No Tav, quando un corteo fa buona politica

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La poderosa manifestazione NOTAV dello scorso 8 dicembre a Torino non solo ha rilanciato la forza e la ragione di un movimento di lotta che dura da quasi trenta anni, ma ha fatto politica nel suo migliore significato.

Innanzitutto la dimensione del corteo ha travolto la precedente manifestazione SITAV, che aveva visto uniti PD e Lega, Confindustria e CISL e UIL, buona borghesia e fascisti. Costoro non a caso si erano ispirati alla marcia dei quarantamila, cioè alla manifestazione di crumiri organizzata dalla FIAT che nel 1980 pose fine alla lotta operaia dei 35 giorni. Da quella sconfitta dilagò la controffensiva padronale e liberista contro le conquiste del lavoro e lo stato sociale. Il mondo ingiusto e feroce di oggi è anche figlio di quella marcia.

Ispirandosi ad essa, i SITAV hanno proclamato tutta la loro identità reazionaria: essi vogliono continuare con il supersfruttamento delle persone come della natura, senza curarsi dei guasti prodotti, giunti oramai alla soglia della irreparabilità. I SITAV ripropongono un modello predatorio di sviluppo che sta precipitando nel sottosviluppo,

La contesa sul TAV vede sì contrapposti sviluppo e sottosviluppo, ma contrariamente a quanto propagandano i mass media, lo sviluppo è contenuto nella piattaforma e nelle lotte del movimento NOTAV.

Il corteo NOTAV rivendica un altro modello di società e costruisce un altro blocco sociale e politico rispetto a quello dei quarantamila. Il movimento che in Valle Susa da decenni lotta contro il progetto dell’inutile e devastante raddoppio della ferrovia tra Torino e Lione, non è solo un movimento ambientalista. Quella lotta ha elaborato un punto di vista più generale sulla società, ha criticato il modello di sviluppo liberista e le sue Grandi Opere, ha unito la tutela dell’ambiente a quella del lavoro, la difesa dei beni comuni all’eguaglianza sociale. E man mano che elaborava questo punto di vista critico sulla società dominata dal profitto e dal mercato, la lotta della Valle Susa si faceva popolare, conquistava persone ed estendeva cultura. La brutale repressione poliziesca e giudiziaria, l’occupazione militare del territorio, invece che abbattere il movimento, ne hanno rafforzato la resistenza, le convinzioni, il consenso.

Così la manifestazione di Torino ha potuto unire attorno alla lotta della Valle Susa un popolo che vuole cambiare la società e che non ne può più delle ingiustizie e delle devastazioni che il liberismo impone. C’era chi annunciava la fine di questo popolo, frantumato e disperso dalla finta contrapposizione tra chi sta con Salvini e chi con il PD, tra reazionari xenofobi e fanatici liberisti. Ma la piazza dei SITAV ha unito questi due schieramenti, quelli che si dovrebbero contendere l’Europa nel nome di un finto sovranismo contrapposto ad un finto antifascismo. E così il corteo NOTAV ha fatto riemergere un popolo che è alternativo ad entrambi gli schieramenti, un popolo non a caso solidale con i gilet gialli e allo stesso tempo totalmente avverso a Salvini e a ciò che rappresenta.

In questo modo la manifestazione dell’8 dicembre è entrata prepotentemente nella politica ufficiale, mettendo alle strette i suoi equilibri. I primi ad esserne stati colpiti sono i due soci di governo. Dopo il corteo di Torino non sarà più possibile continuare a lungo la politica del rinvio. Salvini, di fronte ad una piazza così forte, non potrà cedere senza perdere la faccia di fronte al mondo imprenditoriale da cui non può prescindere. Non basterebbero le persecuzioni dei migranti e dei poveri a coprire una resa sul TAV del ministro degli interni. Salvini deve ottenere il via libera ai lavori, solo così potrà definitivamente accreditarsi presso la borghesia italiana ed europea, come Orban ed altri suoi alleati. La conversione alla UE che il leader leghista oggi manifesta spudoratamente, non basterà ai padroni del vapore e delle opere se non sarà accompagnata da fatti. E i fatti su cui Salvini può manovrare sono solo due: la revisione della legge di bilancio ed il sì al TAV.

A loro volta Di Maio e i Cinquestelle, dopo la manifestazione sono incastrati sul fronte opposto: in Valle Susa e a Torino hanno fatto il pieno dei voti e ora chi li ha votati esige che mantengano gli impegni. Salvini e Di Maio fanno scongiuri per rinviare la decisione sul TAV a dopo le elezioni europee, ma non credo che ciò gli venga permesso. Dovranno decidere in fretta ed alla fine uno dei due perderà, catastroficamente per la propria immagine ed il proprio consenso.

Il corteo di Torino, come tutte le manifestazioni vere di mobilitazione sociale, ha fatto buona politica non solo verso il governo, ma anche verso il disastrato campo della sinistra politica e sindacale. Ha definitivamente chiarito che il PD è un avversario e che occorre costruire un campo politico non disposto a compromessi con quel partito e con il vecchio centrosinistra. Così pure la manifestazione ha posto una discriminante tra le forze sindacali lì presenti, sindacati di base e conflittuali, ed il mondo ufficiale di CGIL CISL UIL, schierato invece con il TAV.

Infine quel corteo ha posto alle forze politiche più radicali la questione del cambiamento. Esse non possono continuare a riproporre le solite aggregazioni elettorali di gruppi dirigenti, sperando così di intercettare i bisogni politici di chi scende in piazza. No questa via, già fallita nel passato, non può essere ripercorsa. Se si vuole essere interlocutori di chi ha manifestato a Torino, di chi è sceso in piazza l’8 dicembre dalla Sicilia al Veneto, bisogna guadagnare fiducia e credito con pratiche diverse dal passato. Il primo insegnamento del movimento NOTAV è la priorità ai contenuti e la radicalità nella lotta per sostenerli. È da questi contenuti e da questa radicalità che bisogna partire, è con questa buona politica che bisogna costruire.

Potere al Popolo, presente in tutte le manifestazioni dell’8 dicembre con tutto entusiasmo, è su questo terreno che ha accettato la sfida.

*Giorgio Cremaschi e Nicoletta Dosio per Potere al Popolo

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Potere al Popolo
Siamo le giovani e i giovani che lavorano a nero, precari, per 800 euro al mese perché ne hanno bisogno, che spesso emigrano per trovare di meglio. Siamo lavoratori e lavoratrici sottoposte ogni giorno a ricatti sempre più pesanti e offensivi per la nostra dignità. Siamo disoccupate, cassaintegrate, esodati. Siamo i pensionati che campano con poco anche se hanno faticato una vita e ora non vedono prospettive per i loro figli. Siamo le donne che lottano contro la violenza maschilie, il patriarcato, le disparità di salario a parità di lavoro. Siamo le persone LGBT discriminate sul lavoro e dalle istituzioni. Siamo pendolari, abitanti delle periferie che lottano con il trasporto pubblico inefficiente e la mancanza di servizi. I malati che aspettano mesi per una visita nella sanità pubblica, perché quella privata non possono permettersela. Gli studenti con le scuole a pezzi a cui questo paese nega un futuro. Siamo le lavoratrici e i lavoratori che producono la ricchezza del paese. Ma siamo anche quelli che non cedono alla disperazione e alla rassegnazione, che non sopportano di vivere in un’Italia sempre più incattivita, triste, impoverita e ingiusta. Ci impegniamo ogni giorno, organizzandoci in comitati, associazioni, centri sociali, partiti e sindacati, nei quartieri, nelle piazze o sui posti di lavoro, per contrastare la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, le discriminazioni di ogni tipo, lo svuotamento della democrazia. Crediamo nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione delle donne, degli uomini, dei popoli. Pratichiamo ogni giorno la solidarietà e il mutualismo, il controllo popolare sulle istituzioni che non si curano dei nostri interessi. 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Perché se nessuno ci rappresenta, se nessuno sostiene fino in fondo le nostre battaglie, allora dobbiamo farlo noi. Perché siamo stanchi di aspettare che qualcuno venga a salvarci… Abbiamo deciso di candidarci per creare un fronte contro la barbarie, che oggi ha mille volti: la disoccupazione, il lavoro che sfrutta e umilia, le guerre, i migranti lasciati annegare in mare, la violenza maschile contro le donne, un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente, i nuovi fascismi e razzismi, la retorica della sicurezza che diventa repressione. Abbiamo deciso di candidarci facendo tutto al contrario. Partendo dal basso, da una rete di assemblee territoriali in cui ci si possa incontrare, conoscere, unire, definire i nostri obiettivi in un programma condiviso. Vogliamo scegliere insieme persone degne, determinate, che siano in grado di far sentire una voce di protesta, che abbiano una storia credibile di lotta e impegno, che rompano l’intreccio di affari, criminalità, clientele, privilegi, corruzione. Potere al Popolo significa costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare. Per noi le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento che metta al centro realmente i nostri bisogni. Un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi. La televisione chiama “sinistra” un ceto politico che ha fatto politiche antipopolari indistinguibili dalla destra. Noi vogliamo unire la sinistra reale, quella invisibile ai media, che vive nei conflitti sociali, nella resistenza sui luoghi di lavoro, nelle lotte, nei movimenti contro il razzismo, per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace. Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni. Insieme possiamo rimettere il potere nelle mani del popolo, possiamo cominciare a decidere delle nostre vite e delle nostre comunità. Chi accetta la sfida? #accettolasfida #poterealpopolo Per sottoscrivere il manifesto compila il form qui di fianco oppure scrivi a accettolasfida2018@gmail.com

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