La previsione edificatoria degli ultimi otto ettari di quella che fu l’area delle gloriose Officine ferroviarie di Firenze è tra i peggiori danni urbanistici, forse il peggiore tra i tanti che compongono l’in-Cubo della speculazione nella nuova città storica.
Rigenerazione e/o riqualificazione sono il grimaldello della menzogna. Promettono qualità mentre producono il contrario: riducono la città antica a parco “benessere” per chi ha accumulato troppa ricchezza, un’occasione di svago e un rapinoso approdo di ipertrofici capitali finanziari multinazionali.
Dopo la dismissione e il trasferimento delle OGR (Officine grandi riparazioni), l’area è stata oggetto di proposte di “valorizzazione” (leggi: speculazione) mediante saturazione edilizia di cui dà testimonianza il gruppo di palazzoni dal lato di via Ponte alle Mosse.
In seguito, con la cessione a prezzo concordato della superficie destinata al nuovo Teatro Comunale, il gruppo RFI ha preteso dal Comune un assegno di (circa) 11 milioni di euro, a garanzia della destinazione edificatoria degli ultimi otto preziosi ettari, già ingombri di capannoni oggi demoliti escluso il più antico, doppio, di circa 3.000 mq, oggetto di vincolo ministeriale.
Il primo Regolamento urbanistico (appr. 2015), prevedeva ben 54.000 mq (18.000 sul terreno) oggi ridotti a 42.000 di superficie calpestabile che sommata a strade e parcheggi occuperà l’intera superficie dei capannoni demoliti con pochi resti per un verde solo ornamentale.
Con qualche anno di anticipo la pianificazione comunale aveva approvato il progetto di costruzione della strada di scorrimento denominata Pistoiese-Rosselli, inizialmente a copertura dello storico canale qualificato dal nome di Fosso Macinante. Poi, a seguito delle proteste e dell’opposizione del Quartiere 1, affiancata al Macinante declassandolo a fosso di scolo. Per inciso ricordo che il Macinante è la trasformazione cinquecentesca dell’antico Visarno, ramo destro del fiume che a partire dalla Vaga Loggia (nei pressi di Ognissanti) formava un’isola, detta Cascine dell’Isolo.
Una strada pubblica, ma a servizio prevalente dei futuri lussuosi edifici affacciati sul più famoso parco della città, essenziale a valorizzare l’area privata messa all’incanto da RFI. Strada costosissima (per i due innesti alle estremità e uno svincolo al Barco), per la quale non si è esitato a progettare la distruzione di quell’incantevole luogo d’acqua e di vecchi edifici (la Botte) che consentono al Fosso di sottopassare macinando, il torrente Mugnone. Una strada che il rapido correre di limousines da e verso l’aeroporto trasforma in una barriera, cioè l’opposto di quello che un buon piano urbanistico dovrebbe promuovere: la relazione oggi negata tra il quartiere di via Baracca le Cascine e il fiume.
Ma i guasti non sono ancora abbastanza. Difficile non pensare che per finanziare la costruzione della strada si sia adottato l’abbassamento della futura linea tranviaria n. 4 al livello della strada, preparandone massicciata e sottofondo, anziché utilizzare integralmente la ferrovia esistente (6 km, su 9 totali) riducendo palesemente la comodità del servizio a raso e la traversabilità della linea sotto il ponticello lorenese. In una città abituata a costi di linee tranviarie fuori controllo, l’abbassamento del piano del ferro è il machiavello che va a giustificare i 23mln/km, vistosamente incongruo per una linea che è già costruita per due terzi.
Abbiamo sostenuto più volte in questa rivista e nei comitati cittadini di zona, con i consiglieri comunali la totale mancanza di necessità di edificazione, tantomeno di extra lusso, tantomeno in quest’area la cui storia suggerisce con evidenza un salto di scala nel ruolo di collegamento attrezzato tra la città antica e l’area centrale della città ancora virtuale, ma da riconoscere, che ha il suo baricentro nell’insieme Isolotto, Cascine ed ex Manifattura Tabacchi.
Dunque otto ettari di parterre alberato con affaccio sul Fosso Macinante restituito al suo rango di canale, con un capannone storico che accolga un centro “incubatore” di ricerca e cultura ambientale legato alla facoltà di Agraria, due radure di dimensioni diverse per accogliere spettacoli e manifestazioni all’aperto, sollevando le piazze del centro città da ruoli stridenti.
Si risparmierebbe la perdita (consumo di suolo) di 12 ettari di prato dovuta alla strada; si risparmierebbe una quantità di denaro pubblico intorno ai 180 milioni costruendo solo i raccordi alle altre linee della tranvia n. 4 sul sedime e con l’armatura della attuale Leopolda così da mettere nella rete tranviaria generale questo corposo nucleo di attrezzature metropolitane. Il cuore grande di una possibile Grande Firenze senza costruire un solo metro cubo, ovvero ricuperando suolo e vegetazione per ben 8 ettari, a parziale risarcimento di altri scempi ambientali ormai compiuti.
La disponibilità di trenta milioni ventilata sulla stampa, da parte della Regione per la infrastrutturazione di quest’area ci suggerisce la possibile ripresa del salvataggio dalla prevista edificazione mortale, della più importante valenza urbanistica di Firenze. In tre punti.
- Restituzione della somma esborsata dal gruppo Salini per l’acquisto, quindi ricupero della proprietà al Comune. Nella trattativa anche una possibile permuta con opere di restauro.
- Restituzione, allo stesso Gruppo, dei (sembra) dodici milioni di euro per la demolizione e bonifica dell’area, già compiuta.
- I restanti sette milioni di euro impiegati per la copertura vegetale del parterre, la messa in funzione essenziale del capannone e degli annessi da ricuperare, per cancelli e recinzione.
Tanto si dovrebbe per riprenderci questa magnifica area che una intelligente Estate Fiorentina aprì al pubblico nella integrità del suo spazio, scandito da gruppi di vagoni dismessi, come quinte di teatro, oltre i quali il tramonto e le vaghe colline dei dintorni.
Roberto Budini Gattai
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Roberto il problema è quanto andiamo dicendo da anni, per proponenti e decisori i maggiori costi sono fattori favorenti, anziché ostativi, rispetto alla programmazione e all’esecuzione di un’opera: in questo mondo alla rovescia il rilevamento del fabbisogno, il calcolo delle esternalità, il riuso di infrastrutture esistenti e cosi via sono visti come il fumo negli occhi. Non sarà dunque un saggio richiamo alla razionalità urbanistica a fermare la trasformazione di Firenze in un parco a tema, in cui le stesse infrastrutture che dovrebbero veicolare la sostenibilità diventano le teste di ponte dell’aggressione e in cui un assedio infrastrutturale senza precedenti, con un’impeccabile manovra a tenaglia, prepara la città per l’accoglienza illimitata dei visitatori e l’evacuazione definitiva degli abitanti. Rendiamocene conto, Firenze non è più da tempo una città, è solo il suo sepolcro imbiancato.
A parte questo, un caro saluto.
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