Quale significato e quali sviluppi per l’autorecupero?

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Un anno fa se ne andava Lorenzo Bargellini. Il vuoto che la sua assenza ci consegna, sia umano che politico, è palpabile, concreto, un vuoto con cui è difficile fare i conti. Abbiamo già detto che la sua azione, la sua presenza in tutti questi anni ha reso Firenze una città migliore: oggi, e non solo per la sua mancanza, è certamente una città più arida, più povera – e non si parla solo di euro, più cattiva.

Ma Lorenzo non mollava, mai, ci ha insegnato la tenacia della resistenza. Per questo oggi vogliamo ricordarlo con uno dei suoi sogni che sta diventando realtà. Con tutta la pazienza e la ostinazione necessarie a Firenze sono partiti 5 cantieri di autorecupero: associazioni di volontari, con un contributo pubblico per coprire parte delle spese, stanno lavorando per realizzare alloggi che saranno una risposta concreta alla loro precarietà abitativa, autorganizzandosi, prendendo nelle loro mani l’intero processo di produzione, con partecipazione e solidarietà.

I cantieri riguardano anche occupazioni ventennali, che potranno alla fine uscire dalla eterna incertezza fra pericolo di sgombero e difficoltà burocratiche e amministrative. Come in via Aldini, alla ex Bice Cammeo. Come all’ex asilo Ritter, dove Lorenzo viveva, e dove è morto un giorno di un anno fa.

Ce ne parlano i tecnici che con passione e abnegazione stanno seguendo i lavori
Ciao Lorenzo

Quale significato e quali sviluppi per l’autorecupero?
L’autorecupero, sia nella sua timida quanto parziale ed incompleta enunciazione dell’art. 16-bis inserita dall’Assessora Saccardi nella legge 41/2015 sull’ ERP, sia nella più ampia e completa definizione contenuta nella linea 1.C delle Misure Straordinarie, urgenti e sperimentali, integrative al programma di ERP 2003-2005 voluta dall’assessore Baronti con Delibera del Consiglio Regionale n. 43 del 29/07/2009 e attuata dall’assessore Allocca, con il Decreto n. 1945 del 26 aprile 2012, recepisce una storica rivendicazione del Movimento di lotta per la casa e può essere una delle soluzioni in grado di fornire risposte al problema abitativo assicurando, allo stesso tempo, un basso impatto ambientale e un modesto esborso con il coinvolgimento e la partecipazione diretta degli interessati alla risoluzione del proprio disagio abitativo.

In Italia e in Europa vi sono state numerose esperienze di questo tipo: a Roma, a Trieste e Bologna; altre esperienze sono state realizzate in Calabria, a Torino e in molte altre regioni come la Campania, la Puglia e le Marche si stanno avviando e concludendo cantieri di autocostruzione.

Il principio è semplice: un gruppo di persone senza casa si accorda con la proprietà di un immobile (pubblico o privato), le persone si impegnano a ristrutturare l’immobile, il proprietario si impegna a lasciarli vivere nell’immobile ristrutturato per molti anni scalando il valore dei lavori
eseguiti dal costo dell’affitto.

Gli autorecuperatori formano una associazione di promozione sociale che sottoscrive una convenzione che prevede l’assegnazione per almeno 30 anni degli stabili degradati da ristrutturare.

L’associazione si impegna a realizzare gli interventi direttamente o tramite imprese specializzate e Il contributo complessivo dell’associazione alla realizzazione dell’intervento (lavoro diretto dei soci e opere specialistiche in appalto nelle modalità definite dalla DGR 251/2015 Linee di Indirizzo per La Sicurezza nei cantieri di Autocostruzione e di Autorecupero) verrà scomputato dagli affitti futuri: al termine dei lavori infatti i soci diventano assegnatari degli alloggi ristrutturati e al termine dello scomputo pagano gli affitti previsti dalla legge regionale.

L’intervento è vantaggioso per l’inquilino quando i costi della ristrutturazione ripartiti tra i soci assegnatari risultano molto inferiori ai costi d’affitto di mercato; per ottenere questo risultato è pero necessario che ogni socio si impegni a sostenere le spese per i materiali e a fornire un certo numero di ore di lavoro il cui valore non verrà retribuito ma sarà conteggiato nello scomputo dell’affitto.

Ogni progetto quindi dovrà essere definito con il coinvolgimento dei soci perché si abbia la certezza che i partecipanti siano in grado di sostenerne l’impegno.

A Firenze il bando regionale dell’autorecupero ha interessato cinque stabili di cui tre occupati da anni da trentasette famiglie in condizioni di precarietà abitativa; per queste persone l’autorecupero ha significato una soluzione alternativa allo sgombero forzato e per gli enti proprietari ha rappresentato l’opportunità di riqualificare a costo zero i loro immobili nonché la risoluzione definitiva delle vertenze.

Per le istituzioni di governo locale questa esperienza può dare vita ad una politica di intervento che supera le logiche assistenzialistiche attraverso il coinvolgimento diretto dei portatori di bisogno nella realizzazione e progettazione dell’intervento.

Dal punto di vista macro-economico l’autorecupero assume il significato di un particolare procedimento che permetterebbe la produzione di alloggi a basso costo per categorie sociali svantaggiate, a condizione che queste partecipino con la propria forza-lavoro al processo produttivo.

Dal punto di vista micro-economico le ricadute territoriali sono prevalentemente orientate sulla produzione e commercializzazione al dettaglio dei componenti e prefabbricati low-tech ed all’impiego delle micro-imprese (artigiani-lavoratori autonomi) del comparto edile.

Dal punto di vista dei rapporti sociali l’autorecupero rappresenta un un’esperienza di rafforzamento delle relazioni interpersonali che genera identificazione e senso di appartenenza alla comunità, integrazione e multiculturalità con interessanti opportunità autoformative che investono anche gli aspetti occupazionali spesso correlati al disagio abitativo.

Dal punto di vista ecologico costituisce un ottimale strumento di rigenerazione urbana dal basso, un antidoto ai processi di gentrificazione e di desertificazione urbana, dove riciclo e riuso diventano aspetti centrali dell’intervento di autorecupero contribuendo alla creazione di economie circolari.

Insomma, nonostante tutte queste potenzialità, questa trentina di alloggi che si realizzeranno in autorecupero se confrontati con le sessanta case popolari svendute dal comune deportando i suoi abitanti fuori dal centro storico, sembrano una goccia che si disperde nel mare delle miopi ed anacronistiche politiche di governo ancora incentrate sulle grandi opere e sulla privatizzazione del patrimonio, dove tunnel, gallerie, aeroporti, megastazioni e inceneritori attivano milioni di investimenti riversandone sugli abitanti i costi sociali ed ecologici.

Eppure abbiamo fatto un piccolo passo in direzione diversa, e se ne seguiranno altri, prima o poi cambieranno direzione anche gli altri … e citando Yona Friedman: se alcuni tentativi e riflessioni possono così aiutare (..) allora gli sforzi di quanti avranno fatto queste ricerche non saranno stati vani. Ma se i loro tentativi non hanno seguito, non è il caso di dare a questo troppa importanza: l’architettura di sopravvivenza si sta comunque già realizzando.

I tecnici scalzi delle Associazioni Il Melograno, Co-Habitat, Un Tetto Sulla Testa:
Arch. Dariuche Dowlatchahi,
Arch. Sandro De Marzi,
Arch. Pasquale Dinoi,
Ing. Franco Matteoni,
Ing.Jr. Alessio Luli

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