A Gaza c’è un nuova categoria di vittime: le persone che cercano di procurarsi del cibo. Presso i punti di distribuzione della GHF (Gaza Humanitarian Foundation) ci sono decine di vittime ogni giorno, da oltre un mese. Questa organizzazione, ufficialmente indipendente ma di cui non si conoscono i finanziatori, è stata costituita su iniziativa del governo USA, ed ha ricevuto da Israele l’incarico di distribuire pacchi alimentari nella Striscia dopo la parziale rimozione del blocco agli aiuti che lo stato occupante ha imposto dal 2 marzo scorso, e che ha causato una gravissima carestia, con decine di bambini e anziani morti a causa della carenza di cibo, medicine, acqua potabile.
In seguito alla pressione internazionale Netanyahu ha deciso di consentire un flusso “minimo” di aiuti a Gaza. Questo sarebbe servito a conservare l’appoggio degli alleati: “i nostri migliori amici nel mondo mi dicono questo: ‘Vi stiamo dando tutto l’aiuto necessario per la vittoria, armi, supporto, protezione nel Consiglio di Sicurezza. Ma c’è una cosa che non possiamo tollerare: non possiamo accettare immagini di carestia, carestia di massa’”, ha spiegato Netanyahu, riferendosi apparentemente agli Stati Uniti.
La GHF ha sostituito un meccanismo consolidato ed efficace, quello gestito dall’ONU in collaborazione con decine di organizzazioni umanitarie locali ed internazionali, che prima del blocco riusciva a fornire cibo e pasti in modo efficiente ed equo, con oltre 400 punti di distribuzione o di cottura complessivi, dislocati su tutto il territorio della Striscia. Il vecchio modello per Israele doveva essere smantellato, ufficialmente perché gli aiuti venivano saccheggiati da Hamas; in realtà tutte le organizzazioni umanitarie presenti a Gaza hanno sempre smentito che questo accadesse, riportando invece regolari saccheggi da parte di bande armate di jihadisti sostenute da Israele, che tuttora offre loro copertura militare e sostegno materiale, come riconosciuto orgogliosamente dallo stesso Netanyahu.
Creare caos è a tutti gli effetti uno dei mezzi scelti da Israele per ottenere i propri obbiettivi; fin dall’inizio poliziotti e agenti deputati a scortare i convogli con gli aiuti verso i magazzini sono stati colpiti da attacchi aerei mirati, non suona quindi strano che dovendo riprendere la consegna di cibo alla popolazione stremata della Striscia si sia studiato il modo di farlo per perseguire gli scopi israeliani: deportazione dei palestinesi da Gaza e definitiva occupazione del territorio. Lo stesso direttore esecutivo di GHF, l’ex marine Jake Wood, si è dimesso prima ancora che le operazioni iniziassero, spiegando che il sistema così com’era stato organizzato non avrebbe potuto assolvere alla sua missione “rispettando rigorosamente i principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”. Qualcosa doveva aver capito rispetto alle reali finalità di questo progetto.
Come è organizzata quindi la distribuzione? I punti allestiti sono solo quattro: tre a sud, nell’area di Rafah, e uno nel centro di Gaza, presso il corridoio Netzarim. Si tratta di grandi spazi circondati da alti cumuli di terra, su cui sono posizionati soldati israeliani, carri armati, e mercenari USA. Al centro sono ammassati un certo numero di scatoloni con pacchi di cibo. Si accende una luce, intorno all’alba, che segnala l’apertura dei cancelli, le persone iniziano a correre verso questi pacchi cercando di prendere qualcosa, nel caos assoluto. I droni che sorvolano l’area poco dopo avvertono: “avete cinque minuti di tempo”. Allo scadere del tempo iniziano gli spari, soldati o mercenari, a decine di metri di distanza. La folla si disperde, restano decine di vittime a terra, molti feriti non possono venire soccorsi perché la sorveglianza dei cecchini non lo permette.
Yousef al-Ajouri, 40 anni, ha raccontato a Middle East Eye la sua esperienza. Pur sapendo dei rischi che si corrono, ha deciso di incamminarsi verso uno di questi centri, spinto dalla disperazione per i suoi sette figli che piangono per la fame. Spiega come già il viaggio per arrivarci sia rischioso, “c’erano alcune aree aperte, e abbiamo dovuto strisciare per evitare di essere presi di mira dai cecchini. Ho visto anche donne e anziani fare il mio stesso tragitto. Un ragazzo vicino a me che ha acceso il telefono per usarlo come torcia è stato immediatamente freddato.” Una volta arrivato nell’area di distribuzione, Yousef riesce a prendere qualche lattina di fagioli, nella calca di persone affamate che lottano tra di loro, vede i soldati che osservano la scena divertiti, alcuni li filmano con i telefoni. Al segnale, si deve scappare, parte un intenso fuoco nemico. Quel giorno in quel sito sono state uccise 35 persone, colpi diretti alla testa e al petto: “Ho iniziato a crollare, pensando a queste famiglie. Mi sono chiesto: perché siamo costretti a morire solo per sfamare i nostri figli?” Yousef ha paragonato le scene che ha visto al telefilm Squid game, in cui uccidere è un intrattenimento, un gioco.
Lo stesso articolo di Haaretz riporta come il nome in codice di queste attività sia lo stesso usato in Israele per definire il nostro “un, due, tre, stella”
Le testimonianze dei palestinesi, ovviamente non prese in considerazione dalla nostra stampa, sono state confermate nei giorni scorsi anche da Haaretz, giornale israeliano critico con il governo, e dall’agenzia statunitense AP. Il quotidiano israeliano, in un articolo dal titolo È un campo di sterminio, raccoglie dichiarazioni di militari che confermano come questi centri siano diventati trappole mortali. In forma anonima i soldati hanno raccontato come sia stato loro ordinato di aprire il fuoco sulla folla di palestinesi e di usare forza letale non necessaria contro persone che sembravano non rappresentare alcuna minaccia. “Abbiamo sparato con le mitragliatrici dai carri armati e lanciato granate”, ha detto un soldato. “C’è stato un incidente in cui un gruppo di civili è stato colpito mentre avanzavano avvolti nella nebbia”.cIn un altro caso, un soldato ha affermato che nella zona in cui si trovava a Gaza, “ogni giorno venivano uccise tra una e cinque persone”. Ancora: “a Gaza la vita delle persone non vale niente, ci è stato detto che lì non ci sono civili innocenti”
Le previsioni sul fatto che il nuovo modello di distribuzione degli aiuti non avrebbe funzionato in modo efficace quindi non si avvicinavano neanche lontanamente ad immaginare di cosa realmente si sarebbe trattato. Lo confermano anche le testimonianze di contractor americani, che sempre anonimamente si sono fatti avanti con l’agenzia AP turbati da quello a cui avevano assistito: personale non addestrato, armato pesantemente e libero di agire come meglio credesse, che spara sui palestinesi, che con tutta evidenza non sono minacciosi: “ci sono persone innocenti ferite gravemente, in modo grave e non necessario”. Nei video pubblicati si sentono dei mercenari complimentarsi dopo ogni colpo esploso, “Ne ha colpito uno!”, “Cavolo ragazzo, sì!”.
Uccidere i civili palestinesi è quindi a questo punto un gioco, uno sport, i morti in queste campi di distribuzione sono ad oggi 6 luglio oltre 700. Non sono più solo i soldati a divertirsi, ma anche dei mercenari americani, che in una zona sicura e filtrata possono mirare alla testa delle persone senza rischiare niente, come in un videogioco. Questo metodo di distribuzione, per il quale l’aggettivo standard utilizzato dai nostri media è “controverso”, serve ad Israele a perseguire i suoi obiettivi, che vale la pena ricordare, coincidono con il piano Trump: deportazione o sterminio.
Ogni giorno quindi quando sembra che siamo arrivati al punto più basso, nuovi metodi per massacrare le persone vengono escogitati con un sadismo di cui davvero non vediamo la fine.





