BlacKkKlanskman, il grido di Spike Lee contro il razzismo

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Spike Lee è forse il regista afroamericano più famoso del mondo, è stato capace di raccontare la sua Brooklyn degli anni ‘80 intrisa di razzismo, ha portato sul grande schermo la vita di Malcolm X, ha realizzato in parallelo documentari e opere di finzione, sempre impegnato in politica con l’dea che il cinema abbia una funzione educativa, e quest’anno ha realizzato uno dei suoi film film più importanti BlacKkKlanskman

Ron Stallworth è un giovane poliziotto ambizioso, il primo afroamericano della polizia di Colorado Springs, sottovalutato e sottoimpiegato, che diventa membro del Ku Klux Klan per fare un’indagine. Una storia così sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa, dal puro e semplice procedural drama alla commedia; Spike Lee invece ne fa un film politico che, raccontando una storia accaduta alla fine degli anni 70, ci parla in realtà dell’America di oggi e non solo, forse anche di noi e dei rigurgiti razzisti e fascisti che vediamo ogni giorno nelle nostre città.

Dopo l’uscita del film Malcolm X nel 1992 Lee rilasciò una lunga intervista alla rivista Cineaste parlando del valore politico dei suoi film e del suo impegno civile, dove tra le altre cose diceva ‘Volevo semplicemente collegare il film al presente. Non volevo che fosse solo un documento storico. E’ per questo che apriamo il film con le immagini del pestaggio di Rodney King (avvenuto nel’91) e con la bandiera americana in fiamme, e lo concludiamo all’interno delle aule di diverse scuole da Harlem a Soweto’. 

Anche Blackklanskman è un film ambientato nel ’79 ma realizzato per parlare di oggi e soprattutto al pubblico di oggi. Anche stavolta il film si chiude con immagini di repertorio, quelle di Charlottesville e delle violenze dei suprematisti bianchi, dell’uccisione di Heather Heyer travolta dall’auto di uno dei razzisti e infine di Trump che condanna le violenze da entrambe le parti.
Spike Lee richiama tutti all’azione con un film necessario ed allarmante, infatti se negli anni ’70 il Ku Klux Klan poteva essere indagato ed infiltrato, oggi dopo 40 anni un loro simpatizzante siede alla Casabianca.

Sono tanti i piani che si intrecciano in questo film ma i due assi portanti sono la cultura nera, il black power e il cinema, il potere dell’immagine. Spike Lee li conosce bene entrambi e questo gli ha permesso di costruire un film perfetto, bello da vedere e con un messaggio potentissimo. Sono due le scene in cui Lee immerge lo spettatore nella cultura e nell’estetica afroamericana: il discorso di Stokely Carmichael delle Black Panther, che nel decennio precedente aveva cambiato il suo nome in Kwame Ture e la scena nel club in cui Ron e Patrice, presidente dell’unione studentesca nera, ballano sulle note di Too Late to Turn Back Now di Cornelius Brothers & Sister Rose.

Durante il discorso di Ture, che infiamma i giovani spettatori, invitandoli a vedere la propria bellezza, la bellezza nera, diversa dagli stereotipi della cultura WASP dominante, si staccano dallo sfondo nero i volti degli spettatori attenti e orgogliosi. La scena successiva si svolge appunto nel club e con uno stile che ricorda i videoclip della discomusic dell’epoca, la fotografia richiama i colori del discorso di Ture con il nero di fondo, illuminato in questo caso dalle luci della discoteca, e poi volti e corpi che si mischiano attingendo ad una palette di colori che va dal rosso, al giallo, all’arancio. Durante quel ballo non si può fare a meno di pensare quanto Lee sia un grande regista quando naviga in acque conosciute e di come sia capace di mostrare anche a noi bianchi della vecchia Europa la potenza e l’orgoglio di una comunità che ha subìto e continua a subire il fortissimo razzismo della società occidentale.

L’altro pilastro del film è senza dubbio la potenza del messaggio cinematografico e per farci arrivare questo messaggio forte e chiaro il regista scomoda due film cardine della cinematografia hollywoodiana Nascita di una nazione di David Work Griffith e Via col vento di Victor Fleming.

Chiunque abbia anche soltanto sfogliato qualsiasi libro di storia del cinema sa che sicuramente si parlerà di Griffith e del suo colossal dell’era del muto che racconta la guerra d’indipendenza americana mostrando i neri come dei subumani dagli istinti animali, ubriaconi e stupratori (di donne bianche ovviamente) e gli uomini del Ku Klux Klan come eroi salvatori. Lee in un montaggio alternato serrato giustappone la proiezione del film ad una riunione del KKK con i presenti che inneggiano alle uccisioni dei neri alla visita presso la Black Student Union di un anziano attivista Mr. Turner, interpretata ad un’icona, Harry Belafonte, che, nel 1916, da giovane, assistette al linciaggio di un amico, Jesse Washington. Turner descrive il linciaggio nei dettagli e anche tutto quello che avvenne dopo: la commemorazione del linciaggio nelle cartoline, la vendita di parti dei resti di Washington come ‘ricordi’. L’uomo di fronte ad un platea di giovani afroamericani punta il dito proprio contro La nascita di una nazione che ebbe un ruolo importante nel nutrire odio razzista e nel dare nuova linfa vitale al KKK. Per comprendere però la diffusione e la popolarità del film basti pensare che Woodrow Wilson lo vide in una proiezione privata alla Casabianca. Spike Lee ha un conto aperto con Griffith tanto che il film che realizzò come tesi per la NYU The Answer ha come protagonista un regista e sceneggiatore nero ingaggiato per realizzare un remake di Nascita di una nazione.

L’altro grande classico con cui si confronta Lee è Via col vento, tanto che BlacKkKlanskman si apre con la scena da manuale del cinema di Rossella O’Hara in mezzo ai soldati sudisti feriti e sconfitti alla stazione di Atlanta. Rossella avanza mentre la camera si allontana sempre di più fino a confondere il suo abito rosa nella marea umana dei feriti; infine la camera si ferma e inquadra una bandiera confederata lacera ma che sventola ancora indomita. La scena è senza dubbio visivamente bellissima, un classico di un’epoca in cui per girare un film non si badava a spese, ma quella bandiera che sventola è il richiamo ad una cultura razzista. Eccolo il ruolo del cinema nel diffondere idee e cultura nelle masse, chi ha letto l’autobiografia di Malcolm X ricorderà l’episodio in cui esce dal cinema in cui proiettavano Via col vento preso in mezzo tra vergogna e rabbia ‘Ero l’unico nero in tutta la sala, e quando entrò in scena Butterfly Mc Queen mi sentii sprofondare sotto il tappeto’. Malcolm X, Autobiografia

Dopo il film su Malcolm X, dopo Bamboozled, dopo il documentario Four Little Girls sulle 4 ragazzine nere uccise nel 1963 da una bomba del KKK in una chiesa battista a Birmingham in Alabama, dopo qualche scivolone, Spike Lee torna con un film dal chiaro messaggio politico, con un j’accuse contro la presidenza Trump ma non solo. Per dirla con Richard Brody, critico cinematografico del New Yorker, ‘Lee non incolpa solo i propagandisti come il fittizio Beauregard o il vero David Duke; incolpa il cosiddetto mainstream liberale, sia in politica che nelle forze dell’ordine, nei media e nel cinema, per la noncuranza, per la deliberata ignoranza, per l’aver messo convenienza e profitto davanti alla verità e alla giustizia.

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