di riduzione della solidarietà urbana per l’accaparramento della ricchezza delle città da parte del capitale finanziario. Il debito pubblico ha drogato il mercato immobiliare e prodotto milioni di metri cubi di invenduto.

La gestione urbana ha assunto a modello la gestione aziendale. Il “governo della città” è giocato sulla priorità della decisione, della governabilità, della competizione, della velocità, della forzature delle regole, a detrimento di programmazione e pianificazione.

La città ha abdicato al piano. Il progetto organico per l’ambiente di vita urbana è sostituito dalla somma di operazioni guidate dagli investitori di cui gli amministratori si fanno fedeli, ridicoli, interpreti.

Gli amministratori diventano curatori fallimentari dei beni pubblici. A Firenze, sindaco, assessori e dirigenti sono abituali protagonisti dei «Road Shows»: così è denominata la partecipazione alle fiere della speculazione immobiliare mondiali dove i governanti offrono ai grandi investitori importanti edifici pubblici (e privati!) e relativi servigi urbanistici, utili per concludere gli “affari”.

La svendita della città pubblica accelera l’“infrastrutturazione”. Grandi Opere Inutili e Dannose alimentano la grande corruzione, distruggono gli ultimi spazi liberi delle aree metropolitane, annullano ogni possibile riutilizzazione di opere, di edifici e beni naturali esistenti nei paesaggi colpiti dall’intervento. Tolgono risorse alle tante “piccole” opere utili e portatrici di lavoro stabile. 

Infrastrutturazione pesante, centri commerciali, decentramento delle funzioni civili, sprawl abitativo hanno dilatato a dismisura la città. La diffusione territoriale, basata sul trasporto privato, ha occupato estensioni immense di suoli fertili e si è divorata il tessuto commerciale cittadino e gli spazi pubblici, lasciandosi alle spalle vuoti urbani che solo il turismo sembra capace di colmare.

L’industria turistica mondiale ha innescato nelle città d’Italia un processo di turistificazione. Corrosione del diritto all’abitare. Cannibalizzazione della storia urbana e territoriale, cancellazione di possibile apprendimento antropologico dalle forme del passato, sistematicamente manipolato attraverso cambiamenti d’uso e ristrutturazioni à la carte, attraverso la produzione di desiderio e consumo ossessivo dell’immagine.

La gestione neocapitalista della città e del territorio, genera resistenze progettanti e controffensive creative che costruiscono sapere critico e lo mettono in pratica sui terreni di lotta. 

Sul versante territoriale, resistenze e controffensive insistono:

– sulla restituzione di fertilità ai suoli e sul blocco del consumo delle risorse ambientali, anche con azioni per la qualità dell’aria, dell’acqua, del mare, per la qualità dello spazio dell’abitare.

– sulla difesa della città pubblica e la difesa della terra pubblica, del diritto alla campagna e agli stili di vita alternativi al modello unico. La difesa della terra si attua nel perseguimento di un corretto e veritiero rapporto tra cibo e salute (contro la green economy, l’impiego della chimica, l’azienda capitalistica agricola industriale).

Sul versante più direttamente urbano, resistenze e controffensive sottolineano l’urgenza:

– di ricostruire un sistema di edilizia residenziale pubblica opponendosi alle vendite di edifici pubblici e di Enti di diritto pubblico e proponendo soluzioni convincenti, inclusive e desiderate dagli abitanti dei quartieri;

– di opporre alla “rigenerazione” (divenuta sinonimo di speculazione) il risanamento del costruito e la sua conversione in edilizia popolare e attrezzature sociali per la trasformazione della periferia in città pubblica accogliente e accessibile;

– del presidio popolare nei centri antichi, oggi ancora documento irripetibile del principio di città;

– della requisizione dell’invenduto per soddisfare il fabbisogno abitativo e l’accoglienza dei migranti.

Attraverso il progetto fondato su regole sapienti e modelli sperimentali, su convivialità e mutualismo, sulla leva dei beni comuni e sulle loro qualità incrementali applicabili ai beni pubblici, possiamo riempire il vuoto immaginativo degli sprezzanti esecutori, vettori di ideologie eterodirette. Il progetto condiviso può diventare collettivo e sprigionare una nuova forza egemonica su temi che stanno mostrando nuova conflittualità.

Dobbiamo allargare la resistenza progettante a gruppi di azione locale che si formano contro il soffocante ordine del pensiero unico, del mercato regolatore di ogni rapporto umano. Possiamo coinvolgere tutte le forze territoriali di alternativa e antagoniste in una grande idea e azione di trasformazione.    

*Gruppo Urbanistica- perUnaltracittà 

Pubblichiamo la comunicazione del Laboratorio perUnaltracittà all’assemblea di Potere al popolo! tenutasi a Napoli il 26 maggio 2018. La comunicazione rientra tra i lavori del tavolo “Ambiente e nuovo modello economico-sociale”. 

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Urbanistica Puc

Urbanistica Puc

Il gruppo urbanistica perUnaltracittà porta avanti, da anni, una riflessione generale e collettiva sulla forma della città, sul destino dei contenitori storici e delle aree industriali dismesse, sui luoghi della socialità, sul disegno di possibili relazioni ecologiche e antropologiche da riscoprire e riattivare. Mette in campo una resistenza fondata sulla riappropriazione creativa degli strumenti analitici e critici, sulle pratiche urbanistiche condivise e sulle relazioni sociali; resistenza costruita collettivamente attraverso incontri pubblici, manifestazioni cittadine, elaborazione allargata e partecipata di progetti sperimentali e di testi specifici.

Una risposta

  1. Angelo M. Cirasino ha detto:

    Non per essere pedante ma, per la città pubblica, mi parrebbe più appropriata la definizione di patrimonio che non di risorsa: un lago è risorsa – poniamo – per il pesce che contiene e per una società che pratica la pesca, e smette di esserlo, ma non smette di esser patrimonio, quando il pesce diventa interamente incommestibile o la società interamente vegana. Questa distinzione fra patrimonio e risorsa è tutt’altro che bizantina: una risorsa è qualcosa che posso sfruttare anche se con giudizio, il patrimonio qualcosa che, se sfruttato, cessa di esser patrimonio; una risorsa diviene valore quando viene alienata (ad altri o in altra cosa), il patrimonio possiede un valore di esistenza strutturalmente inalienabile. Ma qui mi fermo, e vi ringrazio per il resto del contributo che trovo ineccepibile.

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