Martedì, 22 Maggio 2012
   
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L'interventismo del vescovo Betori non ci piace, pensi piuttosto a non discriminare nessuno

Laicità

Ad un anno dalla nomina del nuovo vescovo di Firenze, Giuseppe Betori, il quotidiano La Nazione ha chiesto un bilancio del suo operato a Ornella De Zordo, capogruppo di perUnaltracittà. Ecco il testo pubblicato nell'edizione del 9 settembre.


I rapporti tra Stato e Chiesa, dice l’articolo 7 della Costituzione, sono «ciascuno nel proprio ordine» «indipendenti e sovrani». Eppure, le gerarchie ecclesiastiche stanno progressivamente infrangendo quel patto in cui si riconoscono atei, laici, appartenenti ad altre religioni e anche molti cattolici. L’arcivescovo Betori bene interpreta questa tendenza oggi pericolosamente dominante ai vertici della Chiesa cattolica. Si è subito presentato ai fiorentini con un volto interventista: «Ci sarà una parola della Chiesa sulla realtà cittadina ogni volta che si presenterà un problema». Del resto, quando era ancora il numero due della Cei, celebrando a Gubbio il vescovo-condottiero Sant’Ubaldo, aveva parlato dei «nuovi nemici che tentano di espugnare le nostre città». Sullo sfondo il dibattito su eutanasia, aborto e Dico.

In seguito lo sentimmo anche affermare: «C’è un realismo cristiano per il quale il valore di una persona superiore anche agli interessi di tenuta di un sistema politico e alle esigenze delle stesse forme giuridiche». Il caso in questione era quello delicatissimo del testamento biologico, che Betori non esitava a trasporre sul piano legislativo: «Si faccia allora una legge chiaramente a favore della vita». Addirittura un «affronto» alla città fu da lui definita la cittadinanza onoraria di Firenze a Beppino Englaro, nel marzo scorso. E sul voto del Consiglio comunale fiorentino, che in una nota durissima della Curia veniva definito un «atto nefasto», arrivò a esprimere la sua fiducia «che ciò che possono aver pensato alcuni rappresentanti del popolo, non potrà mai essere da questo stesso popolo accettato nel suo sinistro significato». Affermando per altro quello che stava negando nei fatti: «Affrontare questi temi non costituisce da parte nostra una invasione di campo nello spazio propriamente politico».

Stessa intransigenza Betori mostrava sulle unioni gay e le coppie di fatto: «La famiglia come unione feconda di un uomo e una donna non può essere equiparata a nessuna convivenza, tanto meno di persone dello stesso sesso», disse nella messa di Natale celebrata nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, la prima del suo mandato pastorale. Mentre nel corso della tavola rotonda sull’immigrazione, promossa dalla conferenza dei prefetti della Toscana, l’Arcivescovo attribuiva alla Chiesa anche il compito di far «comprendere agli immigrati che la cultura italiana profondamente impregnata di cattolicesimo», assegnandole di fatto un compito di «alfabetizzazione culturale degli immigrati».

Con un Arcivescovo così interventista verso l’ambito pubblico, i vertici istituzionali cittadini dovrebbero misurare molto bene le distanze, ricordando che essi rappresentano tutta la cittadinanza e non solo la parte cattolica e che, qualunque sia la fede da loro professata nel privato, sono prima di tutto tenuti a salvaguardare quei principi che sanciscono la non discriminazione per ragioni di etnia, di religione, di sesso. Questo da loro ci aspettiamo e su questo dobbiamo vigilare.

Ornella De Zordo

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