Quando i picchetti sono fioriti di Aysar al Saifi

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Verrà il giorno in cui la Palestina sarà un esempio nel/per il mondo …. è solo una questione di tempo”. Nello scrivere di Quando i picchetti sono fioriti, non si può che iniziare con una frase ripresa da quanto scrive Aysar al Saifi che da sola dà il senso del libro.

Diversi mesi fa, a gennaio, ho scritto, proprio su La città invisibile a proposito del precedente Foglie di gelso. Oggi torno, sempre grazie a La città invisibile, a Aysar con il suo Quando i picchetti sono fioriti. Leggere queste pagine mi ha riportato alla mente quando sono andato nel 2019 in Palestina. Un viaggio di conoscenza sicuramente importante sotto l’aspetto prettamente turistico, ma soprattutto di alto valore dal punto di vista politico; uno su tutti: verificare di persona cosa sono i campi profughi. Riprendo le belle parole usate da Chiara Cruciati il 13/9 su Il Manifesto: “I campi profughi palestinesi non sono solo spazi geografici, sono luoghi di memoria attiva e rivendicazione concreta …. anche per questo gli attacchi militari vanno oltre la pulizia etnica e si ha la rimozione di una storia, della storia”.

I campi profughi, Jenin in particolare, sono descritti in tutti i loro aspetti in Quando i picchetti sono fioriti: “il campo profughi è la nostra memoria, ciò che resta della causa, il luogo dove abbiamo imparato a sognare e lottare  … il campo è ciò che si detesta e si ama … “. Seguiamo le vicende di Rawi, giornalista palestinese – quanti giornalisti palestinesi in questi mesi di genocidio sono stati massacrati, perché non ci devono essere testimoni, nessuno deve testimoniare di quanto sta accadendo; di Mina, una ragazza italiana in viaggio in Palestina per la sua tesi di laurea, in uno dei tanti viaggi che informano e formano; di Motaz, il tassista di Betlemme che attraverso il suo lavoro ci fa conoscere tante storie quotidiane.

Tre storie collegate tra loro in una, quella collettiva della Palestina. Al Saifi ci porta direttamente a quanto avviene oggi. Il momento storico cambia ma le pratiche di oppressione no. Uomini messi in fila per essere uccisi; rastrellamenti; abitazioni fatte saltare in aria a prescindere di chi ci sia dentro; violenze, stupri verso le donne, donne sventrate; corpi ammucchiati; bande sioniste che imperversano impunite con i coloni che accentuano la propria, oppressiva, presenza; le tende come “ultimo rifugio possibile”; i serbatoi per l’approvvigionamento di acqua posizionati sopra le case; la detenzione con i suoi effetti psicologici dovuti alla continua tortura denunciata più volte da numerose ong, a partire da Addameer; gli scioperi della fame portati avanti dai prigionieri politici come ultimo strumento di affermazione dei propri diritti; i disturbi post traumatici che Samah Jabr, l’ormai famosa psichiatra palestinese, ci ha descritto in modo particolarmente duro e di cui, oggi, anche i soldati occupanti sono afflitti, soldati che sono assassini professionisti progettati per torturare, umiliare, uccidere; la strategia dell’occupazione di accentuare l’annientamento e l’annichilimento della coscienza dell’occupato per  sostituirla con un’altra perché le persone devono essere “ ricostruite “; il dispositivo di un sistema militare oppressivo e reprimente costruito sulla paura.

Tutto viene distrutto, niente potrà essere come prima, in una quotidianità che i palestinesi hanno sempre più difficoltà a sopportare e che ha un unico suono esistente e ripetitivo: quello del frastuono dei carri armati che divorano le vie delle città e le riducono in polvere.

Ci tengo ad evidenziare il ruolo delle donne, in questo caso della madre di Motaz, vista quanta denigrazione viene calata addosso alla componente femminile della società palestinese. Donne che sono coinvolte quanto gli uomini nella resistenza. Donne che ci riportano alla mente le staffette della “nostra” resistenza. Un libro, questo, che ci parla del popolo palestinese, un popolo che lotta per riavere i propri diritti, la propria storia, la propria identità, che è stanco di essere visto come chi elemosina la simpatia nel mondo. Un libro che non può che essere incasellato nel diritto alla resistenza, con bambini dall’infanzia negata che divengono adulti proprio nella resistenza. Resistenza che oggi viene messa in discussione anche con il tentativo da parte dell’occupazione di appropriarsi della storia culinaria della Palestina: falafel, humus ecc.. ; per non parlare delle bancherelle, dei negozi alimentari della città vecchia. L’occupazione ha in mano tutto: il presente come il futuro, destino, aspettative, progetti, desideri e sogni.

Quando i picchetti sono fioriti è il romanzo di coloro che si sono ribellati per fermare il tempo. A fine ottobre sarà possibile ascoltare Aysar al Saifi direttamente, vi faremo sapere i dettagli.

Aysar al Saifi, Quando i picchetti sono fioriti, Prospero editore, Milano 2024, euro 17

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Edoardo Todaro

E' tra i collaboratori con le sue recensioni di Carmilla Online, Giallo e Cucina, Osservatorio contro la repressione, La Città invisibile, oltra a svolgere la sua militanza in realtà autogestite (CPA, Firenze per la Palestina)

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