Vittoria alla ZAD. Ma la lotta (per la terra) continua

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Lettera aperta ai comitati locali e a tutti quelli che vorrebbero capire cosa sta succedendo alla ZAD (zone à defendre, zona da difendere) di Notre Dame des Landes a Nantes. 

La lotta contro il progetto di costruzione di un nuovo aeroporto nella zona di Nantes, in Francia, nel corso degli anni è diventato anche un laboratorio sperimentale per nuove forme d’organizzazione e di vita. Gli occupanti e attori di questa storica bagarre hanno costruito un progetto collettivo su terre che sono stati in grado di difendere dall’aberrazione economica neo-liberale. Quest’anno il progetto dell’aeroporto è stato finalmente accantonato, ma la volontà dello Stato Francese è quella di un ritorno alla normalità, costi quel che costi. La lotta non è ancora finita…

Maggio 2018. Sembra difficile capire e seguire da lontano quel che succede negli ultimi mesi qui alla ZAD di Notre Dame des Landes. Per questo vorremmo cercare di presentare in questo testo quello che crediamo stia accadendo, anche se non siamo tutti d’accordo e che, anzi, le opinioni tra noi occupanti sono molto divergenti tra loro.

Vittoria e paure. Il 17 gennaio 2018, quando fu annunciato pubblicamente l’abbandono del progetto d’aeroporto, è stato per tutti i movimenti l’annuncio della vittoria di una lunga battaglia, destinato a rinforzare e rimotivare molte altre lotte di questo genere. Almeno per una volta, una lotta era riuscita a vincere contro un progetto di Stato, sostenuto dalle grandi imprese. Ma per molti di noi, la fase successiva a quest’annuncio si presentava difficile e piena di preoccupazioni. Il governo annunciava infatti nello stesso tempo un «ritorno allo stato di diritto» proprio in questo luogo dove tutte le decisioni sono sempre state prese esclusivamente dagli abitanti del posto. Come avremmo potuto continuare a portare avanti quello che avevamo materialmente e umanamente costruito in questa zona ? Molti di noi hanno scelto di vivere qui e non solo per opporsi ad un progetto d’aereoporto. In che modo avremmo portato avanti la lotta contro il «loro mondo», soprattutto nel contesto attuale della politica di Macron e dello sviluppo mondiale del liberalismo?

Tutto è precipitato: la strada e compagnia bella

Da qui in poi il ritmo, quello dettato dal governo nel quale ci siamo ritrovati immersi, è diventato molto serrato e ci è spesso mancato il tempo per discutere insieme di tutte quelle decisioni politiche difficili e complesse di fronte alle quali ci siamo trovati e che spesso comportavano un problematico compromesso coi nostri ideali. Una delle decisioni più dure è stata quella di abbandonare la strada che avevamo parzialmente occupato dal 2013 (la D281 «la strada a zig zag»). Alcuni di noi erano convinti che questa remissione avrebbe significato l’abbandono di uno dei punti strategici più forti della ZAD e quindi un regalo allo Stato che si preparava alle espulsioni promesse dopo l’annuncio dell’abbandono del progetto. In seguito alle forti pressioni e alle convinzioni di una parte del movimento, la D281 è stata liberata dai suoi ostacoli sotto l’occhio attento dei gendarmi che hanno approfittato di questo momento per installarsi sulla zona. Le paure a proposito dello sgombero si sono in seguito confermate: la polizia non se n’è mai andata dalla strada, ne ha approfittato per fare i suoi reperaggi, tagliare in due la zona (operazioni utili per le espulsioni che son seguite) e per abituare la gente alla loro presenza sul posto.

Negoziati. Già prima dell’annuncio dell’abbandono del progetto, il movimento contro l’aeroporto e le assemblee degli utilizzatori avevano deciso di formare una delegazione tra tutte le parti in causa per discutere di fronte allo Stato dell’avvenire della ZAD senza aeroporto. Dopo una serie di dibattiti difficili, anche gli occupanti della ZAD hanno deciso di partecipare a questa delegazione. Alcuni di noi pensavano che fosse importante restare tutti uniti per poter continuare insieme a immaginare il «poi», per altri restava inconcepibile scendere a patti con lo Stato e tentare una serie di negoziati con il Prefetto.

La delegazione si è comunque formata in mezzo a mille difficoltà e ha presentato 3 grandi rivendicazioni di base: innanzitutto il rifiuto delle espulsioni in favore di una ricerca di regolarizzazione per tutte le soluzioni abitative; la non-attribuzione delle terre in modo da lasciare il tempo al movimento di costituire un’entità giuridica capace di gestirle e per finire, l’amnistia per tutte le persone vittime della repressione durante gli scontri degli anni precedenti. La Prefettura non ha voluto cedere su nessun punto, a parte sul blocco della proprietà fondiaria e non ha voluto intender parola sul progetto di «gestione collettiva».

Conflitti intestini. Dal momento in cui l’annuncio dell’abbandono del progetto d’aereoporto è stato pronunciato, è venuta a mancare la ragione più significativa, quella che cementava insieme le persone all’interno di ogni gruppo e i diversi gruppi tra loro. Adesso vengono fuori i disaccordi e nascono conflitti interni. Sulla ZAD alcuni si dicono disposti a scendere a compromessi, quindi accettare una sorta di «legalizzazione» per garantire la sicurezza della propria installazione; alcuni accettano solo i compromessi ritenuti «compatibili» con il collettivo, altri, invece, vogliono rimanere coerenti alle proprie idee senza piegarsi alle esigenze di un sistema che si vuol combattere e quindi , dicono, meglio farsi espellere degnamente rimanendo «pirati».

All’interno delle associazioni, alcuni sono pronti a battersi per il futuro della ZAD, un futuro come l’avevamo immaginato e scritto insieme, mentre altri sognano invece che, adesso che il progetto d’aereoporto è stato bloccato, tutto finisca, torni come prima, magari con qualche installazione agricola in più.

La prima ondata di espulsioni. La prima fase di espulsioni del 2018 inizia il 9 aprile; mentre la sera del 12 la Prefettura annuncia la fine delle operazioni guidate dalla gendarmeria. In questo lasso di tempo si sono registrate più di 200 persone ferite dalle forze dell’ordine, 60 persone arrestate e circa un terzo della ZAD raso al suolo. Durante questa settimana ci sono state ovunque delle manifestazioni di sostegno: in Francia e in Belgio e anche a Lisbona, Vienna, Tunisi e Londra davanti alle ambasciate francese e azioni in Chiapas, Palestina, India, Quebec Grecia e altri paesi.

Occupazione militare, repressione e resistenza. L’occupazione militare è iniziata dal momento in cui la strada è stata «riaperta», ma dopo la prima ondata di espulsioni e la tregua decretata dalla Prefettura si è passati ad un altro tipo di pressione. L’intento sembra esser quello di portare avanti una «guerra psicologica» con immagini meno violente, un’occupazione quotidiana che mostri la forza di Stato grazie ad una sfilata di autoblindati, furgoni, elicotteri e droni a go-go. Le ragioni addotte per giustificare questo dispiegamento di mezzi sono quelle di «garantire la circolazione sulle strade», la pulizia dei detriti delle installazioni rase al suolo e il colmo, per proteggere coloro che hanno presentato un legale progetto d’installazione dagli «squatters». Nel frattempo ci sorvegliano, ci feriscono e ci arrestano, bloccano le strade principali e quelle secondarie, cosa che rende il nostro quotidiano e il lavoro nei campi duro e difficile. Noi abbiamo resistito a quest’occupazione. Abbiamo costruito barricate con tutti i mezzi a disposizione e trincee sulla strada, ogni giorno, ogni volta che i gendarmi se ne andavano. Ogni giorno nuovi scontri.

I moduli. I famosi «moduli» per la richiesta di legale installazione di cui tutti parlano, sono semplicemente delle dichiarazioni d’intenzione per dei progetti agricoli che permetterebbero ai richiedenti d’ottenere delle Convenzioni d’Occupazione Precaria (COP). Si tratta di contratti gratuiti che danno pochi diritti e che lo Stato può annullare in qualche giorno. Inoltre non c’é mai stata nessuna garanzia da parte dello Stato sul fatto che le dichiarazioni d’intenzione si sarebbero trasformate in COP. Appena prima dell’ondata di espulsioni, l’assemblea degli utilizzatori aveva inviato una richiesta di occupazione precaria collettiva che avrebbe dovuto comprendere tutte le terre e le abitazioni della ZAD, a nome dell’«Associazione per un futuro comune delle terre» che era stata creata come porta-voce delle decisoni dell’assemblea. Successivamente alla prima ondata di espulsioni, la delegazione chiese un appuntamento alla Prefettura per il 18 aprile ma, in quest’occasione, qualsiasi tipo di convenzione collettiva fu rifiutata in blocco.

Il giorno dopo, in occasione dell’assemblea generale degli occupanti, abbiamo deciso di compilare i moduli in modo da coprire tutta la ZAD. Il solo modo per riuscirci era di firmare tutti insieme, oppure di non firmare in blocco, in modo che tutti i progetti risultassero saldati tra loro e questo continuando a resistere e a mobilitarsi sul terreno stesso. I moduli presentati contenevano progetti agricoli, artigianali e culturali, ma solo quelli agricoli sono stati presi in considerazione.

La seconda ondata di espulsioni. Dopo la prima ondata, il governo ha lanciato un ultimatum (il 14 maggio) contro coloro che non si fossero integrati nel quadro delle proposte avanzate dallo Stato (Benjamin Griveaux, portavoce del Governo, 24 aprile). La mattina del 17 maggio centinaia di gendarmi attraversano le barricate a piedi e circondano il bosco di Rohanne. Sgomberano gli abitanti e distruggono quattro luoghi nei dintorni del bosco. Tra gli attacchi lampo di 2000 gendarmi che raggiungono facilmente i loro obbiettivi e la nostra debole mobilitazione, il bilancio è amaro: tutti i luoghi che non avevano presentato il famoso «modulo»vengono sgomberati e distrutti.

E adesso? Adesso non sappiamo più a che punto siamo. Siamo spossati dai conflitti e dalla fatica accumulata in seguito a queste settimane di sgomberi e di presenza delle forze dell’ordine. Ma c’é ancora tanta gente che viveva qui e che rimane, determinata a farlo costi quel che costi, con la voglia di costruire qualcosa e di continuare a lottare. C’é ancora voglia di rimanere uniti. Molti di noi vogliono continuare a difendere questa zona dove c’é spazio per le diverse posizioni sociali, le diverse situazioni e opinioni, un luogo dove rimanere legati ad altri tipi di lotta, simili al nostro. Negli ultimi tempi abbiamo spesso l’impressione di poter solo scegliere se ammalarci di peste o di colera, ma in realtà ci sono ancora tante cose da tentare, insieme a tutti quelli che vorranno.

*Alcuni occupanti della ZAD

Ringraziamo Barbara Vecchio per averci segnalato e tradotto (e adattato) la lettera da N.D. des Landes.

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Movimento di controffensiva rurale a una grande opera inutile e dannosa: l'aeroporto internazionale di Notre Dame des Landes.

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