Filippo Pelagatti, pratese, è un anestesista di 35 anni che lavora all’Ospedale di Careggi. Ci sentiamo a metà agosto, nel pomeriggio di un suo giorno libero, mentre a Firenze il personale sanitario porta avanti, a staffetta, lo sciopero della fame contro il genocidio a Gaza.
Filippo, ci racconti perché hai scelto di partire con Emergency?
“Avevo già fatto missioni con loro: in passato sono stato 6 mesi in Afghanistan. Poi Emergency a gennaio ha deciso di aprire un progetto chirurgico a Gaza e a febbraio sono stato contattato per prestare servizio. L’intenzione c’era ma lavorando all’ospedale di Careggi, non ero sicuro di poter partire; è complicato prendere aspettativa per una questione di riorganizzazione interna ma la Primaria ha accettato, supportando questa scelta”.
Quando sei partito?
“Sono entrato nella Striscia durante il mese di tregua anche se uno stop completo non c’è mai stato”. Infatti, secondo Euro-Med Human Rights Monitor, ong con sede a Ginevra, durante le sei settimane di tregua l’esercito israeliano avrebbe ucciso almeno 115 civili a Gaza. “Le esplosioni erano per lo più sul mare e venivano utilizzati droni ad armi leggere, mentre i droni possono usare anche mitragliatrici”, prosegue il dottore.
Cos’è successo il 24 marzo quando è stato colpito il Nasser Hospital (a Khan Younis, nel Sud della Striscia di Gaza)?
“Erano circa le dieci di sera e stavamo lavorando. Quando abbiamo sentito l’esplosione, pensavamo venisse da fuori invece, poi, ci hanno detto che era stata presa la facciata al secondo piano”. Quella notte, dopo essere sceso in una stanza sicura al piano terra insieme ai membri dello staff dell’ospedale, Filippo è tornato con i colleghi in sala operatoria: c’erano dei pazienti, feriti in un bombardamento il giorno prima, in attesa di un intervento. “I colleghi gazawi vivono uno stato di allerta costante con cui devono convivere: a Gaza la notte non ci si può muovere, l’esercito israeliano può ingaggiare a vista, per questo, da quando sono ricominciati i bombardamenti il 18 marzo, abbiamo trascorso le notti nel dormitorio dell’ospedale”, ci spiega.
Ma dopo l’attacco del 24 marzo, neanche l’ospedale di Nasser era più un luogo sicuro. “Noi del team internazionale siamo stati evacuati nell’”area umanitaria”, che dista circa 10 km. E le cure sono continuate nella clinica di Emergency”. A Gaza le infrastrutture sono state intaccate e le aree civili non si riconoscono più. Dall’inizio del blocco, per la carenza di mezzi e di carburante, diventa difficile arrivare in ospedale o per i sanitari raggiungere i luoghi colpiti dagli attacchi. “L’ospedale va avanti grazie alla riconversione al solare e ai generatori ma l’impianto elettrico è completamente saltato e questo è un problema anche per le centrali di desalinizzazione”, dice Pelagatti.
Nella Striscia più dei due terzi (67%) delle strutture idriche e igienico-sanitarie sono state distrutte (Action Aid), le persone sono costrette ad utilizzare l’acqua contaminata. Così aumentano i morti civili non implicati direttamente nei bombardamenti. “Manca il cibo, soprattutto il cibo di qualità. Non si vive di sola farina. A causa dell’inflazione, i colleghi ci dicono che il costo di una Marlboro è arrivato a 20 dollari e la malnutrizione è diventata la routine”.
Che sintomi presentano le persone malnutrite?
“La malnutrizione comporta le malattie respiratorie e la non completa efficacia del sistema immunitario messo a dura prova dalle precarie condizioni delle tendopoli. Si utilizza il braccialetto che misura il polso o il braccio. In condizioni normali si farebbero anche le analisi del sangue ma non ci sono i laboratori. Il personale medico è costretto ad effettuare gli stessi screening degli anni Novanta”.
Come si reagisce davanti ai feriti di guerra?
“L’abitudine, che non è mai un’abitudine, ce l’avevo. Ma non avevo mai visto la quantità e la gravità dei feriti che mi sono trovato davanti all’ospedale di Nasser. In quei momenti l’adrenalina ti sostiene, ti focalizzi e pensi a quello che devi fare. E’ quando sono tornato a casa, in Italia, che ho realizzato quello che ho visto. Alcune immagini non riuscirò mai a dimenticarle”.
Cosa ti ha colpito di più?
“Non è il corpo umano ferito che mi fa impressione, altrimenti non farei il lavoro che faccio. E’ ciò che sta attorno che ti lascia disturbato. Noi curiamo per portare benessere ma nella Striscia era come mettere un cerotto ad una persona che ha tutte le arterie del corpo aperte che sanguinano. E’ importante essere laggiù però ho provato un grande senso di impotenza; senza i mezzi, puoi essere il chirurgo più bravo del mondo ma non puoi operare”.
Inoltre i medici gazawi stanno lavorando senza stipendio. Dal 2007, a seguito della presa controllo di Hamas sulla Striscia, è avvenuta una spaccatura tra Gaza, controllata da Hamas, e la Cisgiordania, sotto l’Autorità Palestinese di Fatah. Per i dipendenti del Ministero della Salute questo vuol dire che i medici più anziani, assunti sotto il controllo di Fatah, ricevono il 25 e il 60% di un salario fisso di 1500 dollari al mese, vivendo con circa 400 dollari (Nena News, Near East New Agency). “I medici più giovani, che invece dipendono da Hamas, a causa del crollo dell’economia del governo, non ricevono nessuno stipendio e vengono sostenuti dalle ong presenti sul posto come Emergency, Medici senza frontiere oppure Medical Aid for Palestine”, spiega Filippo.
Che odore ha per te la guerra?
“Noi non giravamo per strada, eravamo sempre in ospedale quindi sicuramente per me la guerra ha l’odore del sangue. E della benzina. Ma la mattina da casa all’ospedale sentivo un forte odore di fritto d’olio di semi. Era il mese di marzo e c’era il Ramadan, mi sembrava strano che cominciassero a cucinare presto, anche se i bambini di giorno possono mangiare. Poi mi hanno spiegato che usavano l’olio di semi di girasole al posto della benzina, per continuare a portare avanti le loro attività, come per esempio i mercati che richiedono di spostarsi”.
Un proverbio arabo che ho sentito nel campo profughi di Tel Abbas, nella regione di Akkar nel Nord del Libano dice: الولد مولود زي حبة السمسم ovvero “il bambino è nato piccolo come un seme di sesamo” che rimanda alla fragilità e alla cura. Secondo Douglas (1985) i proverbi, contribuiscono alla riduzione dell’incertezza, anticipando la realtà che oggi, però, la politica non sembra più in grado di governare. Davanti a 22 mesi di assedio militare e a 62 mila morti nella Striscia, Bruxelles continua a rimandare ogni decisione: l’accordo per sanzionare Israele richiede l’unanimità dei Ventisette Governi al prossimo consiglio Affari Esteri. Mentre si attende di uscire dall’impasse europeo, continua il blocco degli aiuti e il lancio dagli aerei non rispetta la dignità delle persone, oltre a metterne a rischio l’incolumità. “Per questo, dei civili che continuano a morire a Gaza è importante continuare a parlarne”, conclude Pelagatti.
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