Salgo a Sant’Anna e quasi vorrei scappare, tanto indegno mi sento in questo luogo, che pure mi è caro. Che c’entrano “ La canzone del Piave”, una canzone di guerra della Prima guerra mondiale e i caccia militari del Quarto stormo che sfrecciano nel cielo a bassissima quota? E quei politici che officiano meccanicamente uno sterile rito consolatorio? Troppa retorica. Troppo vittimismo. E’ un paradigma fallito politico e morale, quello dei luoghi della memoria, da ricostruire.
Un altro modo di vivere e interpretare la memoria deve esistere, scrive Lorenzo Guadagnucci nel suo libro Un’altra memoria: Questo piccolo libro è nato per dare sfogo a un senso di vergogna e di imbarazzo- da lì siamo partiti, dall’impossibilità di ricordare le “nostre stragi” di 80 anni fa, mentre altre stragi, perfino più gravi vengono compiute oggi anche in nostro nome-e anche per trovare nuove e più profonde ragioni di impegno e di azione.
Un’altra memoria non è affatto un piccolo libro, è un libro di storia contemporanea che dovrebbe essere letto nelle scuole, che insegna l’arte del “camminare la storia e tenerla anche in tasca”, vedi poi, che rompe la congiura dell’ipocrisia dei falsi luoghi comuni, che fa luce su tanti luoghi della non-memoria, che riflette sulla biodiversità dell’informazione, per un’idea diversa di memoria. E’ un laboratorio per cercatori della pace e del disarmo.
Forse mi dico, non abbiamo “visto” la tragedia dei palestinesi perché il doppio standard politico e morale che caratterizza la geopolitica attuale […] non ci ha permesso di cogliere il nesso esistente fra le stragi del 1944, che tanto sembrano turbarci, e le stragi di oggi, commesse con la nostra complicità. […] E’ arrivato il tempo di andare oltre lo strabismo, di superare lo sguardo selettivo che permette di scegliere dalla storia e trasformare in memoria solo quei fatti che aiutano a percepire una percezione di sè, come collettività, in quanto vittime. […] E’ ora di dirigersi a Nord Est.
A Nord Est
Al Nord Est è dedicata la seconda parte del libro, che parla di una memoria mancata, di una memoria distorta, riferendosi alla storia militare e civile del Nord Est, alla storia delle “nostre” invasioni dei Balcani. Si parla del feroce fascismo di confine contro gli sloveni ed i croati, denominati “slavi” o “s’ciavi”, dei criminali campi di concentramento e sterminio del Duce, a Gonars e Arbe: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato=individuo che sta tranquillo” sentenziava il generale Gastone Gambara, impunito comandante del IX corpo d’armata nei Balcani. Non va dimenticato, scrive Guadagnucci, l’antifascismo di confine, che ha rappresentato una pagina importante nella storia della Resistenza italiana, purtroppo fin qui sottovalutata dalla nostra storiografia. Ricordiamo fra questi eroi, il gruppo Tigr-acronimo di Trst Istra Gorica Reka (Trieste, Istria, Gorizia, Fiume), Pinko Tomažič e Danica Tomažič, figli del gestore di “Pepi s’ciavo”, il buffet più popolare di Trieste, Stanko Vuk, i cinque fucilati di Opicina..
Nel capitolo 4, Guadagnucci arrivato di fronte all’imponente Sacrario di Gonars, che testimonia le quattrocento e più vittime slovene e croate lasciate morire di fame e inedia dai “nostri” nell’omonimo campo di concentramento, immagina la tecnica del gemellaggio, come modo nuovo di ricordare, di commemorare: Sant’Anna insieme con Gonars, Monte Sole con Arbe, le Fosse Ardeatine con Podhum, Civitella Val di Chiana con Domenikon e così via, accostando una “nostra” strage a una strage “dei nostri.” Come modo per mettere fuori gioco il vittimismo,..il tratto pregnante di tutta la memoria delle stragi: si piangono i propri morti, com’è giusto fare, ma intanto si ignorano i morti degli altri, e non è una distrazione innocente.
Nel capitolo 5 intitolato “I piedi della Piazza del mondo” si parla di Trieste, luogo cruciale per la nostra memoria collettiva, crocevia della rotta balcanica di un’umanità viaggiante, spesso ridotta a sub-umanità da noi europei, ma anche teatro di quel “comunismo della cura” di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, che sta a testimoniare che un nuovo modo di pensare, di agire, di essere è sempre possibile.
Camminare la storia e tenerla anche in tasca
Cammino, calpesto le pietre, la terra e i sassi della mulattiera verso Sant’Anna, e tengo in borsa dei ritagli di giornale […] Camminare la storia e tenerla anche in tasca. Sono articoli del giugno e del luglio 2024. Li ho letti, li ho messi a confronto, li ho discussi con me stesso e ho capito che salire a Sant’Anna non sarebbe più stata la stessa cosa […] mi avvicino a Sant’Anna mi appresto a calpestare il selciato sotto il quale sono sepolte le ossa senza nome di tante persone-Elena Guadagnucci compresa [è la nonna di Lorenzo, che aveva 43 anni ed un figlio Alberto di dieci, che scampò alla strage] – e non posso che pensare alle macerie di Gaza, ai corpi sepolti sotto il cemento dei palazzi polverizzati dai militari israeliani. […] Le vite dei palestinesi contano meno delle nostre vite, meno delle vite occidentali… […] Come esecrare l’eccidio di allora e intanto tollerare, ignorare, o addirittura legittimare e alimentare con armi e sostegno politico gli eccidi di oggi?
Il libro è un vero e proprio cammino nella storia, da Sant’Anna di Stazzema, alla friulana Gonars, alla Trieste di San Sabba e di Basovizza, fino all’isola croata di Rab (Arbe), sede del campo di concentramento più grande, più duro e coi più alti indici di mortalità, allestito dall’esercito italiano e del tutto assente dalla memoria pubblica. Un cammino nella storia “con in tasca” il milione di morti della guerra in Ucraina, i genocidi, “gli scolasticidi”, i “culturicidi”, gli “ecocidi” gli “urbicidi” di Gaza e le altre guerre, le stragi, i muri, il “Mare nostrum” trasformato nel “Mare monstrum” dei rifugiati, e tutte quelle “morti di scarto”, che producono assuefazione e che stanno distruggendo le basi di una possibile e auspicabile convivenza dei popoli. Nella striscia di Gaza si è arrivati al culmine dell’orrore, alle porte del genocidio, con un effetto collaterale destinato a condizionare il futuro di tutti: la demolizione del diritto internazionale, la delegittimazione degli organismi sovranazionali-in testa le Nazioni Unite-nati per prevenire e semmai “gestire” i conflitti fra stati.
Una memoria stanca
Non si può lasciar marcire la forza profetica della memoria, ora rinsecchita e accartocciata su se stessa. L’equazione “conoscere= mai più” non ha riscontro nella realtà. Come sottolineano queste frasi del filosofo Walter Benjamin, riprese da David Bidussa nel libro Pensare stanca: “L’angelo della storia, si potrebbe dire, è obbligatoriamente rivolto al passato, proprio perché per fondare il futuro è necessario impossessarsi del passato […] perché il passato non è passato, perché tutti gli orrori del passato che possiamo anche ritenere lontani e superati, comunque collocati dietro di noi, hanno sempre la possibilità di ripresentarsi.”
La memoria delle stragi non basta neppure come antidoto rispetto alla prevalenza delle destre: emblematico il successo del partito di Giorgia Meloni nel comune di Stazzema alle elezioni europee del 2024.
Fantastichiamo. Immaginiamo che ogni luogo della memoria si concepisca davvero come luogo politico di pace e di affermazione della dignità di tutte le vite […] cioè contro le guerre, contro “ gli accettabili” eccidi compiuti dalla “nostra” parte” […] Proviamo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se da Sant’Anna, Monte Sole, le Fosse Ardeatine, fosse partito un forte e chiaro pronunciamento per dire che la guerra va fermata subito […] che gli eccidi vanno prevenuti, che l’Europa deve lavorare per un cessate il fuoco e per un intervento di interposizione internazionale.
Un antifascismo forte
C’è bisogno di “un’altra memoria”, aperta, autocritica, rivoluzionaria, fondata su un antifascismo forte, scrive Guadagnucci, quello dei dissidenti degli anni Venti e Trenta, dei partigiani degli anni Quaranta e dei politici, degli attivisti, degli intellettuali, dei sindacalisti che ne furono eredi a guerra finita, che sappia contrapporsi all’antifascismo debole contemporaneo, delle forze politiche “democratiche”, dette di “centrosinistra” e ai guasti della globalizzazione neoliberista, al dominio della finanza, alle nuove oligarchie politico-economiche, alla distruzione inesorabile degli ecosistemi, al pensiero magico della crescita infinita e poi allo strapotere del patriarcato, al suprematismo bianco. Una nuova memoria che si rigeneri dal basso, allargando sia la partecipazione, sia l’orizzonte geografico e temporale, quindi aprendo la memoria a nuovi soggetti (i migranti, i solidali, i movimenti sociali) e a nuovi fatti storici simbolici recenti (le mobilitazioni pacifiste e per la giustizia globale) […], [nella] consapevolezza che la memoria collettiva è una ricerca sempre e non un rito consolatorio, è semmai un’inquietudine e non può che tradursi in azione, in lotta, in tensione continua verso il cambiamento, verso la “rivoluzione” di cui abbiamo bisogno. […] Oggi la stessa parola “rivoluzione” fa paura, eppure è di una rivoluzione che abbiamo bisogno, vista l’enormità delle sfide presenti, sia su scala globale (il surriscaldamento del pianeta, la crisi ecologica, il rischio di una guerra nucleare) sia nella dimensione locale e regionale (le ingiustizie crescenti, l’apartheid dilagante in occidente, le guerre e i crimini collegati).
Di fronte ad un bivio
Siamo dunque a un bivio o una memoria forte (sorretta da un antifascismo forte) capace di incidere sulle persuasioni di tutti e farsi azione collettiva in conflitto con lo status quo e con le politiche mainstream, oppure una memoria debole e consolatoria (corrispondente ad un antifascismo debole, ma in prospettiva anche a una postura afascista) con un destino di inconsistenza politica e culturale, nel permanere delle forme e dei riti. Che cosa vogliamo?
Una nuova via: l’eredità dei movimenti
E’ “tutto ciò che abbiamo”, scrive Guadagnucci, riprendendo un’espressione di Naomi Klein. Sono un grande giacimento di energia politica da cui ripartire, le esperienze dei movimenti sociali contemporanei, dal movimento pacifista, all’ecologismo attivo, al femminismo in senso lato, all’antispecismo, al movimento dei lavoratori. Occorre aggiungere due date all’attuale calendario civile, due date, che corrispondono a due tappe salienti delle “rivoluzioni” sociali, che hanno lasciato una traccia profonda nel tessuto sociale e nella cultura politica: il 20 luglio 2001, giorno dell’omicidio di Carlo Giuliani, metafora di un più vasto attacco mortale alle idee e ai fermenti della società civile globale, un attacco che ha determinato una grave battuta d’arresto per il movimento, che è stato sconfitto, ma non vinto. il 13 febbraio 2003, quando il pacifismo, pur sconfitto, si rivelò classe dirigente capace di futuro.
Il libro si chiude con una frase di Walter Benjamin, ripresa da David Bidussa nel già citato Pensare stanca: “non c’è alcun futuro salvifico nella riflessione sulla storia e sul passato, ma solo la possibilità di inventare e trovare nuove vie per non uscire nuovamente sconfitti.”
Lorenzo Guadagnucci, Un’altra memoria, Altraeconomia, Milano 2025-pag.234, euro 18.
David Bidussa, Pensare stanca, Feltrinelli, Milano 2024-pag.224, euro 17.
Gian Luca Garetti
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