Se leggi questo libro, ti rendi conto di non avere tra le mani solo qualcosa scritto da Hedges, e già non sarebbe poco. Chris Hedges, giornalista e scrittore statunitense, che per ben 7 anni ha seguito quanto accadeva in Palestina, tra l’altro direttamente sul posto, direttamente a Gaza, subisce la censura e la cancellazione di iniziative previste in qualunque parte del mondo, visto che ha “l’arroganza” di descrivere quanto l’occupazione israeliana sta facendo.
Hedges ci ricorda Ilan Pappè, noto analista israeliano; li accomuna, oltre all’approfondire quanto scritto, il punto di vista sulla fine, prossima o meno che sia, di israele, come di tutti gli imperi; israele è diventato, come ben dice Hedges, “uno stato paria e la sua vittoria, è una vittoria di Pirro”: la sua volontà di occupazione permanente, di sottrazione della terra ai palestinesi, è il fondamento del progetto coloniale, ed il genocidio in corso non è altro che il culmine di quel progetto, ma allo stesso tempo è la propria condanna a morte: israele non vuole cancellare solo i palestinesi, ma proprio l’idea di Palestina.
Nel libro abbiamo anche la prefazione di Odifreddi ed in appendice il rapporto delle Nazioni Unite “Il genocidio come cancellazione coloniale” redatto da Francesca Albanese, relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967; relatrice entrata nei mirini degli USA, a guida Trump, per lo svolgimento del suo lavoro che evidenzia complicità, connivenze e coperture delle potenze occidentali verso l’occupazione israeliana.
Il sottotitolo “Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata” ci introduce in ciò che leggiamo. Un genocidio annunciato è un altro tassello che va ad aggiungersi alla bibliografia, essenziale, di riferimento al, così definito “problema palestinese”. Quanti elementi emergono dall’aver letto queste 174 pagine. La natura, evidente, del progetto sionista: una natura coloniale; il connubio, nefasto, dei rapporti tra israele/usa e soprattutto il dar voce ai palestinesi che resistono; la creazione dello stato di israele; l’uso delle parole, come ci ricorda Odifreddi; la diatriba su “genocidio sì”, “genocidio no”, sul quale Albanese si spende a ragion dovuta, e l’uso, anzi l’uso distorto, delle parole.
Hedges, ci porta, volenti o meno, a tu per tu, con Ramallah, la Cisgiordania, una prigione a cielo aperto; gli insediamenti dei coloni e la descrizione di quell’orrore rappresentato da quel muro di separazione di cui anche a livello internazionale è richiesta la rimozione, che non solo devasta il paesaggio, ma soprattutto spara sulle famiglie. Ma ci descrive, anche, l’opinione diffusa tra i palestinesi a proposito dell’Autorità Nazionale di Palestina, ritenuta, a tutti gli effetti collaborazionista, incapace di chiedere il rispetto degli accordi di Oslo; considerata una vera e propria forza di polizia coloniale; la resistenza che nasce dal sangue dei martiri è anche lo scrivere ed il fotografare, e chi fa questo, facendosi portatore di memoria non può che venire osteggiato, e spesso assassinato. La resistenza, come ci ricorda Hedges, da sempre strumento di affermazione del diritto di esistere dei popoli. I volantini in arabo per uccidere “democraticamente”, la mancanza di elettricità, del cibo, di carburante, di acqua; il proprio nome scritto su mani e gambe in modo tale che, in caso di arrivo della morte, si possa essere identificati e per dirla come Atef Abu Saif: “ …. vogliamo essere ricordati, vogliamo che si raccontino le nostre storie … “.
Quanto stiamo vedendo in questi mesi nelle immagini, lo riscontriamo nelle parole di Hedges, quando ci dice delle decine di cadaveri lasciati ai lati delle strade a marcire, palestinesi che vivono in un vero e proprio girone dantesco, dove tutto è reso uguale dalla distruzione, Gaza un luogo di morte e distruzione e che è diventata, semplicemente, inabitabile, anzi è stata trasformata in un obitorio.
I Palestinesi non possono che riportare alla mente i neri del sud segregazionista esistito negli USA o gli algerini sotto l’occupazione francese. Hedges fa il punto, semmai ancora ce ne bisogno, su Hamas e le fake news sul suo conto; a proposito della propaganda emersa riguardo agli avvenimenti del 7 ottobre (bambini decapitati, neonati bruciati vivi, stupri di massa, ecc … ) campagne diffamatorie ad uso e consumo della messa in difficoltà del movimento di resistenza; il sostegno popolare e la politica di welfare state.
Degno di nota il punto di vista di Hedges a proposito dell’apartheid, che non viene negato, ma Hedges spiega bene che in questo caso siamo ben oltre, non siamo come nel caso del Sud Africa nello sfruttare, da parte dei bianchi, i neri in quanto forza/lavoro; i palestinesi non sono forza lavoro da sfruttare, sono da espellere e/o eliminare; Hedges non fa sconti, giustamente, né ai dittatori arabi da Al-Sisi (Egitto) al re Abdullah (Giordania), né al sistema educativo israeliano, una vera e propria macchina di indottrinamento.
Un libro che è un vero e proprio bollettino di guerra, un atto d’accusa, che evidenzia anche aspetti che spesso sono ritenuti secondari, uno su tutti: la sperimentazione tecnologica delle armi sui palestinesi, arrivando ad una vera e propria palestinizzazione dei conflitti bellici. Quanto scritto da Hedges dovrebbe far capire quanto sia importante, nel momento in cui si vuole appropriarci di strumenti di conoscenza adeguati, il capire, il comprendere e per far questo è necessario tener presente il contesto di riferimento con il quale si ha a che fare, presente e passato. Un imperativo categorico obbligato per tutti: non possiamo far finta di non sapere, la storia giudicherà israele per questo genocidio che è il mezzo per un fine. La resistenza palestinese è la nostra resistenza.
Edoardo Todaro
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