In morte di Ali e Adam, i numeri dell’infamia

8 sono i morti di freddo dall’inizio dell’anno, uno anche a Firenze, se interessa si chiamava Adam, 49 anni. Non è arrivata una nuova era glaciale, non è sorprendente trovarsi a gennaio con temperature rigide. Non è “emergenza freddo”, è solo inverno, e si sa anche quando arriva, dopo l’autunno. Ma tutte le volte le amministrazioni sono prese alla sprovvista, e qualcuno su una panchina o su un marciapiede non si sveglia più.

44 erano gli anni di Ali Mussa, morto perché insieme agli altri 100 richiedenti asilo tentava di scaldarsi in un capannone alla periferia di Firenze, nella precarietà assoluta dell’arrangiarsi come si può, un filo scoperto, una scintilla. Lui si era anche messo in salvo, ma i documenti che potevano permettergli il ricongiungimento con la famiglia, lui ormai regolare, erano troppo preziosi, è dovuto rientrare nel capannone in fiamme per recuperarli, e non è più uscito.

1.000 e più sono le persone in assoluta precarietà abitativa – e ovviamente non solo – che nella civile e ricca Firenze vivono in edifici occupati, quasi sempre di proprietà di società immobiliari, banche, ricchi investitori che li tengono vuoti in attesa dell’occasione giusta. Persone come Ali, come 1000 altre, condannate alla invisibilità ai margini della città opulenta: non farsi troppo vedere, non disturbare, non protestare quando vengono sgomberate, non chiedere. Non chiedere diritti, non chiedere il minimo di dignità che ad ogni essere umano dovrebbe essere garantito. Li sfioriamo ogni giorno, per la strada, ogni piccolo gesto di solidarietà, in mezzo a tanta indifferenza da ricchi, o meglio, diciamolo, da arricchiti, è benvenuto. Ma quello che veramente colpisce è l’inanità, l’incapacità, l’assenza della amministrazione, che in merito dovrebbe dare il buon esempio. A parte la solita solfa di qualche posto letto per l’ “emergenza freddo”, nessuna preoccupazione, nessuna misura concreta, nessuna attenzione per chi ha maggior bisogno. Immaginiamo il sollievo quando i richiedenti asilo somali, fuggiti da un paese in guerra perenne, sgomberati da via Slataper, sono andati a finire al capannone di Aiazzone, nel comune di Sesto Fiorentino: un problema in meno. E gli altri, uno sgombero dopo l’altro, una manganellata dopo l’altra, si risolvono anche loro.

5 è il marchio dell’infamia. L’articolo 5 della legge 80/2014, cosiddetta legge Lupi a perenne ricordo di chi ha avuto il coraggio di scriverla, ma attuata con lo stesso zelo da amministratori di ogni colore – tanto tendono tutti al grigio cupo – stabilisce che negli immobili occupati non possano essere allacciate utenze (acqua, gas, luce), non possa essere rilasciata residenza: chi occupa (ed è sempre per disperazione, non certo per comodità) ha solo due alternative, scomparire, o morire. Senza residenza i bambini non possono essere iscritti a scuola,non c’è lavoro regolare, non c’è assistenza sanitaria. Senza utenze ci si arrangia, quando fa freddo, come hanno fatto a Sesto. E così si muore.

Sara-Funaro

Sara Funaro

Il Comune di Firenze, la cui assessora Funaro, con sprezzo del ridicolo, propone una raccolta di sacchi a pelo dopo decine di sgomberi, non si è mai vergognato nell’applicare l’art. 5, lasciando al freddo e senz’acqua famiglie con bambini. Non è mai stato presente quando sfratti spesso a sorpresa buttavano per la strada persone in estrema difficoltà. Troppo impegnato evidentemente a piazzare sul mercato internazionale interi pezzi della città, per aumentare le enclave del lusso, gli alberghi a 5 stelle, il brand della città a misura di lusso.

0 (zero) è il livello di pazienza che ci è rimasto, di fronte allo scempio umano, civile, urbanistico e politico, operato da una classe dirigente che, del tutto prona rispetto alle esigenze del mercato, del profitto, della città neoliberista, non è in grado di distinguere fra il valore di una vita e una vetrina alla moda.

*Maurizio De Zordo