Awdah Athaleen, palestinese di 31 anni, tre figli, insegnante di inglese, è stato ucciso a fine luglio da un colpo di pistola sparato da un colono israeliano a Umm al-Kheir, Cisgiordania, nell’area di Masafer Yatta.
Il suo omicidio è solo uno dei tanti esempi della violenza e degli abusi a cui Israele sottopone i palestinesi, ma a partire dalla sua storia si può riflettere su qualcosa che nel racconto dei nostri media principali è assente, ovvero come lo stato di Israele sia impegnato in modo compatto, coerente, sistematico e organizzato nell’occupazione coloniale delle terre dei palestinesi e nella loro espulsione, e come utilizzi a questo scopo ogni strumento, dall’affamare e sterminare la popolazione di Gaza fino a cavilli giuridici ed a tortuosi meccanismi burocratici.
Si cercherà anche di capire il motivo per cui i media occidentali, che hanno un ruolo chiave nella diffusione della versione israeliana dei fatti, documentino spesso correttamente le violenze dei coloni. L’ipotesi è che questo sia funzionale a quello che è il dogma alla base di ogni discorso che il sistema di potere occidentale produce riguardo a Israele: quello della sua essenziale bontà. Israele può esagerare, può sbagliare, può anche commettere crimini di guerra, ma alla fine è qualcosa di essenzialmente buono, si può dire quasi sacro, giusto, necessario.
L’area di Masafer Yatta, un insieme di villaggi a circa 20 km a sud di Hebron, è costantemente sotto attacco da parte dei coloni israeliani, che regolarmente assaltano le comunità residenti. Awdah, uno degli esponenti più attivi nella difesa della sua comunità, resisteva restando sulla propria terra, mantenendola viva, e cercando di raccontare l’ingiustizia, descrivendo la vita sotto occupazione militare. Ospitava spesso attivisti da ogni parte del mondo, aiutandoli a capire la situazione in cui la sua comunità è costretta a vivere: “Spesso vorremmo semplicemente andarcene e lasciar andare il dolore, ma sappiamo che dobbiamo sopportare il trauma, nella speranza che la storia che raccontiamo possa cambiare l’opinione di coloro che sostengono l’occupazione israeliana.”

I fatti del 28 luglio, dell’omicidio di Awdah, sono stati raccontati così dagli abitanti del villaggio:
“Dei coloni provenienti dall’insediamento di Carmel sono entrati con un escavatore nelle terre di una famiglia palestinese, danneggiando la recinzione e le colture. L’autista ha colpito con il braccio dell’escavatore un uomo che cercava di fermarlo, così un gruppo di residenti si è radunato, urlando contro l’autista e i coloni che lo accompagnavano. A quel punto è arrivato Yinon Levi, che ha estratto la pistola e iniziato a sparare.” Awdah è stato colpito al petto, mentre riprendeva la scena col suo telefono.
In seguito all’omicidio, i soldati israeliani sono arrivati ad Umm al-Kheir, hanno aggredito gli abitanti e ne hanno arrestati quattordici su indicazione del colono Levi, chiudendo i bambini presenti a chiave in una stanza, le donne in un’altra.
Il corpo di Awdah è stato requisito dall’esercito, che non lo ha restituito alla famiglia per dieci giorni, ponendo condizioni per il suo rilascio, tra queste che la sepoltura avvenisse fuori dal villaggio. Le donne della comunità in segno di protesta hanno intrapreso uno sciopero della fame.
Tutto questo è normale in Palestina. Israele calpesta sistematicamente i diritti di milioni di persone che vivono sotto il suo controllo, è un regime di apartheid conclamato, una dittatura militare in cui un popolo intero è soggetto ad ogni tipo di abuso e non ha mezzi per difendersi. I palestinesi devono evitare anche di reagire alla violenza dei coloni, pena l’arresto immediato.
Yinon Levi, l’assassino di Awdah, è stato inizialmente messo agli arresti domiciliari, con il giudice che ha preso per buona la sua versione, cioè che avesse sparato per legittima difesa, e infine rilasciato dopo pochi giorni.
Il villaggio di Umm el-Kheir fu fondato negli anni ’60, prima dell’occupazione della Cisgiordania, da una comunità di beduini che Israele aveva espulso dal Negev. Negli anni ’80 Israele dichiarò l’intera area di Masafer Yatta “zona di tiro 918”, quindi destinata all’addestramento militare. La designazione di “zona militare” è solo uno dei numerosi stratagemmi adottati da Israele per cacciare i palestinesi dalle loro terre, come riconosciuto dallo stesso allora ministro dell’agricoltura Ariel Sharon. Lo scopo è dare una apparenza di legalità a ciò che legale non è.
Dopo la cacciata di centinaia di palestinesi dai loro villaggi, un’associazione israeliana per i diritti umani intentò un ricorso, ottenendo un’ingiunzione che rinviava la decisione e permetteva loro di tornare nelle proprie case. Nel 2022, dopo una battaglia legale durata due decenni, la Corte Suprema ha stabilito che circa 1.000 palestinesi possono essere cacciati, sostenendo che la zona può essere designata come militare.
https://www.theguardian.com/world/2022/may/05/israeli-court-evict-1000-palestinians-west-bank-area
Il contesto più generale in cui tutto ciò avviene è stato chiarito una volta per tutte dalla Corte Internazionale di Giustizia, che il 19 luglio 2024 ha emesso uno storico parere consultivo: l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale, deve finire immediatamente, gli insediamenti devono essere smantellati, i coloni se ne devono andare, e i palestinesi devono essere risarciti dei danni subiti: “Il continuo abuso da parte di Israele della sua posizione di potenza occupante attraverso l’annessione e l’affermazione di un controllo permanente sui territori palestinesi occupati e la continua frustrazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione viola i principi fondamentali del diritto internazionale e rende illegale la presenza di Israele nei Territori Palestinesi occupati”.
Erika Guevara-Rosas, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International, ha diffuso questa dichiarazione: “L’occupazione è un elemento fondamentale del sistema di apartheid con cui Israele domina e opprime i palestinesi e che causa sofferenze su scala di massa. I palestinesi devono assistere alla demolizione delle loro case così come all’esproprio delle loro terre per la costruzione e l’espansione degli insediamenti e subiscono soffocanti restrizioni che interferiscono con ogni aspetto della loro vita quotidiana, dalla separazione dei nuclei familiari alla limitazione della libertà di movimento fino al diniego dell’accesso alla terra, all’acqua e alle risorse naturali”.
In un quadro di illegalità sancita ufficialmente dal più importante tribunale del mondo, come riesce il nostro sistema a continuare a sostenere questi crimini, quali sono i mezzi della propaganda?
Nel linguaggio utilizzato dai media principali per parlare del cosiddetto “conflitto israelo-palestinese”, non solo in Italia ma in generale in Occidente, c’è apparentemente uno schema preciso e ripetuto, il cui scopo è mantenere una visione idealizzata e in fondo positiva di Israele: una grande democrazia liberale, baluardo dei valori occidentali di libertà e diritti, faro di progresso in una regione barbara e arretrata.
Il genocidio a Gaza è stato quindi raccontato come autodifesa, reazione al 7 ottobre, forse sproporzionata ma necessaria per sconfiggere Hamas, incarnazione del male assoluto, del terrorismo per di più antisemita, che decapita e mette in forno neonati e uccide civili in quanto ebrei.
Il diritto di esistere e di difendersi di Israele è stato alla base della versione ufficiale, dal primo giorno.
In Cisgiordania, dove non si può parlare di Hamas, l’espediente narrativo sottilissimo utilizzato per conservare intatto il dogma è questo: mostrare come la pulizia etnica avvenga per mano di piccoli gruppi armati, nascondendo le responsabilità ben più profonde dello stato. Il paradigma è il colono estremista: razzista, violento, fanatico religioso, membro di una minoranza incontrollata perennemente in conflitto con i palestinesi. Ecco perché importanti network come Sky, BBC, ARTE, e in Italia La7 e il Corriere della sera si concedono di produrre accurati documentari e reportage sulla violenza dei coloni, mostrandone la brutalità senza censura.
Come se occupazione, apartheid, genocidio, pulizia etnica, non fossero la politica stessa dello Stato, ma il risultato accidentale di eventi scollegati tra loro, di esagerazioni, abusi di singoli o gruppi estremisti, ma mai niente di coerente e sistematico. Lo stesso governo di estrema destra, gli stessi ministri, sono rappresentati come qualcosa di diverso e deviante da quella che è l’essenza buona di Israele. Un lavoro giornalistico onesto dovrebbe mostrare come i coloni in realtà sono soltanto uno dei tantissimi elementi che collaborano al progetto genocida di Israele.
Perché Lorenzo Cremonesi, invece di mostrare l’ennesimo colono esaltato paonazzo che ammette: “Se non se ne vanno con le buone, noi abbiamo il diritto di usare la forza, anche di ucciderli tutti” (Corriere della sera, 3/7/25), non intervista i membri della Corte Suprema di Israele che hanno dichiarato legittima l’espulsione dei palestinesi? Forse perché mostrare la violenza di Stato, il volto borghese e presentabile dell’apartheid, l’occupazione in giacca e cravatta, avrebbe un impatto diverso sulla nostra opinione pubblica? Metterebbe forse in discussione il dogma della sua essenziale bontà?
La conclusione è che se i giudici non perseguono un colono estremista assassino, neppure in presenza di un filmato girato dalla vittima, se polizia ed esercito proteggono i coloni estremisti, se la Corte Suprema autorizza l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre, se l’amministrazione civile israeliana agevola gli insediamenti illegali dei coloni estremisti, se i giornalisti israeliani, oltre a giustificare l’omicidio dei giornalisti palestinesi, considerano l’accusa di apartheid una calunnia, se i parlamentari votano per l’annessione della Cisgiordania, se il governo autorizza e legalizza gli insediamenti, se le università in Israele sorgono su territori occupati, e collaborano attivamente con l’occupazione, se le aziende private traggono profitto dall’occupazione illegale; in breve, se ogni settore della società è coinvolto in un’oppressione sistematica e istituzionalizzata, in violazioni innumerevoli dei diritti umani e delle convenzioni internazionali, se tutto il sistema agevola l’espulsione dei palestinesi e l’insediamento e la colonizzazione delle loro terre ad opera dei coloni estremisti, forse è l’intero sistema che va considerato un regime coloniale estremista.
Come dice Rashid Khalidi, storico palestinese, ex professore alla Columbia University: “è ora che la gente si svegli e si renda conto che questa visione cristallina e ideale di Israele è una menzogna. È una menzogna sistematicamente sviluppata, sistematicamente costruita. Questo è uno stato che ha privato un intero popolo dei suoi diritti nazionali per generazioni. Questo è uno stato costruito sul furto di proprietà altrui, della loro terra, delle loro proprietà”.
Il caso dell’omicidio di Awdah Athaleen è emblematico in questo senso: se a premere il grilletto è stato il classico “colono estremista” con la faccia da pazzo, è Israele nel suo complesso che va ritenuto responsabile, e con esso tutto il sistema di potere occidentale che continua a sostenerlo.
Simone Sorani
Ultimi post di Simone Sorani (vedi tutti)
- Il Board of Peace è l’ultimo chiodo nella bara del diritto internazionale - 4 Febbraio 2026
- Dal genocidio alla ‘pace’: la nuova fase della cancellazione palestinese - 26 Novembre 2025
- Riscrivere il passato per controllare il futuro: il progetto di ricostruzione della verità dopo Gaza - 3 Novembre 2025






Grazie Simone, chiaro e scritto bene.