Il rifiuto del lavoro, un rifiuto propositivo

 “Il lavoro è il fondamento vivente della proprietà privata, la proprietà privata come fonte creativa di se stessa. La proprietà privata non è altro che lavoro oggettivato. Se allora si vuol dare alla proprietà privata un colpo mortale, non bisogna attaccarla solo in quanto condizione oggettiva, bensì in quanto attività, in quanto lavoro. È uno dei più grandi equivoci parlare di lavoro libero, umano, sociale, di lavoro senza proprietà privata. La soppressione della proprietà privata giunge dunque a realtà solo quando venga concepita come soppressione del lavoro, una soppressione che naturalmente diviene possibile solo attraverso il lavoro, e cioè attraverso l’attività materiale della società”. (Marx, Über Lists Buch).

A partire da questa citazione, Toni Negri costruisce una riflessione incentrata sulle possibilità della soppressione della proprietà privata ad opera di un “comune” che si esprime tramite il superamento «del lavoro individualizzato e massificato a favore della singolarizzazione sociale e cooperativa» (Toni Negri Intervento al seminario Disarticolare la Proprietà – 8 ottobre 2013 – Perugiahttp://www.euronomade.info/?p=857#fn1-857). Il nostro intento è invece quello di spiegare e ripensare il concetto di “rifiuto del lavoro”. Lo vogliamo riprendere, ricostruirne il senso e ipotizzarne l’eventuale riutilizzo. Negli anni 60 e 70 il movimento operaio italiano esprime una forma di estraneità al lavoro alienato del sistema di produzione fordista e taylorista. Attraverso le lotte che lo relazionano, e in questa relazione lo rivelano eguale al compagno di lavoro al di là della ruolizzazione della fabbrica, esprime e scopre una nuova categoria di bisogni immettendo nel confronto con gli altri (ma anche con il capitale) nuovi elementi relativi a espressioni esistenziali in modo tale che i corpi e la vita, l’articolazione possibile di vite diverse, possano emergere per mettere in discussione e contrastare gli assiomi legati al concetto di lavoro. La parola d’ordine “rifiuto del lavoro” ha un connotato di tipo positivo perché esprime non soltanto il rifiuto di quel tipo di lavoro, ma anche la volontà di una trasformazione che oltre al lavoro comprenda anche la vita tutta. Questo contesto accoglie così non soltanto le istanze inerenti i conflitti di fabbrica, ma anche un ragionamento sulle possibilità della costruzione sociale e quelle ad esempio provenienti anche dal movimento femminista. Questo insieme di disagi e proiezioni trovano in questa parola d’ordine la possibilità di viaggiare in un contenitore comune. In questo contesto la conflittualità che si esprime tramite il rifiuto del lavoro, marca allora più il fattore tempo che il fattore salario. È un rifiuto della fatica e dell’immiserimento che la fabbrica e la figura dell’operaio massa ad essa connesso comportava. Rapporti di forza e innovazione in un intreccio polare e sussidiario stimolano la ricerca e rendono plausibile il poter pensare a una diminuzione del bisogno di mano d’opera. Iniziava così la possibilità di pensare ad una riduzione degli orari di lavoro. Ci si può adesso immaginare di poter riprendersi un corpo precedentemente incatenato a ritmi, tempi e gesti che lo espropriavano delle pulsioni anche più elementari. È del 1974 un convegno molto partecipato tenuto a Milano e promosso da quell’area operaia che verrà definita della “autonomia” avente per tema la sessualità. Le rivolte studentesche e giovanili fanno irrompere nel sociale tematiche nuove: l’antiautoritarismo, le disparità di genere e le discriminazioni delle minoranze per lingua, tendenze sessuali, colore della pelle e molto altro, in un contenitore della ribellione che stentava a definire i propri confini. Erano i tempi specifici nei quali si stava attuando una trasformazione, quella che Foucault chiamerà il passaggio da società disciplinari a quelle securitarie o di controllo. Si passa da forme di ritenzione e luoghi in cui essa si attua (famiglia, scuola, caserma, fabbrica, ospedale, manicomio e carcere) che determinano forme di asservimento, a forme di assoggettamento che usano strumenti psicologici e manipolazioni della coscienza, che agiscono verso l’interiorità stessa, che controllano i corpi e creano soggetti, ad esempio il soggetto indebitato che marca e caratterizza questa contemporaneità.

Non occorre più destinare al silenzio le voci non normalizzabili attraverso gli strumenti delle società disciplinari. Lo spazio nelle società di controllo è (deterritorializzato) aperto. Il controllo avviene tramite tecnologie di ottimizzazione delle differenze. Si mette in atto l’iscrizione a cerchie che equivalgono a dei ghetti (anche se) non perimetrati che stanno insieme per forza centripeta. Il controllo ipotizzato da alcuni pensatori di quel periodo, si sta attuando in forme incredibilmente efficaci. In quegli stessi anni si è infatti assistito al passaggio dell’egemonia del lavoro materiale a quello immateriale, questo ha provocato un cambiamento parallelo sia del modo di lavorare sia dei modi di vivere e di esprimersi. Le trasformazioni tecnologiche permettono oggi di monitorare continuamente le azioni e i gesti degli individui. Gps per la geolocalizzazione contenuti nei telefoni portatili, in tablet e computer, carte di credito, appartenenza a social network e quindi a cerchie che esprimono gusti ed opinioni politiche e non. Sono tempi di trasformazione anche del capitale, che affianca in maniera sempre più massiccia investimenti in settori non direttamente produttivi con l’ampiamento dei redditi da usura (e con la possibilità di scommettere su di questi) che caratterizzano la fase finanziaria del modo di operare del capitale occidentale odierno. Il capitale alle fine degli anni 70 si riorganizza mettendo in campo una nuova fase della lotta di classe. Al centro c’è l’individuo che diventa capitale individuale, imprenditore di se stesso, corpo da governare, capitale e lavoro cognitivo. La fabbrica non è più il principale luogo deputato del confronto. Esso è diffuso e usufruisce di molteplici dispositivi e apparati di cattura. Uno per tutti la condizione di indebitamento che è arrivata a una diffusione che sfiora la totalità degli individui e che la comprende tramite quel meccanismo particolare che estende “democraticamente” il debito degli stati ad ogni cittadino ad essi appartenente. Il terreno e la tipologia dei contenuti che il rifiuto del lavoro voleva affrontare, è stato lentamente colonizzato dal capitale. Accanto al lavoro nella fabbrica manifatturiera, c’era e c’è tutta una serie di comparti in cui si svolge il paradosso del lavoro occulto. Il lavoro domestico, la cura dei figli e degli anziani. La cura di sé e della salute che da compito del sociale viene, tramite lo smantellamento e la sua privatizzazione, essere a carico di ogni individuo. Su questi terreni che costituivano un primo interessamento delle lotte degli anni 70, e che rimandavano ancora una volta ad una considerazione sulla possibilità di riappropriarsi del tempo, che pensavano a un tempo da poter riprendersi dallo sfruttamento del lavoro salariato, perché c’erano, erano emerse, delle istanze che abbisognavano di questo tempo per essere vita, passione, relazione e piacere. Per il piacere dei corpi, per il piacere di una continuità tra vita e politica, tra lavoro e vita, tra tempo lavorato e tempo libero. Per un tempo interamente liberato dall’alienazione che uno incontrava nella famiglia, a scuola, in fabbrica, nei ruoli di genere e sotto ogni possibile gerarchia. Ed il tempo, il suo governo, è invece diventato il terreno di un’ulteriore espressione della capacità di assoggettamento del capitale. Chi governa il tempo, governa il mondo. Si lavora in forme sempre più flessibili e mobili in un’indeterminazione dei tempi e degli spazi, in una angosciante mancanza di regole e di punti di riferimento. Con la possibilità che emergano figure particolari che riescano a combinarsi «in maniera cooperativa con il capitale costante, poiché si appropriano autonomamente di frazioni o di tempi, di usi o di funzioni del capitale fisso» (T. Negri, Ibidem).

Ci sono considerazioni sulla ricchezza prodotta in rapporto con quella indispensabile per la sopravvivenza della specie, ma anche per il massimo di soddisfazione per gli appartenenti alla specie stessa. Ogni sistema sociale persegue questi obbiettivi, non una mera ricerca dell’utile, ma un’appassionata ricerca del piacere o, almeno e certamente in termini non esaustivi, una ricerca egualmente intensa del rifuggire il dolore. Il concetto di lotta di classe si rifà alla tensione che sottostà a chi partecipa meno a questa spartizione, ma che, in quanto mano d’opera, costituirebbe invece l’unico insieme di persone al quale sarebbe demandata l’intera produzione della ricchezza stessa. Ma le ruolizzazioni tra produzione di plus valore derivante dal plus lavoro (la parte non retribuita del lavoro svolto e accaparrata dal possessore dei mezzi di produzione) e imprenditore, si fanno oggi più evanescenti. Tra occupato in mansioni non retribuite (lavoro occulto) e impiegato nella produzione di servizi che si incuneano tra la produzione di merci e il consumo; tra coltivatore diretto e latifondista; tra artista di strada e impiegato in produzioni cinematografiche e tra produttore e attore dell’industria culturale; tra lavoro manuale e lavoro cognitivo; e, in maniera più evidente, tra lavoro materiale e immateriale. Insomma nella miriade di occupazioni dipendenti e indipendenti, soltanto il rapporto tra tempo venduto o tempo donato al sociale e sottratto all’uso strettamente personale, segnano la condizione sulla quale poter definire un’appartenenza ad un gruppo sociale individuato come lo strato sociale che il sistema di produzione e distribuzione di fatto penalizza. Il lavoro, il tempo sottratto, determina anche la pulsione alla riappropriazione del tempo quando se ne sia vista una sua ulteriore e diversa possibilità d’uso. Determina di fatto la tensione verso il rifiuto del lavoro stesso, rivendicando ovviamente e comunque il diritto di accedere a quelle risorse indispensabili per la sopravvivenza della specie e dell’individuo che ad essa appartiene. A questo punto potremmo tornare all’inizio, al rapporto tra lavoro e proprietà privata che interessavano Negri, ma avendo però allargato le basi per la definizione di quel comune che dovrebbe poter agire nel senso di «svuotamento definitivo dei poteri legati alla proprietà privata» (Ibidem). In questo modo abbiamo però definito soltanto il campo, l’aspirazione cioè a un tempo liberato; abbiamo anche presenti i soggetti e quindi il luogo di un loro probabile incontro. Quello che è da costruire, al di là delle parole d’ordine, è il linguaggio, la comunicazione e il suo modo di attuarsi. Quello che è probabile è il dove e cioè nel luogo delle pratiche. Allora non occorre fare rete, occorre che le istanze antagoniste che si esprimono all’interno di questo paradigma – il rifiuto del lavoro che significa tentare di riprendersi la vita, la propria vita e ogni tipo di vita – occorre che le pratiche, dicevamo, che operano e sono diffuse a macchia di leopardo, crescano in numero e in dimensione affinché debordino le une nelle altre divenendo un’unica macchia di dimensioni così importanti da poter contrapporsi finalmente con efficacia al capitale in tutti i modi esso si presenti.

Il mito che afferma che il mercato abbia delle capacità autoregolementative tali da sfociare in qualcosa che costituisca l’interesse maggioritario è, ovviamente, un falso accertato. C’è invece una capacità adattiva del capitale per massimizzare la sua capacità di estrarre interessi (e di creare assoggettamento) che fanno del capitale stesso una macchina molto efficiente dotata di infinite interfacce per interagire con gli aspetti i più diversi possibili. Non è un’intelligenza singolare, non c’è nessun grande manovratore, ma è il meccanismo stesso che dispone di questa molteplicità di azioni che si dispiegano a partire appunto da un’unica pulsione: il profitto. Per questo il “nemico” non sembra essere sempre lo stesso così che le sue vittime difficilmente riescono a riconoscersi nelle lotte degli altri. Per questo l’effetto a macchia di leopardo dei piani della conflittualità e la difficoltà a far massa comune. Ma anche lo sconforto e il senso di impotenza delle vittime stesse rassegnate a subire la loro condizione esistenziale senza il minimo supporto da parte dei propri vicini che spesso subiscono altre forme di oppressione e non riescono a individuare il nemico comune. La capacità di debordare delle lotte dai contesti che le hanno originate e che poi le alimentano è il punto cruciale di questa fase storica. Il conflitto capitale/lavoro, nocciolo fondamentale caratterizzante la fase capitalistica della storia umana, sembra disarticolarsi e smembrarsi in innumerevoli rivoli che la lotta per il salario non riesce a riunire, così come invece potrebbe quella per la riappropriazione del tempo che agisce, occorre ricordarlo, comunque all’interno del concetto di pluslavoro. Il paradigma che si riferisce al tempo liberato, al tempo goduto, riunisce innumerevoli istanze. Svela il lavoro occulto, quello cognitivo e immateriale, riscopre la possibilità della cura di sé a partire dalla possibilità della sua sottrazione ai meccanismi e dispositivi messi in campo dall’apparato governamentale del capitale-stato che se ne erano presi carico in una direzione però assoggettante. Rivendica la possibilità di sottrarsi ad ogni senso di colpa che il sistema delle iscrizioni continua a riprodurre e a mettere in atto anche e soprattutto in ambito neoliberista. Iscrizione al genere, al ruolo, al consumo. Il sociale (in questa epoca rappresentato dal capitale) genera dettati etici e forgia la morale, poi si costruisce gli strumenti che creano il consenso, mette in atto i dispositivi assoggettanti come, ad esempio, l’iscrizione ad un debito mai contratto suggerendo vie di uscita che di fatto lo riproducono all’infinito.

Oggi la liberazione del tempo coincide con la liberazione dal debito. Si potrebbe cioè usare una nuova parola d’ordine riferentesi al giubileo “santo” di misericordia proclamato dal papa. Un giubileo profano di giustizia che riprenda il significato originale del termine, (Vedi le dieci cose da sapere sul debito al punto 10), che si esprima per una moratoria generalizzata dei debiti, per liberare e svincolare i soggetti da questa forma di cattura che uno dei dispositivi del capitale (quello appunto del debito) ha messo in atto con inaudita efficienza.

Non ci poteva infine mancare che un ultimo camuffamento del senso, un suo rovesciamento, ecco a voi  l’ultima oscena proposta :

“Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. II reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione, serve un lavoro di cittadinanza” (Matteo Renzi)

L’etica del lavoro che lo interpreta come processo antropologicamente strutturante l’identità umana è una perversione sia storica che sociologica. Il rifiuto del lavoro articolato in una proposta per la riduzione degli orari che possa strategicamente perseguire almeno una prima tappa del tipo lavorare meno, lavorare tutti, è oggi l’obbiettivo minimo da dover essere perseguito.

*Gilberto Pierazzuoli