Mafie straniere in Toscana? Qualche interrogativo

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Nel dibattito sulle mafie, sia sul fronte giuridico sia su quello pubblicistico e politico, uno spazio di rilievo è occupato dalle cosiddette “mafie straniere”. Le fonti giudiziarie, i rapporti della Direzione nazionale antimafia (Dna) e della Direzione investigativa antimafia (Dia) dedicano una parte specifica a queste organizzazioni criminali, riportandone le attività svolte, le principali operazioni e gli esiti dei processi che le coinvolgono. Nell’ultimo ventennio l’attenzione delle agenzie di contrasto verso questi temi è cresciuto, tanto che dalla fine degli anni novanta la Dna istituisce l’unità Nuove mafie.

Sulla base del materiale di indagine e processuale raccolto, nei documenti giudiziari si riporta che le maggiori realtà criminali straniere presenti in Italia sono: la criminalità cinese, la nigeriana, la albanese – balcanica e, in misura più contenuta, la criminalità russa e magrebina.

Le stesse fonti evidenziano che ciascuna realtà criminale ha una propria specificità connessa agli ambiti culturali di provenienza. Inoltre, i gruppi stranieri preferiscono insediarsi in regioni dove è minore la presenza delle mafie locali, eccezion fatta per la Campania che, invece, vede una forte presenza di cinesi e nigeriani; in linea generale questi gruppi non formano alleanze con le nostre mafie tradizionali e i membri sono perlopiù clandestini. Abbastanza diffusamente i gruppi riconvertono i loro capitali illeciti sia in altre attività sia in depositi presso paradisi fiscali, o, infine, inviando nei rispettivi paesi di appartenenza somme di denaro attraverso il sistema del Money transfer. Su questo ultimo aspetto nella prossima uscita ci sarà un approfondimento sulle operazioni giudiziarie Cian Ba e Cian Liu avviate nel 2009 e riguardanti capitali illecitamente trasferiti all’estero dai titolari di 318 imprese cinesi, operanti prevalentemente nel distretto del prontomoda di Prato e della pelletteria di Firenze.

Per studiosi delle scienze sociali e giuristi la mafiosità di questi gruppi è una questione di difficile risoluzione e pone interrogativi su cosa in sostanza sia la mafia.

L’ordinamento giudiziario italiano definisce la mafia con l’articolo 416 bis del Codice Penale, introdotto dalla cosiddetta legge Rognoni La Torre nel 1982, che differenzia questo reato dalle associazioni a delinquere semplici per alcuni elementi. L’articolo in questione descrive la fattispecie di reato attraverso alcuni elementi che si rivelano interessanti anche dal punto di vista sociologico, quali il vincolo associativo che mette l’accento sull’esistenza di un’organizzazione e di un’appartenenza e la condizione di assoggettamento che, invece, evidenzia il rapporto tra mafie e fronte esterno. Infatti, se il compito della magistratura è quello di dimostrare l’aderenza dei fatti alla norma, interesse delle scienze sociali è soprattutto cogliere le dimensioni sociali, politiche, economiche delle mafie, ricostruire gli attori, le relazioni con le diverse sfere della società. Elementi questi che si presentano con sfumature molto diverse nelle tre principali organizzazioni criminali italiane.

Proviamo a ragionare su questa definizione alla luce delle caratteristiche che contraddistinguono le principali organizzazioni straniere che, secondo le fonti giudiziarie, sono stabilmente presenti nel territorio toscano.

Come nel resto del territorio nazionale, anche in Toscana si riscontra per lo più la presenza di gruppi criminali albanesi, rumeni, cinesi, nigeriani, magrebini, russi.

Secondo le relazioni di Dna e Dia, i territori maggiormente interessati da queste compagini sono Firenze, Prato, Livorno (in particolare per il porto) e la Versilia, mentre le attività svolte sono soprattutto: tratta degli esseri umani, sfruttamento della prostituzione, immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù, traffico di stupefacenti e commercio di prodotti falsificati e dunque violazioni delle norme inerenti la tutela della proprietà intellettuale e la salvaguardia del commercio e dell’industria. Se escludiamo i gruppi cinesi e albanesi, non si tratta di una presenza diffusa e ramificata, nonostante i media, specie in alcuni periodi, vi abbiamo dato rilevanza. Varie testate con titoli più o meno allarmisti evidenziano come le mafie straniere sarebbero in ascesa (Corriere Fiorentino, 26/02/2006), e con i loro tentacoli si siano allungate in Toscana (L’Unità Firenze 26/02/2006 e 23/11/2007) avanzando e prendendo potere (la Repubblica 18/02/2007) seguendo cicli che risentono della pubblicazione di rapporti e relazioni sulle presenze mafiose nella regione o di risultati di indagini di importanti operazioni che riguardano anche la Toscana (vedi ad esempio la Repubblica 18/01/2018 che riporta l’operazione China Truck).

Come anticipato sopra, secondo gli inquirenti per ciascun gruppo è possibile individuare elementi distintivi che qui vediamo brevemente.

La criminalità organizzata russa è ripartita in «brigate» sparse sul territorio, che controllano, anche mediante l’affiliazione, le bande più piccole. Le cosche più potenti, sia da un punto di vista economico che criminale, sono guidate da soggetti dotati anche di un forte potere economico e che accedono alla carica tramite una cerimonia di investitura. Vige un sistema di giustizia interno, chiaramente contrapposto a quello della giustizia dello Stato, il rispetto delle reciproche competenze territoriali, la gestione della cassa comune. In posizione subordinata vi sono le autorità criminali che dirigono le bande dei «combattenti». Lungi dal riprodurre queste struttura e regole, in Italia queste presenze si concretizzano in grandi investimenti soprattutto nel campo immobiliare (in particolar modo in Versilia, in Sardegna, a Roma) e imprenditoriale. Mentre riguardo al favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, in Toscana vi sono alcune località (Montecatini Terme; Chianciano Terme; Versilia) che, per la forte presenza di night club, sono molto frequentate da giovani donne provenienti dalla Russia e dai Paesi ex URSS, che lavorano come entraineuses.

La criminalità organizzata nigeriana si basa sull’associazionismo che è caratteristico anche della comunità etnica, assume le connotazioni del network criminale, legato a lobbies, gruppi di matrice etnico-religiosa e centri di potere trasversali. In Italia, la struttura su base etnica risulta estremamente chiusa e non sono stati registrati rapporti significativi con soggetti italiani né di altra nazionalità. Inoltre, diffusa è l’omertà, alimentata da un totalizzante e superstizioso fideismo, che si estrinseca nel voodoo o nello ju-ju, anche se sono i fattori socio-economici, religiosi e politici dell’area di origine a caratterizzare la proiezione transnazionale delle reti affaristico-criminali. In Toscana queste organizzazioni si occupano prevalentemente di traffico e spaccio di stupefacenti, in quantità relativamente esigue, delineando così una fascia intermedia di trafficanti.

Per quanto riguarda la criminalità magrebina, le indagini mostrano che si occupa prevalentemente del traffico di stupefacenti ricevuti da gruppi albanesi che ne importano ingenti quantità.

La criminalità di origine romena si connota da un lato, per le conoscenze tecnologiche ed informatiche, che la pongono ai primi posti nelle statistiche che riguardano il fenomeno del cybercrime transnazionale e, dall’altro, per le grandi flessibilità organizzativa e mobilità operativa, tanto da essere considerata una tra le forme di criminalità itinerante più pericolose e diffuse in Europa. Le modalità di azione sono per lo più predatorie e si esplicitano in furti e rapine in abitazioni (talvolta molto violente), in aziende e cantieri (soprattutto di veicoli industriali, agricoli e per l’edilizia) o in autostrada e presso pubblici esercizi (sono diffusi i furti di rame), e ancora taccheggi e i borseggi. In Toscana, la presenza della criminalità romena si manifesta proprio nei furti, anche se Dna e Dia riferiscono nel periodo 2011-2017 di una sola operazione giudiziaria in merito.

Considerando i tratti brevemente presentati, la criminalità organizzata russa e nigeriana sembrano presentare nel loro Paese sia un’organizzazione sia un’appartenenza. Tuttavia, se guardiamo al tipo di presenza in Italia e in Toscana risulta difficile non solo riscontrare un’organizzazione vera e propria ma anche la dimensione dell’assoggettamento e dunque del rapporto con l’esterno, e, ancor di più, con la cosiddetta area grigia, quindi l’esistenza di rapporti di collusione e complicità con professionisti del territorio.

Se questo è il quadro generale, i due gruppi in Toscana sui quali si soffermano prevalentemente le agenzie di contrasto, per via della consistenza numerica, per il livello organizzativo più strutturato e per gli affari condotti nel territorio toscano sono quelli composti da cittadini di origine albanese e cinese, di cui parleremo più approfonditamente nella prossima uscita.

*Graziana Corica e Rosa Di Gioia

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Graziana Corica Rosa Di Gioia

Graziana Corica ha conseguito il dottorato in Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze, dove collabora con attività di ricerca. Ha svolto attività di ricerca sui processi espansivi delle mafie in aree non tradizionali, in riferimento al quale ha pubblicato Affari di camorra in Toscana. Il mercato degli stracci tra Prato ed Ercolano (con R. Di Gioia), in Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2014. Rosa Di Gioia, è metodologa della Ricerca Sociale e attualmente lavora presso l’INDIRE (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) come Esperta di Monitoraggio. Presso l’Istituto degli Innocenti e l’Università di Firenze ha lavorato su varie ricerche, attraversando diversi temi. Sul tema delle mafie ha pubblicato Affari di camorra in Toscana. Il mercato degli stracci tra Prato ed Ercolano (con G. Corica), in Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2014.

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