di Gianni Del Panta
Il quarto appuntamento del ciclo di incontri organizzato dalla lista di cittadinanza perUnaltracittà e da Democrazia Km Zero sulla crisi economica e finanziaria che attraversa l’Europa, si struttura attorno ad un obiettivo ambizioso e complesso: mostrare come le politiche neoliberiste plasmino tutto a propria immagine e somiglianza.
La lente utilizzata per decifrare la realtà è l’urbanistica, una disciplina spesso ritenuta ingiustamente secondaria, e che è invece determinante nell’organizzazione degli spazi fisici e del contesto nel quale quotidianamente ci muoviamo. E come sappiamo una certa urbanistica, cedendo le armi ai poteri forti, ha escluso dal proprio orizzonte l’inclusione, la partecipazione, la trasparenza. In una parola ha estromesso la democrazia.
La presentazione del testo “Dove va l’urbanistica”, curato da Daniele Vannetiello e che raccoglie i contributi analitici e progettuali di venti urbanisti, è quindi una preziosa occasione, animata da Franca Selvatici, giornalista de “la Repubblica”, per ripercorrere gli effetti nefasti della perdita del controllo pubblico sulle trasformazioni urbane e territoriali: dallo svuotamento di senso ed efficacia dei Piani Regolatori al saccheggio del territorio, dal deperimento della qualità delle città storiche all’aumento della motorizzazione privata. Il frame proposto è quello di un’urbanistica che, sottratta al controllo degli organi di rappresentanza democratica ed opacizzata nelle forme di controllo, sacrifica a favore degli interessi particolaristici e privati la qualità della vita delle popolazioni. Il volume, che si compone come un collage, sprona ad una gestione sapiente ed accurata dei beni comuni: una rinascita che passa però necessariamente attraverso una nuova insorgenza democratica.
L’intervento di Pier Luigi Cervellati si struttura, non casualmente, proprio attorno al concetto di “bene comune”. Un richiamo quasi sinistro nel palazzo di un’amministrazione comunale che allegramente ignora la volontà di ventisette milioni di cittadini sulla non privatizzabilità del bene comune per eccellenza: l’acqua. Secondo l’urbanista bolognese la città che smette di essere vissuta ed avvertita come casa comune, come naturale proseguimento del proprio appartamento, cessa la sua funzione di collante sociale. Il senso di appartenenza ed orgoglio per la propria città tende quindi ad essere circoscritto e svilito ad alcuni eventi effimeri e rituali: tra questi svetta inarrivabile l’amore per la propria squadra di calcio. All’origine di questa separazione tra cittadini e città vi sarebbe quella crescente privatizzazione dell’alloggio, incentivata e coltivata dalla classe politica del nostro Paese.
Così, se nei primi anni Cinquanta risultavano proprietari della abitazione nella quale risiedevano meno del venticinque percento degli italiani, questo dato è oggi arrivato ad oltre l’ottanta percento. Un processo che, collegandosi alla crescita del comfort delle abitazioni e all’individualismo dilagante, ha generato la solitudine e il silenzio attuale delle nostre piazze. La regressione di molti cittadini all’interno della sfera personale ha così determinato una minor partecipazione alla vita della comunità: le città sono quindi divenute mere sommatorie di interessi personali.
Cervellati si sofferma anche su altre due questioni spinose. La prima riguarda l’assurdità del sistema vigente: capace di prospettare, nonostante oltre due milioni di case sfitte, il cemento come soluzione all’attuale crisi; in grado di considerare normale, a fronte di una media di trentasette vani a testa, un’endemica emergenza abitativa per alcuni strati di popolazione (e la nostra città a riguardo sa qualcosa…). Il secondo affondo di Cervellati è sul costante abbandono dei centri storici da parte dei residenti. Trasformata in una città-vetrina, con autostrade del turismo che si diramano lungo le direttrici che collegano i principali monumenti, Firenze è in molte delle sue strade più famose e prestigiose completamente abbandonata dalla residenza originaria.
Un grande museo a cielo aperto con tutti i comfort necessari per turisti che fotografano la facciata del Duomo credendola magari rinascimentale!! Un numero infinito di istituti bancari ed hotel si alternano a bar e fast food, ma nessuna traccia di alimentari e ortolani. Un centro storico cartolina, ordinato e magari ripulito: il primo prodotto da vendere ai turisti. In questa logica, volta a massimizzare il profitto dalle bellezze artistiche della città, non trovano spazio i residenti, che vengono indotti ad abbandonare strade e quartieri divenuti, almeno per loro, inospitali. L’abbandono del centro storico fiorentino da parte dei residenti non è quindi un fenomeno ineluttabile, ma il portato delle politiche perseguite dalle amministrazioni cittadine che si sono succedute negli ultimi decenni.
Il secondo contributo alla discussione è quello offerto da Giovanni Maffei Cardellini che, sollecitato dalle domande di Franca Selvatici, concettualizza la dicotomizzazione di due termini spesso ritenuti ingiustamente correlati: valorizzazione e riqualificazione.La messa in valore dei terreni agricoli in Italia è ancora il grande affare: un metro quadro di terra, anche di pregio, vale un euro; quando il piano strutturale la trasforma in suolo edificabile, magari residenziale, lo stesso metro quadro vale cinquecento o mille volte di più. Neanche il commercio di cocaina garantisce gli stessi guadagni! Nel proprio argomentare Maffei Cardellini richiama il tentativo del colosso svedese Ikea di aprire un nuovo punto vendita con residenze, capannoni e uffici e i relativi parcheggi, proprio nel parco di Migliarino-San Rossore il cui piano fu redatto dallo stesso Maffei Cardellini con Cervellati.
Nel caso menzionato la trasformazione di trentotto ettari da terreni agricoli ad edificabili sarebbe stata sicuramente una grandiosa valorizzazione. Altrettanto certamente, se il progetto fosse stato realizzato, una zona di straordinario valore naturale e paesaggistico sarebbe andata perduta per sempre. Insomma, se il concetto di valorizzazione richiama la sfera mercantile ed economica, quello di riqualificazione investe ciò che non è quantificabile, perché sottratto alle logiche e ai parametri del mercato.
Last but not the least, l’intervento di Daniele Vannetiello, curatore del volume presentato. L’urbanista fiorentino, con il tono pacato che lo caratterizza, presenta l’odierno abbandono del territorio, divenuto un semplice supporto alla speculazione finanziaria, come il portato di quella ritrosia che la cultura italiana ha mostrato nell’ultimo secolo per la materialità della realtà e per il “saper fare”. Anche questo fattore ha contribuito a far sì che l’urbanistica non si sia resa capace di arginare quel mostro che oggi siamo soliti definire “città diffusa”. Mi verrebbe semplicemente da ricordare: è il capitalismo, bellezza!
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| Ven 25 Mag 15:30 - 19:30 Dall'emergenza abitativa al recupero del patrimonio |



















