Con il fantastico eufemismo “transitanti” venivano classificati quegli ebrei che dai campi di smistamento (altro eufemismo) venivano deportati alle camere a gas. Lo scrive nel libro Etty Hillesum, Il racconto della sua vita la giornalista olandese Judith Koelemeijer.
Transitanti si potrebbero chiamare oggi, altrettanto fantasticamente gli immigrati e i palestinesi che sono sbattuti qua e là, affamati e in condizioni pietose, da qualche discendente di quegli ebrei allora perseguitati dai nazifascisti. Odio chiama odio, c’è da sempre una endemia di odio che avvelena il mondo, “e ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale.” (A due sorelle dell’Aia, Etty Hillesum, Lettere).
Etty Hillesum, per chi non ne avesse sentito parlare, era una giovane donna ebrea olandese che fu uccisa con il gas Zyklon B, ad Auschwitz nel 1943, forse il 30 novembre. E’ divenuta famosa per il suo diario e le sue lettere, non tanto per la puntuale descrizione delle atrocità naziste, quanto perché parla di un viaggio interiore e di un pensiero che si libera dall’odio.
Alla ultima Mostra di Venezia è stata presentata, fuori concorso, una serie tv del regista israeliano Hagai Levi, che parla di lei, ma che è ambientata nel tempo attuale, come se la Seconda Guerra Mondiale si svolgesse ora e i nazisti dominassero adesso Amsterdam e l’Europa. Non siamo troppo lontani. I genocidi (non è il caso di disquisire se il termine è proprio quello giusto) sono sempre all’ordine del giorno, come attesta la strage di Gaza.
Il regista Hagay Levi è nettamente schierato contro il “regime” di Nethanyau come lo sono tanti altri israeliani. Lo scritto che segue è tratto dal “Diario” di Etty Hillesum, e diventa subito attuale, sostituendo alla parola “tedesco”, “israeliano” o “hamas”:
” Espressioni come: «che anneghino tutti, quella feccia, che muoiano col gas» fanno ormai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanno sì che uno non se la senta più di vivere, di questi tempi. Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d’erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa essere indulgenti nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia.” (Diario, sabato 15 marzo 1941, alle nove e mezzo)
Manca un vaccino contro questo odio, non c’è chi lo produce. Etty Hillesum, trovò una via d’uscita*, che non la salvò dalla camera a gas, che non è certo condivisibile da tutti. ** Ci sono voluti decenni per pubblicare il suo Diario, venduto a milioni di copie, in quanto nessun editore aveva interesse a farlo perché: “La gente vuole leggere che i tedeschi erano cattivi e gli olandesi buoni. Vuole leggere di orrori e gesta eroiche.” Ieri come oggi, cambiano i nome degli attori, delle vittime, dei carnefici, delle tifoserie, dei media, degli editori, delle nazioni, ma la storia e l’indifferenza puntualmente si ripetono:
“Gli ebrei vennero ammassati nel campo di atletica e fatti sedere sulle tribune esposte al sole cocente, mentre poco più in là gli olandesi non ebrei facevano sport come fosse una domenica qualunque.” (Etty Hillesum, Il racconto della sua vita, a proposito del rastrellamento di ebrei del 20 giugno 1943, a Amsterdam).
Judith Koelemeijer, Etty Hillesum, Il racconto della sua vita, Adelphi, Milano 2025-pg. 610, euro 32.
Etty Hillesum, Diario, Adelphi, Milano 2012-pg.922, euro 35.
Etty Hillesum, Lettere 1941-1943, Adelphi, Milano 2013-pg.269, euro 22.
Rami Shapiro, Un silenzio straordinario, La Giuntina, Firenze 2005-pg.235, euro 14.
*Ciò che rende magico il diario di Etty è che alla fine lei è libera, raggiunge un punto in cui le circostanze esterne non contano più, nemmeno nella camera a gas-scrive il regista israeliano Hagai Levi -Perfino in quei frangenti è ancora possibile decidere della propria libertà spirituale. Lei riesce a raggiungere quel luogo della mente dove non si è più dipendenti da nulla. Si è liberata una volta per tutte dal narcisismo e dall’ego che ostacolano le nostre vite.” (Etty Hillesum, Il racconto della sua vita, nota 35, capitolo 18).
** Molti si domandano perché Etty scelse la morte, nonostante la Resistenza olandese e alcuni amici le avessero offerto una via di scampo? Nessuno ha la risposta, che comunque non può essere unica. L’influsso dello psicochirologo Julius Spier, fu sicuramente importante nel farle maturare la convinzione che ovunque, avrebbe potuto consolare i compagni di sofferenza. Le radici ebraiche, l’influsso paterno e gli chassidim, cioè i seguaci dell’antica tradizione esoterica dell’ebraismo, che “danzavano e cantavano mentre si recavano verso i crematori.” (Un silenzio straordinario, Rami Shapiro), potrebbero avere influenzato la ferma decisione di condividere il destino del suo popolo.
Etty viveva in un’altra realtà, nonostante sopra la sua scrivania campeggiasse il ritratto di un giovane Stalin insieme a quelli dello scrittore russo Il’ja Grigor’evič Erenburg e del poeta e combattente olandese della resistenza Jef Last, nonostante avesse scritto per la resistenza olandese due lettere clandestine, diventate famose, che descrivevano la tragica realtà dei campi di smistamento, nonostante si fosse prestata più volte a fare da corriere per un gruppo partigiano che aiutava i clandestini ed i bambini ad uscire dal campo, nonostante fosse molto stimata dal gruppo di resistenza che operava dentro il campo di Westerbork. Nonostante la guerra imponesse risposte più concrete, nonostante solo attraverso la resistenza attiva si potesse fare qualcosa di giusto: “ In Matteo Etty trovava sostegno e fiducia […] in ultima analisi, ciò che contava davvero non era lei, non era quel maledetto “io”, ma sempre il contesto più ampio, a cui si sentiva inestricabilmente legata: “Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Matteo, 16,25-26) (Etty Hillesum, Il racconto della sua vita, pg.402).
Gian Luca Garetti
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