Marcovaldo nell’albergo dei dannati … di Via Palazzuolo

Capita a tutti una botta di culo.
Marcovaldo la dette ruzzolando dalle scale mobili di un centro commerciale allorché tentava, buono di cuore e debole di labirinto, di agguantare un passeggino sfuggito dalle mani della madre.
Per evitare la Corazzata Potemkin fece Fantozzi e fu premiato dalla ditta che aveva in gestione il centro commerciale con un soggiorno a Danteland per due persone.
Tornò a casa baldanzoso e dolorante e annunciò a moglie e nipote che una di loro poteva accompagnarlo in quella bolgia, ma una sola.
Due musi lunghi che non dico.
Cavallerescamente propose di restare a casa e di spedirle a Firenze tutte e due.
Spiacenti, declinarono, conoscendo l’infantilismo del genere maschile troppo avvezzo a sopraffare per non rimpiangere un momento di generosità e gli accordarono il permesso di godersi il parco a tema con l’amico Boezio.
Boezio era un programmatore occhialuto e depresso che lo accompagnava qualche volta a caccia nelle paludi più nebbiose.
Trovarono la nebbia anche all’aeroporto di Firenze, quando lo raggiunsero, a piedi, dopo un atterraggio di fortuna sull’Autosole.
Ma la Fortuna, che nel medioevo rappresentavano con due belle ciocche sulla fronte e la nuca pelata, aveva in serbo per loro altri dolcetti scherzetti.
Giunti al parco si accorsero di essere troppo poveri per dare una mancia al tassista che li aveva raccolti sulla Pistoiese e questi li scaricò in malo modo davanti all’ingresso secondario di un edificio anonimo davanti a cui sorgevano due palmizi assolutamente fuori luogo.
Al fusto delle palme era applicata una targhetta che riportava quella che non poteva che essere una citazione dantesca:
“Inchiodata ad un palmeto veglia immobile la luna, a cavallo di una duna sta l’antico minareto”.
Marcovaldo si aspettava “Per me si va nella città dolente”, ma si accontentò.
Entrati nel vestibolo si trovarono in mezzo a una bolgia di facchini e di hostess in divisa che si fecero dare il bagaglio a mano e li scortarono con mille salamelecchi.
“Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi!” Sentenziò un vegliardo vestito da receptionist quando lesse il coupon che li qualificava come i due fortunati vincitori.
Boezio, per non passare da ignorante, rispose con un timido “Pape satan pape satan aleppe” e infilò in camera a farsi una doccia.
Nel frattempo Marcovaldo ispezionava gli avvisi alla clientela.
Erano scritti in gotico e non li capiva, perciò li fotografò con il cellulare e postò i cartelli su internet in attesa che qualche amico erudito glieli traslitterasse.
La risposta del professor Denuvolis, amico di vecchia data e dantista per diletto, non si fece attendere:
“Venite via che avete sbagliato albergo!”
Era vero, purtroppo.
Al centro commerciale avevano confuso il biglietto omaggio per Danteland con quello per “Un tè con Mussolini”.
L’offerta prevedeva soggiorno e pernottamento nella Firenze del Duce.
Increduli come si è sempre dopo una brutta notizia, i due amici vollero sincerarsene ma non avevano cuore di lasciare la loro stanzuccia.
Marcovaldo ebbe un’idea e Boezio l’appoggiò: chiesero la colazione in camera. Se fossero stati ai tempi di Dante non avrebbero avuto il cioccolato.
“Altolà!” Gridò il cameriere.
Alla cintola portava pugnali e bombe a mano che non avevano l’aria di essere fasulli.
“Alalà!” Salutò quando l’uscio, timidamente, si aprì.
“A noi!” Salutò dopo aver deposto la pietanziera sul letto.
I due amici addentarono cacao di carrube e sorbirono caffè che sapeva di cicoria.
Il pane era di legno.
“Quanto sa di pane lo sale altrui!” Mugolò Boezio. 
“Al contrario!” Lo corresse Marcovaldo.
“Vuoi dire che è buono?”
“No, voglio dire che lo pane altrui sa di sale. Ai tempi di Dante era salato, questo è sciapo”
“Come si usa a Firenze?”
“Ma che Firenze e Firenze, questo sa di legno. Ci mettono la segatura!” Sussurrò Marcovaldo per paura che il nemico fosse in ascolto.
Il caffè era amaro e chiesero dello zucchero.
“Avete la tessera annonaria?” Chiese una voce roca all’altra estremità del telefono bianco.
“No, ho la tessera dell’ANPI” Azzardò Marcovaldo.
“Allora per voi olio di ricino! E non azzardatevi a farvi vedere nel corridoio stanotte che c’è il coprifuoco”.
Attesero prudentemente il mattino e fatto fagotto lasciarono la Salò del Rinascimento.
A casa raccontarono che tutto era splendidamente medioevale, con vassalli valvassori e valvassini disposti gerarchicamente sui tre piani dell’hotel.
“E voi a che piano eravate?” Chiese perfida la nipotina che aveva mangiato la foglia.
“Nel sottosuolo con i ciompi, trattati peggio dei servi della gleba” Rispose Marcovaldo che non riusciva a mentire nemmeno quando inventava frottole.

*Massimo De Micco