Gilets jaunes e l’identità della rivolta

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282.000 gilet jaunes si sono mobilitati in tutta la Francia sabato 17 novembre per protestare contro l’aumento del prezzo della benzina. Occupazioni di incroci e rotonde e blocchi stradali, “operazioni lumaca” e “operazioni pedaggio gratuito”: sono stati più di 2.000 i presidi nel paese. Quasi 400 arresti, diverse centinaia di feriti, un morto, scontri con la polizia.

Da quel giorno, nonostante una repressione crescente, il movimento non si è dato tregua. Il sabato successivo erano più di 106.000 in tutto l’Esagono secondo il Ministero dell’Interno, di cui 8.000 «saliti» a Parigi per manifestare il loro scontento. Il divieto della prefettura di avvicinarsi all’Eliseo non ha impedito ai manifestanti di prendere l’Avenue des Champs Elysées, dove violenti scontri con la polizia si sono protratti per tutto il giorno. Alcuni gilets gialli hanno già annunciato la loro intenzione di tornare a Parigi sabato prossimo…

Chi sono i gilets gialli e cosa vogliono?

Mai movimento sociale francese ha avuto una visibilità mediatica pari a quella del cosiddetto movimento dei gilets gialli. Da due settimane tutta la stampa francese è indaffarata a capire chi sono questi improbabili manifestanti che non si erano mai visti prima; una parte di loro dichiara orgogliosamente ai microfoni dei giornalisti che non aveva mai manifestato in vita sua; un movimento che si proclama “cittadino” e “apolitico” ed è nato fuori dai quadri politici o sindacali che solitamente dominano le grandi mobilitazioni del paese.

Il bilancio unanime è che si tratta di un movimento composito e proteiforme dai molti volti: donne e uomini, lavoratori dipendenti, precari, percettori di reddito di disoccupazione, inattivi, pensionati, professori, padroncini, operai. Qualche sindacalista e qualche partigiano si confondono nella massa. Sono sia di destra che di sinistra, o anche no. Il loro punto comune è uno: a malapena riescono ad arrivare alla fine del mese.

In poche parole, il popolo. Ma non tutto il popolo. Il popolo che si sta mobilitando è il popolo della Francia periferica – non quella dei grandi centri urbani ma quella dei centri minori e delle zone rurali – una parte del paese che solitamente non si vede e che oggi si solleva e indossa un gilet giallo fluorescente per essere visibile, uno di quei giubbotti catarifrangenti che ogni automobilista è obbligato a tenere in macchina.

Si sono incontrati e organizzati sui social – su Facebook sono apparsi da qualche settimana decina di gruppi di gilets gialli per ogni département – e a volte hanno fatto qualche assemblea di preparazione prima di ritrovarsi per strada all’alba del sabato 17, giorno di inizio del movimento.

I gilets gialli si sono organizzati per protestare contro l’aumento del prezzo del carburante. E hanno buone ragioni: il prezzo del gasolio quest’anno è aumentato del 23% e la benzina del 14%in Francia, a causa del balzo del prezzo del barile di petrolio. Inoltre, il governo ha annunciato di recente che i prezzi di gasolio e benzina aumenteranno ulteriormente – rispettivamente di 4 e 7 centesimi a litro in più – presentando l’aumento come rivolto a finanziare la transizione energetica in senso ecologico.

Quest’annuncio ha provocato, poco sorprendentemente, un largo scontento nelle classi basse e medie, in particolar modo quelle della Francia periferica, sulle quali le spese di trasporto incidono tanto, perché si tratta di persone che devono spostarsi ogni giorno per chilometri e chilometri e sui cui redditi l’aumento del prezzo del carburante incide necessariamente di più.

Dal punto di vista vertenziale i gilets gialli vogliono innanzitutto l’abrogazione di questa nuova “tassa carbonio”. Ma dietro la rabbia c’è altro. La benzina è solo “la goccia d’acqua che ha fatto traboccare il vaso”, come ribadiscono continuamente da dieci giorni i gilets gialli e i loro sostenitori per giustificare le loro azioni, che hanno creato non poco scontento.

Dalle tanti voci che si sono fatte sentire nei giorni scorsi emerge chiaro il sentimento di esasperazione, la sensazione di essere l’oggetto di esclusione e di disprezzo, in particolare da parte di quella classe politica verso la quale si avverte un rigetto generalizzato. Sono molto numerosi i gilet gialli che reclamano la destituzione del governo e del Presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Ricordano continuamente che Macron è stato eletto con un consenso basso (solo il 24% dei francesi lo hanno votato) e che la sua legittimità è scarsa. Ormai c’è una parola d’ordine scandita da tutte e tutti, sui Champs Elysées come in provincia: “Macron, démission!”.

Questo sentimento di esasperazione è il risultato di anni di politiche fiscali e sociali che hanno progressivamente strozzato le classi basse e medie. Appena giunto al governo, Macron ha abolito la Tassa patrimoniale di solidarietà (ISF), regalando 4 miliardi di euro ai più ricchi; ha anche potenziato il Credito d’imposta per la solidarietà e l’occupazione (CICE), il programma di taglio dei contributi dovuti e di sgravi fiscali che permettono di trasferire 41 miliardi di euro all’anno alle imprese francesi, incluso le multinazionali.

Poco dopo, con la legge di bilancio 2018, Macron ha instaurato una flat tax che ha permesso un abbassamento dell’imposizione fiscale sul capitale, regalando altri 10 miliardi di euro ai più ricchi. Nello stesso tempo ha aumentato il Contributo sociale generalizzato (CSG, una tassa sul reddito) dei pensionati, mentre le pensioni hanno smesso di essere indicizzate sull’inflazione; ha soppresso i contratti sussidiati (che permettevano ad una fascia consistente di persone di lavorare con un contratto in parte finanziato dagli enti pubblici); ha abbassato l’entità dei contributi alloggio (APL) di 5 euro al mese per i più svantaggiati. Come se non bastasse, la nuova “tassa carbonio” andrà a pesare molto di più sui budget delle classi medie che su quello delle classi agiate – 5 volte di più per la precisione. Eppure il governo non prevede alcuna misura per controbilanciare questa evidente disparità di trattamento – per esempio dando aiuti alle famiglie più modeste.

L’effetto di queste politiche, prosecuzione di quelle già attuate dai precedenti governi Sarkozy e Hollande, è un aumento fenomenale delle diseguaglianze. Mentre le più grandi fortune di Francia si sono moltiplicate per 10 negli ultimi 20 anni,1 nello stesso lasso di tempo le classe medie e le classi popolari hanno visto i loro redditi precipitare.

Secondo un recente studio dell’OFCE e dell’INSEE, il potere d’acquisto – ossia il reddito disponibile – delle famiglie francesi è calato di 440 euro all’anno tra il 2008 e il 2016. In questo contesto, sorprende assai poco il sentimento di ingiustizia e di umiliazione che si va diffondendo. Soprattutto se pensiamo che durante la sua campagna presidenziale Macron ha promesso di aumentare il potere d’acquisto dei francesi.

L’immagine di “presidente dei ricchi” e di presidente arrogante calza ormai a pennello sull’immagine pubblica di Macron, e la frattura che si è determinata tra il popolo e l’élite di privilegiati da lui rappresentata è stata ulteriormente approfondita da una serie di scandali fiscali che hanno scandito la vita politica francese degli ultimi anni: l’affaire Bettencourt, l’affaire Thévenoud, l’affaire Cahuzac. Nel frattempo, l’occupazione tarda a ripartire.

Negli anni i vari governi che si sono susseguiti non mai hanno smesso di affermare che i regali fiscali alle imprese e ai più ricchi avrebbero stimolato gli investimenti, rilanciato la crescita e creato nuovi posti di lavoro. La verità è però diversa: stiamo ancora aspettando il milione di impieghi promessi da Hollande e dal suo allora consigliere Macron grazie alla creazione del CICE nel 2012.

Il movimento non si limita alla Francia esagonale; ha raggiunto i territori d’oltremare (le ex-colonie), in particolare l’isola de La Réunion che è scossa dalle manifestazioni forse più che nella Francia continentale. In questo territorio dove il tasso di disoccupazione è molto alto la povertà è endemica – il 42% delle persone vive sotto la soglia di povertà – e dove i prezzi aumentano in continuazione, in particolare quelli della benzina, del gas e dell’elettricità, il movimento dei gilets gialli ha preso delle proporzioni impressionanti.

Scontri con le forze dell’ordine, macchine incendiate e autoriduzioni nei centri commerciali, introduzione già da martedì scorso di un coprifuoco imposto dal prefetto dell’isola… il movimento non si limita più alla questione del prezzo della benzina. E infatti, benché il consiglio regionale abbia annunciato, già da mercoledì 21 l’ottenimento in deroga del blocco dei prezzi del carburante per i prossimi tre anni, le tensioni non si sono affatto placate. Questo in primo luogo è dovuto al fatto che i gilets gialli chiedono un abbassamento, e non solo un congelamento, del prezzo della benzina.

Ma c’è anche un altro elemento: le rivendicazioni del movimento vanno ben oltre la benzina, riguardano le diseguaglianze, il caro-vita, l’accesso al lavoro, e una più generale domanda di rispetto e di poter vivere una vita degna.

Questi territori, cosi come quelli della Francia periferica e rurale, hanno sofferto particolarmente la degradazione dei servizi pubblici organizzata dai governi da oltre un decennio. Dove ospedali, tribunali, o stazioni ferrovie chiudono, è proprio il servizio che l’imposta dovrebbe finanziare che scompare dalla quotidianità delle persone. E’ così che il sentimento del “contratto sociale” si affievolisce fino a svanire, lasciando il posto alla rabbia.

Da ieri, lunedì 26 novembre, i gilets gialli si sono dotati di otto “portavoce nazionali” nominati su Facebook e incaricati di avviare un dialogo con il governo. Pur essendo la loro rappresentatività contestata all’interno del movimento, questi portavoce hanno chiesto un incontro con il governo per portare le rivendicazioni dei gilets gialli.

Le due proposte principali formulate ad oggi sono l’abbassamento di tutte le tasse e la creazione di un’“assemblea di cittadini” per discutere della transizione ecologica, della presa in considerazione della voce dei cittadini, dell’aumento del “potere d’acquisto” e della rivalorizzazione del lavoro. Tra i temi che quest’assemblea dovrebbe discutere c’è il divieto di utilizzo del glifosfato, la commercializzazione di bio-carburanti, la soppressione del Senato, l’organizzazione di referendum frequenti al livello nazionale e locale, l’aumento di sovvenzioni per la creazione di lavori non-precari a tempo determinato e indeterminato, il rispetto della parità di genere e dell’eguaglianza di trattamento, un innalzamento del salario minimo, e un abbassamento dei contributi sociali per i padroni.

Verso una convergenza delle lotte?

È dunque tutta la politica del presidente dei ricchi, dell’anti-Robin Hood che ruba ai poveri per dare ai ricchi, che è chiamata in causa? Non si contano più i cartelli e gli slogan che invocano le dimissioni di Macron. Da un lato, dunque, questo movimento potrebbe apparire in continuità con gli altri movimenti di contestazione che hanno scosso il paese negli ultimi anni.

In effetti, la Francia è in fibrillazione da molto prima del 17 novembre, a causa degli attacchi che i lavoratori hanno subito e continuano a subire, delle due leggi sul lavoro, della riforma dell’accesso all’università, della repressione del dissenso operata in nome della lotta al terrorismo, della soppressione di ospedali, tribunali e servizi sociali. Nonostante questo, la tanto ricercata “convergenza delle lotte” sembra oggi più che mai difficile da ottenere.

I gilets gialli sono guardati con una buona dose di perplessità, sospetto e diffidenza e non parliamo della condiscendenza e del disprezzo che hanno dominato il discorso mediatico, bensì di una parte consistente dei commenti provenienti dal variegato mondo della sinistra. Bisogna infatti notare che la critica ai gilets gialli è stata influenzata da un evidente disprezzo di classe. Non si contano i commenti e le battute su questi beaufs, questi “imbecilli” della “France d’en bas. Un certo sentimento di derisione ha attraversato anche i social vicini alla sinistra autonoma “di movimento”, prima della dimostrazione di forza del 17 novembre.

Certo, a volte le perplessità hanno avuto anche ragioni legittime. In primo luogo, i difensori della natura e della lotta ecologista sono a dir poco sconcertati dal clamore che sta avendo un movimento che chiede fondamentalmente di poter bruciare più carburante a minor prezzo e che sembra fottersene delle sedicenti intenzioni del governo di usare parte di questa “tassa carbonio” per finanziare la transizione ecologica.

Questo è uno dei principali motivi per cui i sindacati e le forze di sinistra inizialmente non hanno appoggiato il movimento. Di fronte all’ampiezza della mobilizzazione, però, molti hanno riconsiderato il loro posizionamento; tutte le forze politiche dell’opposizione (ad esclusione dei verdi) hanno allora mostrato un discreto sostegno al movimento, stando però attente a non essere accusate di operare un opportunistico “recupero” politico. Mélenchon, Ruffin e altre personalità della France Insoumise, nonché molti dei suoi militanti di base, hanno preso parte alle mobilitazioni a fianco dei gilets jaunes. Il sindacato moderato FO Transports ha chiamato per primo martedì a raggiungere il movimento.

Anche Philippe Martinez, il segretario generale del principale sindacato francese, la GGT, inizialmente scettico, ha finalmente espresso un prudente sostegno e chiamato ad una manifestazione unitaria il 1 dicembre. Anche dalla sinistra di movimento, sono arrivate le adesioni. Il comitato “La Vérité pour Adama” ad esempio – che lotta per ottenere giustizia e verità sulla morte del giovane Adama Traoré, ucciso due anni fa in un commissariato del quartiere popolare di Beaumont-sur-Oise nella banlieue parigina – ha annunciato che scenderà in piazza con i gilets sabato prossimo.

Malgrado queste adesioni tardive, molti a sinistra continuano a dubitare e a vedere di cattivo occhio questa mobilitazione. La caratterizzazione “apolitica” del movimento, e il fatto che molti gilets gialli dichiarino di non essere mai scesi in piazza prima, attrae al movimento le accuse di “egoismo” o di avere una natura “piccolo-borghese”. Gli stessi difensori della “convergenza delle lotte” stentano a sostenere le rivendicazioni di persone che non si sono mobilitate l’anno scorso contro la tripla offensiva del governo contro lavoratori delle ferrovie, studenti e migranti.

Soprattutto, ci sono sospetti di infiltrazione e pilotaggio dell’estrema destra – in particolare dal Rassemblement National (RN, ex-FN, Front National), il partito fascista di Marine Le Pen che era arrivato al secondo turno dell’elezione presidenziale l’anno scorso. D’altronde, si sono effettivamente verificati incidenti razzisti e islamofobi sin dal primo giorno di mobilitazione – incidenti che, contrariamente al solito, sono stati ampiamente mediatizzati. Venerdì Martinez allertava i suoi affiliati: in alcuni dei blocchi dei gilets gialli, potrebbero esserci “elementi d’estrema destra che confondono rivendicazioni e immigrazione”.

Di fronte a questi sospetti molti nell’area movimentista hanno chiamato alla prudenza, ad aspettare e vedere cosa succederà e quale direzione prenderà il movimento. È indubbiamente vero che si può incontrare di tutto sui blocchi: “apolitici” soprattutto, ma anche fascisti del RN, sostenitori della destra conservatrice dura di Laurent Wauquiez (Les Républicains), nazionalisti, oppure socialisti, insoumis, comunisti, sindacalisti, anarchici, ecc. Ma proprio per questo motivo l’atteggiamento attendista – “aspettiamo di vedere come andrà a finire” – rischia di consegnare il movimento alle tendenze reazionarie.

Il malcontento delle classi medie e popolari che hanno visto il loro “potere d’acquisto” diminuire e il loro crescente rigetto dei ceti politici sono stati il terreno sul quale in Italia si e costruita l’ascesa del Movimento 5 Stelle e della Lega, proprio perché non esisteva a sinistra una forza capace di rappresentare un’alternativa allo status quo.

Anche le critiche moraliste che tendono ad accusare i gilets gialli di materialismo e di egoismo, a vederle da vicino, vanno forse rimesse in discussione. Non era l’aumento del prezzo del pane il motivo principale che ha spinto le donne parigine a marciare infuriate su Versailles nell’ottobre del 1789 e a riportare il Re e la sua famiglia a Parigi, dove potevano essere tenuti d’occhio dal popolo? La storia delle lotte sociali è cosparsa di movimenti nati dall’esasperazione dovuta alle condizioni materiali delle classi popolari, movimenti che possono far nascere una maggiore consapevolezza, far emergere rivendicazioni più ampie, e che possono convergere con altre lotte. Oppure no. In ogni caso, queste situazioni – pur complesse e multiformi – sono espressioni di un disagio reale.

E starci dentro può essere una scelta giusta, anche se non semplice, al fine di provare ad intercettare questo disagio, fornirgli le giuste parole d’ordine, e ad evitare che siano recuperate, per esempio dall’estrema destra. I gilets gialli potrebbero in questo modo confluire in un movimento coeso che porti rivendicazioni non solo fiscali, ma anche ecologiche importanti: per esempio quella di restaurare l’ISF e di riprendere i 40 miliardi regalati alle imprese con il CICE per investirle nella transizione ecologica, di nazionalizzare la SNCF e di ri-sviluppare le ferrovie francesi, di migliorare i trasporti pubblici e renderli gratuiti, di tassare di più i voli interni e le compagnie aeree, ecc.

È anche vero che per ora la smisurata visibilità che i media hanno dato ai gilets gialli ha eclissato altri movimenti importanti che in questi giorni sono scesi in piazza in Francia. L’esempio più eclatante è quello delle manifestazioni organizzate sabato 24 in tutta la Francia per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Da mesi, collettivi e associazioni femministe varie si sono attivate per organizzare una “marea” contro le violenze sessiste e sessuali. Ad un anno dell’onda #MeToo, che in Francia ha avuto una risonanza importante, il progetto di “Nous Toutes” era di far nascere un movimento unitario e di massa, in un paese dove il movimento femminista è marcato da anni da tensioni e forti divisioni. E l’operazione è riuscita: sabato erano più di 50.000 le persone che sono scese in piazza in tutta la Francia, di cui 30.000 a Parigi. Poco rispetto alla manifestazione di Roma, ma tanto per la Francia, dove l’anno scorso in piazza eravamo poco più di 2.000.

Quello che conta notare, è che le persone scese in piazza contro il sessismo erano molte di più degli 8.000 gilets gialli che hanno marciato sugli Champs Elysées, e che nei giorni successivi sono stati la prima notizia su tutti i media.

Si possono fare molti altri esempi di lotte di massa che si sono susseguite nelle ultime settimane in Francia, e che tuttavia non hanno ottenuto la stessa risonanza mediatica di quella dei gilets gialli: gli insegnanti hanno manifestato il 12 novembre per difendere la scuola di fronte alla soppressione di molti posti; dalla Dordogne a Rouen, i postini hanno scioperato contro lo smantellamento del servizio postale pubblico; il 20 novembre infermieri ed infermiere si sono mobilitati per il finanziamento degli ospedali. Movimenti per la difesa del servizio pubblico – dall’accesso alla sanità alla formazione professionale, passando dall’assicurazione sanitaria, la giustizia “di prossimità”, il soccorso alla persona, i servizi ai disoccupati o l’educazione – e per l’aumento dei salari e il miglioramento delle condizioni di lavoro.

Pochi giorni fa, il governo ha annunciato un aumento delle spese di iscrizione all’università per gli studenti stranieri “extracomunitari”. Anche questa misura porterà a nuove proteste e mobilitazioni.

Più che una convergenza delle lotte, è una moltiplicazione delle lotte quella che sembra essere in corso oggi in Francia. Lotte con pratiche differenti – gli studenti delle grandi città non posseggono né macchine né gilets gialli – ma che esprimono tutte lo stesso scontento, la stessa rabbia verso le politiche dell’attuale governo come dei precedenti.

Perché tanta visibilità? La strategia di Macron: caricaturare per meglio regnare.

Vedremo nelle prossime settimane se la Francia periferica riuscirà ad unirsi con la Francia dei grandi centri urbani, degli studenti e dei lavoratori sindacalizzati. Per ora, il governo sembra intenzionato a non cambiare rotta. Domenica 25 la ministra dei trasporti, Elisabeth Borne, ha ribadito che il governo non tornerà indietro sulla “tassa carbonio”. Oggi, martedì, Macron ha fatto una serie di annunci sulla transizione ecologica, senza fare concessioni ai gilets gialli. Intanto, lo stato reprime e sgombera i blocchi, centinaia di persone sono state fermate dalle forze dell’ordine e alcune già condannate a pene di carcere, e il governo ha duramente condannato gli scontri avvenuti sugli Champs Elysées. Sabato sera un tweet di Macron confermava il suo sostegno alle forze dell’ordine e dichiarava: «Vergogna a coloro che hanno provato ad intimidire i deputati. Non c’è posto per la violenza nella Repubblica». Come al solito, i principali media hanno ampiamente servito la strategia del governo, focalizzando l’attenzione sulle violenze per screditare il movimento.

Ma c’è dell’altro, di più sottile e più machiavellico – e sicuramente più pericoloso – nella strategia di Macron. Nel tentativo del governo (e dei media) di dipingere il movimento dei gilets gialli come una devianza popolare pilotata dall’estrema destra, c’è una manovra per ridare consenso al partito del Presidente, la maggioranza de La République en Marche, e preparare così il terreno per le elezioni europee. Questa manovra è cominciata già da alcuni mesi, ed è da riconnettere anche alle perquisizioni subite dai maggiori esponenti della France Insoumise, la principale forza d’opposizione a sinistra. A settembre, dopo una primavera di mobilitazioni, ma soprattutto dopo l’”affaire Benalla” seguito alle rivelazioni dei video in cui si vede la guardia del corpo del Presidente picchiare manifestanti travestito da poliziotto, Macron è letteralmente precipitato nei sondaggi. Il leader della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon, invece, raggiungeva il picco dei suoi consensi, diventando così la principale e più coerente forza di opposizione a Macron.

A ottobre, il governo stava attraversando un’ulteriore crisi con le dimissioni del Ministro dell’Ambiente, il verde Nicolas Hulot – che denunciava l’influenza delle lobby sulla politica – e del Ministro dell’Interno Gérard Collomb. E’ in questo contesto che sono giunti una serie di attacchi contro la France Insoumise. Lo stesso giorno in cui Macron annunciava il rimpasto ministeriale, un clamoroso raid di polizia colpiva simultaneamente una quindicina di sedi del movimento e di domicili dei suoi quadri.

Un’operazione di un’ampiezza inedita nella storia politica francese, soprattutto se pensiamo che è avvenuta solo nel quadro di un’indagine preliminare riguardante le spese elettorali di FI.

Macron ha aperto così la sua campagna per le elezioni europee di maggio 2019, che mira a presentare il suo partito come la sola forza “progressista” contro i “nazionalismi”, appaiando il Rassemblement National e la France Insoumise nello stesso cestino “populista”.

Nel 2017, Macron è stato eletto principalmente grazie al voto contro Le Pen – come era già avvenuto nel 2002 quando Jacques Chirac vince l’elezione contro Jean-Marie Le Pen (il padre di Marine), con l’importante differenza che, mentre Chirac aveva vinto con 82% dei voti, Macron ha vinto solo con il 66%… La strategia di Macron consiste nel voler riproporre per le europee lo stesso scenario. Per questo motivo tende ad auto-rappresentarsi come “l’anti-Salvini” e l’”anti-Orban”. Eppure, la politica migratoria di Macron, quella messa in campo con la legge Asilo e Immigrazione dell’anno scorso, è perfettamente in linea con quella di Salvini o di Trump: ad esempio se si guarda alla detenzione di bambini ed al prolungamento delle detenzioni amministrative.

Di fatto, la falsa alternativa che si va costruendo al livello europeo tra Macron e Orban è identica alla falsa alternativa italiana esistente tra Renzi e Salvini-Di Maio. Il populismo identitario e xenofobo che fiorisce in tutta Europa, lungi dall’essere una reazione o un’alternativa alle politiche neoliberiste, ne è un’estensione.

Come l’ha sottolineato di recente il docente Quinn Slobodian, gli esponenti dell’Alternative fur Deutschland tedesca, cosi come quelli dell’estrema destra austriaca hanno legami stretti con la famosa Mont Pellerin Society, tempio intellettuale mondiale del neoliberismo. La flat tax voluta dal governo Salvini-Di Maio è un altro esempio della connivenza che la nuova destra identitaria intrattiene con le idee del blocco neoliberista (di centro-sinistra e centro-destra).

Le due famiglie politiche alla fine dei conti si riconoscono, sia in materia di politiche economiche che di politiche migratorie, sugli stessi obiettivi: lasciar circolare i capitali e sbarrare la strada agli esseri umani. L’Europa voluta da Salvini e Orban è la declinazione e l’estensione identitaria dell’Europa neoliberista, non il suo contrario.

E’ dunque un’Europa azzurro-bruno che si sta profilando all’orizzonte. I due blocchi, malgrado le loro complicità, competeranno nelle urne. Negli ultimi sondaggi, il partito di Le Pen è in testa delle intenzioni di voto per le Europee, davanti al partito di Macron, alla destra di Les Républicains e alla France Insoumise.

Da qualche giorno, i principali media stanno agitando lo spettro degli estremismi, quando ribadiscono che il Rassemblement National, ormai presentata come la principale forza d’opposizione del paese, agisce sotterraneamente per organizzare una sterzata violenta dei gilets gialli. Per evitare di cadere nella trappola di Macron, attiviamoci al fianco dei gilets jaunes sabato prossimo sull’Avenue degli Champs Elysées.

*Aurélie Dianara

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Aurélie Dianara è ricercatrice in Storia contemporanea all'università di Glasgow; è un'attivista femminista eletta di recente nel Coordinamento nazionale di Potere al popolo! come rappresentante degli attivisti all'estero.
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