Trans, autodeterminazione, diritti

Che cosa significa il termine trans? Chi sono le persone trans e che cosa vogliono? Trans è un termine ombrello, che include al suo interno tutte le varianze di genere che le persone possono trovarsi a vivere. Trans, in generale, significa “al di là” e si affianca al termine cis, “al di qua.” Transgender quindi significa letteralmente “al di là del genere” assegnato alla nascita, sulla base prioritaria della morfologia genitale. Lo si preferisce al termine transessuale, utilizzato in passato, perché quest’ultimo si è lungamente riferito esclusivamente ad una persona che non si trova a suo agio con i propri genitali e desidera perciò modificarli attraverso la chirurgia. In generale si preferisce usare il termine trans perché è in grado di ricomprendere quasi, se non tutte, le realtà relative alla varianza di genere.

La popolazione delle persone trans infatti è molto varia e comprende: persone che desiderano modificare il proprio corpo con la terapia ormonale, persone che desiderano modificare i propri genitali con la chirurgia, ma anche persone che vogliono vivere il genere che sentono proprio anche senza un percorso medicalizzato. Le persone trans quindi sono individui la cui identità di genere non si allinea con le aspettative sociali connesse con le loro caratteristiche sessuali.

L’identità di genere si può invece definire come l’identificazione di una persona con un genere piuttosto che un altro e caratterizza ognunǝ di noi, persone trans e persone cis.

Ciò che le persone trans vogliono è la possibilità di vivere la propria esistenza come persone appartenenti al genere che sentono proprio, riconosciutз come tali dalla società. Per questo motivo intraprendono percorsi per affermare il proprio genere, che possono prevedere anche l’ausilio delle strutture sanitarie.

In Italia, e in tante altre realtà, iniziare un percorso di affermazione di genere significa subire una discriminazione istituzionale, che può rendere la vita delle persone trans un vero inferno. Rivolgersi ad una struttura sanitaria per intraprendere il percorso significa subire una patologizzazione che passa dalle lunghissime attese per avere il primo appuntamento e arriva in molti casi a sedute di psicoterapia obbligatoria non necessaria che possono durare anche un anno prima di avere l’assenso all’inizio della terapia ormonale.

Per iniziare la terapia femminilizzante o mascolinizzante in uno dei centri multidisciplinari del sistema sanitario è richiesta infatti una diagnosi di disforia di genere. Si tratta di una sorta di diagnosi di alienazione mentale in virtù della quale la persona trans non riconoscerebbe come proprio il corpo e lo vorrebbe modificare. Senza negare le sofferenze, spesso molto dolorose, connesse con questo malessere, dover certificare la presenza di una forma di alterazione mentale per poter iniziare una terapia farmacologica, rappresenta appunto una patologizzazione grave dell’essere trans, che invece è una normale varianza dello spettro di genere degli esseri umani.
Ma quello che è più grave è che facendo dipendere l’inizio del percorso clinico dalle decisioni dellз sanitariз e non della persona trans, si mette in discussione la sua autodeterminazione e si comprime la sua capacità di agire.

Un’altra forma di discriminazione istituzionale che le persone trans devono subire è rappresentata dalla necessità di passare per il Tribunale, e quindi per la decisione di un giudice, per vedere riconosciuta la propria identità di genere anche a livello giuridico. L’assenso al cambio dei documenti dipende infatti dall’acquisizione di caratteristiche fisiche e comportamentali che vengono associate al genere di elezione in base a standard di passabilità stereotipati e funzionali a riprodurre rapporti di potere che vedono premiare la supremazia maschile.

A causa del mancato soddisfacimento delle aspettative sociali connesse con la propria realtà biologica e con il contesto di appartenenza, e soprattutto al fatto che questo disallineamento mette in discussione la primazia degli uomini nella scala sociale, le persone trans non sono particolarmente amate. Subiscono anzi ogni sorta di discriminazione, sociale, culturale istituzionale, familiare.

Le persone trans che non sono accettate in famiglia possono essere allontanate da casa ed essere costrette a vivere ai margini della società, senza la possibilità di un’adeguata istruzione. Nell’ambito lavorativo accade che siano rifiutate nell’accesso ad un impiego, a volte costrette al sexworking per guadagnarsi da vivere.

Il forte disamore per le persone trans da parte della società, però, raggiunge il culmine nelle numerose morti per omicidio che succedono ogni anno. Soltanto nel 2020 nel mondo sono state uccise 350 persone trans, in massima parte donne. Nel 2021 le morti sono aumentate del 7%, salendo fino a quota 375. Il 96% erano donne trans, il 58% erano donne trans sex-workers, e il 43% delle persone trans uccise in Europa erano migranti1. L’età media delle persone trans uccise è di 30 anni (con la più giovane di 13 anni, la più vecchia 68). Questi dati ci confermano il livello di misoginia e razzismo nel mondo.

A causa di questa discriminazione violenta, il 20 novembre di ogni anno si celebra il Transgender Day of Remebrance, ossia il giorno della memoria delle persone trans che non ci sono più.

Daria Campriani

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Daria Campriani, attivista trans di intersexioni, femminista, vegana, antispecista e atea, si occupa principalmente di diritti delle persone trans

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