La saponificatrice

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La villa si ergeva sulla città e dalla città alla villa c’era un’erta che Marcovaldo non si sentiva di affrontare in bicicletta, perciò scese e la condusse a mano senza staccare la dinamo perché il faro gli serviva per non inciampare nei tronchi bagnati che iniziavano a disfarsi nella melma di foglie.
Era autunno.
Il silenzio dell’ora avvolgeva lui e la bici come aria salmastra, tra i lampioni lontani i clacson facevano presagire l’esistenza di altri esseri umani.
“Beati loro!” Sospirò Marcovaldo, “Se ne stanno comodi negli abitacoli mentre io arranco e non vedo ancora la svolta!”.
La svolta conduceva alla sala dove d’estate andava a sentire i concerti e quella sera le poesie.
Ampia, gelida e vuota, soffocata da graticci metallici che abbassavano il soffitto fino alla porta del bagno e appena ravvivata da un banchetto di bibite a cui era stato conferito un tocco di femminilità con una tovaglia a righe.
Sembrava di essere allo stadio per una partita di beneficenza.

Lots of bokeh exploding from the bubble gun.

Tra le molte sedie vuote qualcuno aveva preso posto e si guardava intorno speranzoso di vedere arrivare un amico.
Le mezz’ore passavano e la speranza lasciava il posto alla noia o all’ansia, a seconda dei temperamenti.
Marcovaldo non aspettava nessuno.
Il Denuvolis sì, lui.
Nascosto dietro un pilastro non lo vedeva e gli scrisse un messaggio:
“Anche tu imbottigliato?”
“No ma penso che berrò qualcosa.” Rispose fraintendendo.
“Ah, sei già qui!” Lo salutò il Denuvolis sporgendosi da dietro la barriera architettonica.
Marcovaldo chiese notizie sull’imbottigliamento e il Denuvolis gli spiegò che giungevano telefonate e post da persone che avrebbero voluto partecipare allo spettacolo ma erano rimaste bloccate nel traffico.
L’ingorgo si era prodotto a causa di un mezzo in avaria.
“Oddio, speriamo che non sia una petroliera!” Strillò un’impicciona alle loro spalle.
“Signora mia, casomai un’autobotte…” La riprese il Denuvolis.
“Un’autobotte o unautobotte?” Chiese Marcovaldo.
L’apostrofo non si sentì e la sventurata domandò:
“Balbetta? Mio marito è logopedista, ha un metodo nuovo, americano…”
Marcovaldo si girò sui tacchi e puntò senza indugio al tavolo del rinfresco.
Una ragazza vestita da Minnie vi stava dietro con simpatica noncuranza: mentre recitavano versi esili come steli di lavanda, lei riempiva i sacchi neri di vuoti a rendere rumorosissimi.
Non faceva danno alcuno perché la sala aveva un’acustica da ippodromo e solo le prime file potevano cogliere i fiori di quell’antologia, le ultime file chiacchieravano come a scuola.
Fuori, in piedi, qualcuno rispondeva alle telefonate dei dispersi nel traffico.
Uno sbraitava:”Ma insomma che macchina era? Un’autocisterna?”
“Lo dicevo che era una petroliera!” Sussurrò la solita signora.
Marcovaldo le fece segno di tacere per seguire la conversazione e capire se anche lì ci voleva l’apostrofo.
“La macchia per pulire le strade? Si è rotta quella? Sì? Come si chiama? Saponificatrice? Ma no, non si dice saponificatrice, quella era l’assassina, la Cianciulli…”
Ecco un’entualità che Marcovaldo non aveva preventivato: la città allagata dal sapone.
Era piovuto sapone, peggio, era sgorgato vivo come da una fonte alpina.
File di macchine si erano concesse quel rischioso autolavaggio gratis procedendo a zig zag mentre le gomme schizzavano detersivo sui finestrini e sui cruscotti di chi li aveva aperti per vederci chiaro.
Una ragazza partorì in macchina e non fu difficile  trovare un posto in cui lavare il bambino.
A un signore si stinsero i capelli e dovette rivelare la sua età alla giovane che lo accompagnava.
Due ragazzini preoccupati unicamente delle loro scarpe bianchissime se le videro smacchiare dal primo getto sfuggito all’autocisterna, ma il getto successivo le deformò riducendole a pinne.
Uomini affezionati alla piega dei pantaloni si spogliarono in macchina e scesero in mutande; chi aveva i boxer poteva sembrare un tirolese ma gli altri avevano l’aspetto di giganteschi neonati.
Tutto questo accadeva all’insaputa di Marcovaldo che affinava l’udito e il gusto sui versi di contemporanei sconosciuti di cui coglieva la buona volontà ma non la grandezza.
Una radio pirata trasmetteva in rete la voce dei poeti e nell’ingorgo si trovò qualcuno che li ascoltava.
Era lo spazzino che dovendo aspettare i soccorsi aveva sistemato volume e canale e si era accomodato come meglio poteva.
I soccorritori si presentarono con le divise imburrate di fango e sapone e poterono fare ben poco.
Uno di loro estrasse un mocio e si dette ad asciugare il mezzo di soccorso mentre gli altri si unirono allo spazzino.
Spostando la manopola si sintonizzarono sul notiziario cittadino, dove un sindaco scialbo cercava di rassicurare i cittadini parlando dell’ampliamento dei cimiteri disposto per far fronte ad emergenze come questa.
Qualcuno a quel punto cambiò canale e finì su Radio Pronobis dove un dotto teologo spiegava le intime connessioni tra l’acquaplanning e la crisi della famiglia, per poi invitare padri madri e automobilisti in ascolto a recitare il rosario e a rinnovare l’assicurazione contro furto e incendio con l’agenzia che sponsorizzava quella emittente.
Frattanto sulla scena del disastro la marea montava e lambiva gli specchietti.
Le finestre si accendevano e chi era già rincasato si affacciava per riprendere con i cellulari i disgraziati intrappolati nelle auto.
Nessuno si precipitò a salvarli, nessuno gli aprì il portone, forse avevano paura che il sapone lambendo le passatoie ne rovinasse la fibra sintetica e stinta, o che alterasse per sempre il colore delle piante da appartamento mirabilmente imitate da artigiani della plastica.
L’unico gesto di vicinanza al prossimo in ambasce si vide quando un noto attore si sporse dal tettuccio della decappottabile per recitare qualche verso della Divina Commedia ai suoi compagni di sventure e malauguratamente scelse il canto di Ulisse.
Fino a “Fatti non foste a viver come bruti” tutto bene, ma quando arrivava a descrivere come sul capo al naufrago l’onda s’vvolge e pesa, solo il rumore dei clacson lo poté salvare dal linciaggio.
Intanto anche quell’altro reading volgeva al termine.
Marcovaldo per tornare a casa doveva attraversare il tratto di città bloccato dalla saponificatrice, se voleva far presto.
La prospettiva di pedalare nel detersivo gli suggerì la strada più lunga e la percorse senza intoppi, ma quando arrivò a casa trovò dell’altro sapone esondato: cento euro di guarnizione per la lavatrice si erano rivelati una spesa inutile, ma questa è un’altra storia.

*Massimo De Micco

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Massimo De Micco

Massimo De Micco

Massimo de Micco, 1972, fiorentino, essendo cresciuto negli anni Ottanta e Novanta si ritrova una formazione psicologica, una partita iva e una ricca e variegata esperienza professionale nel campo della formazione, ma è anche illustratore,fumettista e cartoonist. Ha partecipato a iniziative culturali, sociali e politiche di varia natura, a condizione che fossero libere, solidali e auto-organizzate, dagli Studenti di Sinistra a Kykeion, da Violetta van Gogh a Black Notes, da Fuoribinario a Radio Cora. E' tra i fondatori del gruppo Palazzuolo Strada Aperta che ha dato vita in questi anni alla Book Bike e si appresta ad aprire a Firenze la Biblioteca Riccardo Torregiani.
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