“La guerra è una grande prova”. Sawsan e l’associazione Amicizia Italo palestinese
Sawsan Mohsen è una volontaria dell’associazione Amicizia Italo palestinese. Ci sentiamo mentre lei è in Libano e io a Rabat. Mi spiega subito le attività di cui si occupano. “Nella newsletter vengono veicolate le informazioni su quello che fa l’associazione, tra i vari progetti ci sono le adozioni a distanza in Palestina e in Libano per i bambini orfani o con famiglie in difficoltà. Prima della guerra, si organizzavano dei viaggi culturali per far conoscere la Cisgiordania. Io, in quanto libanese, non ho il diritto di entrare in Palestina, dovendo passare da Tel Aviv. Potrei entrare da italiana, avendo il doppio passaporto. Ma gli israeliani ce li ho avuti in casa e non me la sento”. Infatti tra il 1982 ed il 2000 le forze israeliane hanno occupato il Libano meridionale.
Un anno fa, quando sono arrivati i primi palestinesi, Sawsan ha cercato di mettersi in contatto con loro per capire come poteva essere utile. “Insieme abbiamo fatto la spesa, siamo andati al mare, a mangiare una pizza e abbiamo preparato i documenti”, lo dice con la sua voce dolce, come se fosse stata una cosa semplice. In realtà, in mancanza di un’assistenza legale per le persone appena arrivate, l’Associazione Amicizia Italo Palestinese, con la rete che si è creata intorno, ha aiutato le famiglie palestinesi nelle pratiche complesse della richiesta di asilo e del ricongiungimento familiare. In particolare, di queste procedure si sono occupate due volontarie di Assopace Palestina e Caritas.
All’inizio, attraverso i corridoi sanitari, sono arrivati solo i bambini feriti o con malattie non più curabili a Gaza, ogni bambino era accompagnato da un parente. I feriti si trovavano in liste di priorità: quelli più gravi, che in base alla loro patologia non potevano prendere l’aereo a causa della loro malattia, sono arrivati in nave. “Un bambino soffriva di anencefalia, una condizione che vede l’assenza o la grave malformazione del cranio e del cervello. E’ arrivato con la mamma e per lungo tempo è stato in terapia intensiva”. A distanza di un anno, grazie ai ricongiungimenti, è arrivato il resto della famiglia. “Il padre è stato amputato alla mano senza anestesia: l’ha persa per proteggere il figlio da una bomba”, racconta Sawsan. Chi arriva oggi ha vissuto situazioni ancora più drammatiche dopo diciotto mesi di guerra perché il massacro si è intensificato. “Era un professore universitario e, mentre la moglie e il figlio erano in Italia, è rimasto in Palestina separato dalle figlie per 13-16 mesi per via dell’operazione alla mano. Le due sorelline, che erano con la zia a Nord, per la troppa fame si sono incamminate da sole a piedi per 30km sotto i bombardamenti”.
Per uscire da Gaza passando dal valico di Rafah, le persone dovevano pagare una cifra molto alta. “Il prezzo è di 7 mila dollari per un adulto e cinquemila per un bambino”, scrive Katia Fitermann su Famiglia Cristiana. “Quel giorno sembra un miracolo” dice Sawan, ripensando a quel martedì in cui, ottenuto il nulla osta da Gerusalemme, a 22 persone è stato dato un punto di ritrovo alle quattro di mattina per lasciare il paese.
Ci racconti come hanno fatto ad uscire da Gaza?
“Non è stato facile. Una famiglia era nel campo di Jabalya, bombardato e circondato dall’esercito israeliano; i volontari avevano contattato l’ambasciata per capire se potevano mandare la croce rossa. Sull’autobus le persone sono state perquisite dai soldati israeliani armati. Insieme a loro, c’erano persone che sarebbero state accolte in altre città italiane. Hanno preso lo stesso volo della dottoressa palestinese che purtroppo è diventata famosa per aver perso nove dei suoi 10 figli e il marito; viaggiava con l’unico figlio sopravvissuto all’attacco dello scorso maggio”.
Le storie drammatiche si moltiplicano. Sull’aereo c’era anche una donna rimasta vedova mentre era incinta, con altri tre bambini di cui prendersi cura; è stato consentito loro di entrare nei corridoi sanitari perché uno dei fratellini aveva subito un’amputazione alla gamba che poi, a causa di un’infezione, ha comportato l’amputazione ai genitali. Operato allo stomaco, il bambino è in terapia intensiva. Il corpo smembrato di un fratello diventa l’unico lasciapassare per gli altri. Viene da chiedersi quante sono le ferite che non riusciremo mai a ricucire.
Che ruolo ha avuto l’Ambasciata italiana?
“L’ambasciata italiana chiedeva un certificato di accoglienza così quattro volontarie si sono proposte di firmare, prendendo ognuna in carico una famiglia. Nel frattempo le persone stavano uscendo, passando dalla Giordania dove non gli era consentito di restare più di 72 ore. L’associazione, quindi, ha deciso di pagare i voli per ciascuno, per poi fare l’appello per l’accoglienza; così siamo entrate in contatto con Don Vincenzo e la struttura della Madonnina del Grappa.”
Quando, finalmente, le prime famiglie sono riuscite ad arrivare in Italia, quali sono stati i primi passi messi in campo dall’associazione?
“Abbiamo lanciato un appello per trovare loro dei posti letto. Un ragazzo ha messo a disposizione casa sua, tornando a vivere con i genitori da ottobre a dicembre. Finché le persone non hanno ottenuto il permesso di entrare nei progetti SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Nello stesso periodo c’è stata una grande disponibilità anche da parte degli asili nido e della scuola. Una bambina ha avuto inizialmente qualche difficoltà a lasciare la mamma, avendo vissuto il trauma della separazione per mesi. Era l’ultima di tre sorelle, rispettivamente di quattro, tredici e diciotto anni, rimaste da sole a Gaza. La sorella più grande, passando per l’Egitto durante la guerra, si è iscritta a scuola e ha fatto la maturità”. E’ difficile trattenere l’emozione, pensando ad una ragazza di 18 anni che si diploma, mentre cerca di salvare non solo la sua vita ma anche quella delle sue sorelle.
Mi racconti del gruppo WhatsApp “Punti punti”?
“Quando sono arrivati in Italia, l’associazione ha raccolto le cose di base che potevano servire. Poi ad una volontaria viene un’idea: c’erano i punti dell’Esselunga in scadenza che potevano essere convertiti in spesa oppure in voucher. A tre giorni dalla scadenza, l’appello viene rilanciato da Silvia Chiarantini, autrice con Fidaa Abuhamdiya del libro “Pop Palestine. Viaggio nella cucina popolare palestinese” (Meltemi, 2024). Raccogliamo 1 milione e mezzo di punti: 15mila euro. La risposta della società civile è sorprendente. Con quei soldi compriamo delle lavatrici, facciamo grandi spese per le famiglie grazie all’organizzazione dei volontari che hanno messo a disposizione le macchine. E’ stato indescrivibile vedere la felicità nei loro occhi quando gli abbiamo detto che potevano comprarsi la piastra per capelli oppure una crema. Poi la rete dell’associazionismo ha organizzato una gita al mare. Sono stati accolti da un ostello a Levanto con vitto, alloggio e dei regali. Hanno fatto un giro in barca; una donna mi ha lasciato un attimo in braccio il suo bambino per scivolare sul pedalò”. E’ l’immagine della vita che continua. E dell’umanità che riscopre se stessa. L’associazione Amicizia Italo palestinese, con il suo statuto e la sua credibilità, ha fatto da perno, insieme ad Assopace Palestina e Caritas, al network di solidarietà che si è creato. “Da questa esperienza sono nate nuove amicizie, le persone che si sentivano impotenti hanno potuto attivarsi. Silvia, ad esempio, ha coinvolto un suo amico parrucchiere che si è occupato dei capelli delle donne. Ognuno ha potuto fare la sua piccola parte”. Tanti piccoli punti che si uniscono.
A quante famiglie ha dato supporto l’associazione Amicizia Italo palestinese?
“L’associazione è entrata in contatto con ottanta palestinesi circa, di cui 40 bambini. La nonna, che fino all’ultimo non sapeva se sarebbe partita, ancora oggi a distanza di due mesi guarda i figli e il nipote e non riesce a credere di essere a Firenze. Il bambino ha le schegge solo su una parte del collo perché la mamma lo stava allattando e con il suo corpo l’ha protetto. Ma non ha potuto proteggere la sorellina di tre anni che è morta insieme a lei. Il marito, che ha riportato gravissime ustioni, con il fratello ha sentito il pianto del bambino da sotto le macerie. Ogni giorno arrivano notizie di loro parenti morti.
Una bambina di nove anni ha perso tutta la famiglia: la mamma, il papà e i fratellini. E’ venuta in Italia con il nonno vedovo, sopravvissuto al terzo massacro. Adesso deve prendersi cura della nipotina che è stata operata alla gamba in cui sono state inserite delle viti, mentre al viso ha avuto una paralisi, muove solo metà volto. Poi ci sono i bambini con problemi renali o tumorali che a Gaza non potevano più curarsi. Prima della guerra, alcuni ottenevano il permesso di andare in Giordania oppure in ospedali israeliani. Spesso, però, ai check point non concedevano ai familiari il permesso di oltrepassare il valico per accompagnare i bambini in ospedale, così si trovavano ad affrontare cure molto dolorose da soli.
Questo vale anche per le malattie genetiche: una donna incinta non ha potuto fare la terapia in Egitto al settimo mese di gravidanza con due bambine piccole, mentre il marito era rimasto bloccato a Gaza. Quindi, ha partorito da sola e il bambino è nato con la stessa malattia genetica. E’ stata la sorella a portarlo in Italia con i corridoi sanitari, in attesa che lei si riprendesse dal parto”.
La guerra inverte i ruoli: le zie diventano improvvisamente madri, i nonni fanno le veci dei padri uccisi dai droni. La guerra distribuisce responsabilità. Resta da capire chi riuscirà ad assumerle. “La guerra è una grande prova; è che gli uomini bisognerebbe vederli in guerra e non in pace; non quando ci sono le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio; ma quando tutte queste cose non ci sono più e ciascuno agisce secondo la propria vera natura, senza freni e senza riguardi (A. Moravia, La ciociara)”.
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