Il test del ‘carrello’ e il caso Pam: parla l’avvocato del cassiere licenziato a Siena

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Andrea Stramaccia è avvocato giuslavorista. Referente della CGIL Toscana e di molte Camere del Lavoro della regione, fa parte dell’associazione di giuslavoristi pro labour Comma 2 ed è presidente dell’associazione ALT (Associazione Labour Toscana). Ha patrocinato le due sentenze che hanno annullato, dichiarandoli antisindacali, i licenziamenti collettivi dei dipendenti GKN.

Stramaccia è anche l’avvocato incaricato dalla Filcams Cgil di Siena di seguire il caso di Fabio Giomi, il 62enne cassiere della Pam licenziato dall’azienda a seguito del ‘test del carrello’ di cui si sta parlando molto in queste settimane.

Puoi ricostruire la genesi del caso?

Il lavoratore licenziato è venuto da me due o tre giorni dopo il licenziamento. L’opinione pubblica è stata molto sorpresa da questo evento perché pochi erano a conoscenza dell’esistenza del mystery shopper, che invece per me e per tutti i giuslavoristi è un soggetto noto da tempo. Si tratta di una figura abbastanza diffusa, in genere personale che lavora per agenzie esterne alle aziende che commissionano i controlli. Le aziende inviano questi clienti simulati nei negozi, negli autogrill o negli alberghi per verificare la correttezza dell’adempimento delle mansioni dei lavoratori. Spesso – almeno per quella che è la mia esperienza – mettendoli anche un po’ in difficoltà; ad esempio vanno alla cassa della stazione di servizio quando la stazione è piena, con il lavoratore un po’ sotto pressione, per verificare se emette lo scontrino.

Questo però è il mystery shopper tradizionale. Il ‘test del carrello’ in Pam è un’evoluzione di questa figura, perché qui non siamo più al finto cliente che cerca di verificare la prestazione in modo più o meno corretto, perché in effetti ho visto anche casi in cui il controllo è stato estremamente corretto.
Questo della Pam è invece un test non trasparente e in violazione delle norme protettive dello Statuto dei Lavoratori. Non si controlla la prestazione, si mette in estrema difficoltà il lavoratore con l’inganno per mettere in evidenza i suoi presunti errori. Più che un mystery shopper questo è un mystery robber. Di solito le aziende utilizzano questi tipi di test per migliorare le performance, per esempio nei call center una persona ascolta la telefonata dell’operatore e poi gli dice ‘no, guarda, devi salutare meglio, sei stato scortese, devi dire questo’, il test è sempre stato utilizzato come strumento per performare. Quello che fa Pam è diverso, non utilizza il ‘test del carrello’ per migliorare le prestazioni ma per punire, è un’induzione in errore voluta dal datore di lavoro, trae in inganno il lavoratore per poterlo licenziare.

Entriamo nello specifico del caso che stai seguendo.

Qui c’è un ispettore che fa il finto ladro, una cosa che non avevo ancora mai visto. Questa figura ‘nuova’ la introduce Pam: si palesa come ispettore, quindi come un superiore gerarchico che può fare un controllo del lavoratore, tuttavia anziché limitarsi, come fa il mystery shopper, a vedere se il lavoratore batte lo scontrino e mette soldi in cassa, simula dei furti improbabili. Qui c’è la novità.

In questa vicenda il mystery shopper non si limita a simulare dei furti che possono essere facilmente scoperti dal lavoratore, magari mettendosi in tasca di fronte a lui un oggetto e vedendo che reazione ha il cassiere. Qui i furti sono improbabili per due motivi. Il primo è che l’ispettore agisce indisturbato dentro il supermercato. Dato che i dipendenti lo conoscono, nessuno gli dice nulla: mentre il ‘vero’ ladro deve stare molto attento se vuole rubare, perché anche all’interno di Pam esiste il personale anti-taccheggio, in questo caso il ladro ‘finto’ girella tranquillamente per il negozio. Se il personale anti-taccheggio lo ha visto mettere la merce dentro le confezioni di birra, non gli ha potuto dire nulla. E stiamo parlando di ben 12 oggetti rubati ‘per finta’, talmente tanti che in condizioni normali non sarebbero sfuggiti all’antitaccheggio.

La seconda ragione per cui il furto simulato può essere considerato improbabile è il modo in cui l’ispettore si è presentato alla cassa: mettendo nel carrello una serie di confezioni di birra sovrapposte e sigillate, con soltanto due fessure sui lati per inserire le mani. Dentro le fessure l’ispettore ha messo dei trucchi, un highliner ed altri oggetti piccoli, tutti privi dell’etichetta anti-taccheggio. Per scoprire il furto il cassiere avrebbe dovuto strappare le confezioni: quell’imballaggio non ha un’apertura superiore o laterale che una volta aperta la puoi richiudere e rimettere com’era prima, se vuoi vedere quello che c’è dentro la puoi solo strappare.

Questo caso non ha precedenti nella tua esperienza?

Non mi sono confrontato con altri colleghi, ma dato che seguo tantissime cause di lavoro in Toscana da tanti anni, se fosse accaduto qualcosa di simile mi sarebbe arrivata la notizia. E nemmeno cercando nella giurisprudenza di merito ho trovato un caso simile.

Il caso di Siena non è l’unico.

Pam ha licenziato con lo stesso metodo del ‘test del carrello’ due cassieri a Livorno ed altri casi simili si sono forse verificati nel Lazio. La mia tesi – sarà il giudice a valutarne la fondatezza – è che da qualche anno Pam sta applicando una politica di ricambio generazionale; vuole lavoratori più giovani e per questo manda via gli anziani sgraditi. A mio giudizio, per quelli che sono i miei dati, potrebbe esserci una discriminazione basata sull’età. Un lavoratore di 60 anni, che lavora da 30, in azienda è più forte, e quindi più capace di far valere i propri diritti.

Si vuole creare un clima di terrore e con questo clima liberarsi di persone sgradite. C’è tanta paura negli ambienti di lavoro, la percepisco tutti i giorni quando ricevo le persone; spesso c’è un clima ostile che crea individualismo, si separano i lavoratori, questo è l’humus in cui vivono. I residui tossici di una vicenda come questa rendono difficile una reazione collettiva, dubito che l’operaio che guadagna 1.000-1.200 euro abbia la forza di protestare, ha paura di ritorsioni, ed è proprio questo il motivo che conduce le aziende a creare situazioni come questa. C’è la volontà di tenere i lavoratori in una condizione di terrore costante con la minaccia di sanzioni.

Colpire invalidi, persone fragili, lavoratori sindacalizzati o persone sgradite è la ‘nuova frontiera’ per ‘tutelare il patrimonio’, che è la tipica espressione delle aziende che si muovono dentro alle logiche del capitalismo finanziario. Nel capitalismo finanziario l’obiettivo è il massimo profitto, e cercare il massimo profitto può anche voler dire chiudere un’azienda come GKN, che magari il profitto lo produceva, ma non quanto desiderato da chi investe con logiche finanziarie.

Pam sostiene di avere fatto dei corsi di formazione agli operatori per limitare i furti nei negozi.

Il punto di vista dell’azienda sulla vicenda è arrivato pochi giorni fa. In questi casi di solito il datore di lavoro rimane in silenzio, ma dopo il clamore suscitato Pam non poteva più fare a meno di uscire sulla stampa.

La tesi della ‘tutela del patrimonio’ è l’unica che possono sostenere, nel processo tenteranno di dire che hanno formato i lavoratori e che i lavoratori devono fare non più i cassieri ma i poliziotti. Il fulcro della questione è che il controllo dei lavoratori è disciplinato dagli articoli 2, 3 e 4 dello Statuto dei lavoratori, ed il principio è che il lavoratore può essere controllato ma la sua dignità e anche la sua riservatezza devono sempre essere tutelate, questa è la ratio della legge. Quelle norme consentono il controllo del datore di lavoro, ma solo sulle mansioni che il lavoratore effettivamente svolge. È davvero il cassiere che deve controllare i furti, e i furti fatti in quel modo? Sfido Pam a darmi la prova che è stata fatta una formazione dicendo al lavoratore di strappare tutte le confezioni davanti ai clienti, perché per vedere cosa c’era dentro lui avrebbe dovuto strapparle tutte.

Pam nelle scorse settimane ha anche annunciato la chiusura del negozio Panorama ai Gigli.

Sì, e c’è una connessione con i ‘test del carrello’. Ai Gigli avevano già dichiarato di voler ridurre la superficie del negozio, creando degli esuberi, a quel punto hanno modificato il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) per dire che, ad esempio, i cassieri non potevano sollevare nemmeno una penna o qualcosa del genere. Senza coinvolgere il rappresentante dei lavoratori sulla sicurezza, l’RLS, hanno modificato il DVR e poi mandato alla visita i lavoratori dicendo ‘c’è un nuovo DVR, caro invalido, tu non puoi più lavorare alla cassa’, in tanti casi ci lavoravano da vent’anni. Lo hanno fatto a gennaio 2025, il che vuol dire che fino a dicembre 2024 questi invalidi non erano tali, a gennaio lo sono diventati e li hanno messi a casa senza retribuzione e senza un termine. Dopo la sospensione i lavoratori hanno avviato la vertenza e la mobilitazione, arrivando a anche a realizzare uno sciopero, abbiamo dovuto fare un ricorso ex ‘articolo 28’ per comportamento antisindacale, perché il giorno dello sciopero Pam ha messo alle casse i direttori, demansionandoli, e questo non si può fare. A seguito della mobilitazione l’azienda ha revocato le sospensioni ed ha rimesso le persone a lavorare, solo dopo hanno aperto la procedura di licenziamento collettivo in modo regolare, perché se hai un esubero non è che non puoi licenziare, ma licenzi secondo criteri oggettivi, che sono l’anzianità lavorativa, i carichi familiari e le mansioni che svolgi, mentre Pam per eliminare gli sgraditi aveva usato questo escamotage della modifica del DVR. A Roma hanno trasferito lavoratori che beneficiano della 104, in quanto caregiver o direttamente invalidi, che non possono essere trasferiti per legge, li hanno trasferiti ugualmente per indurli alle dimissioni incentivate. Questi fatti dimostrano secondo me l’intento discriminatorio di Pam verso i lavoratori fragili o comunque sgraditi perché anziani, ad esempio.

La stampa ha anche messo in evidenza casi di persone prese di mira con continue sanzioni.

Sì, un altro escamotage utilizzato dall’azienda consiste nel colpire i lavoratori con ripetute sanzioni ‘conservative’, che si chiamano così perché sono sanzioni che non comportano la perdita del posto di lavoro. Giomi è stato vittima anche di questo, gli si è addirittura contestato di essere arrivato prima al lavoro, si è mai vista una cosa del genere? Gli hanno detto che lo faceva per lo straordinario, ma a quel punto non gli paghi lo straordinario, non è che lo sanzioni. Nei codici disciplinari di tutti i contratti collettivi è previsto il caso dell’arrivo in ritardo, l’arrivo in anticipo non è mai trattato.

Poi c’è la messa alla berlina. Nel negozio Pam a Siena ci sono quattro casse una in fila all’altra, se fai il controllo solo a me e a nessuno degli altri, e se il controllo è il secondo che mi fai, ledi la mia immagine professionale di fronte alla clientela e di fronte ai colleghi. Se l’ispettore va sempre dallo stesso lavoratore vuol dire che lo sta puntando. Su Giomi tra l’altro non c’era nessun sospetto, aveva anche ricevuto dei premi come ottimo cassiere soltanto l’anno scorso.

Cosa ne pensi della risonanza mediatica che il caso Pam sta suscitando? Come la spieghi?

Va riconosciuto ai sindacalisti della Filcams di Siena il merito di avere dato a questo evento una risonanza nazionale. Questo merito va a Mariano Di Gioia, il segretario, ed a Massimiliano Fabozzi, il funzionario. A livello generale mi pare sia scattata una sorta di immedesimazione di tutti con il cassiere, forse perché è una figura professionale con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni e di cui conosciamo bene le condizioni di lavoro, e quindi siamo anche in grado anche di dare una valutazione. Quando chiudono una fabbrica con 200 persone dispiace a tutti, ma per tante persone è un evento difficile da giudicare, qui secondo me l’evento da giudicare è semplice, perché tutti abbiamo a che fare con un cassiere o una cassiera. È una persona con la quale scambiamo spesso due parole, tutti noi abbiamo il cassiere o la cassiera preferita, almeno io ce l’ho, quando vado a fare la spesa vado dalla stessa persona, e quindi ci siamo tutti immedesimati. Ci immedesimiamo e quindi riusciamo a dare un giudizio, perché siamo in grado di capire cosa fa il cassiere di solito, e siamo in grado tutti, anche senza fare l’avvocato, di capire se quel cassiere ha lavorato bene o male. È qualcosa che ha colpito l’immaginazione delle persone perché è un caso che tutti capiscono. Mi ricordo che in GKN non colpì il fatto che chiudeva un’azienda, ma che avevano licenziato centinaia di persone con un messaggio su Whatsapp. Le persone s’identificano perché dicono ‘se fosse capitato a me…’. Se la discussione si fosse giocata su aspetti giuridici complessi, nessuno ci si sarebbe immedesimato così facilmente.
Poi colpisce anche scoprire che i lavoratori sono controllati in modo subdolo, fino ad ora nessuno lo sapeva, nemmeno in Parlamento. Ho ascoltato le interrogazioni parlamentari presentate sul caso e dicono proprio questo. Perché effettivamente nessuno sa del ruolo del mystery shopper, nessuno tranne quelli che lavorano nei supermercati o negli autogrill e vengono licenziati per questo.

Prima di concludere vorrei farti una domanda più generale: dal tuo punto di osservazione così specifico come hai visto cambiare il mondo del lavoro nei tuoi quasi tre decenni di attività?

In questi trent’anni è cambiato molto il quadro normativo ma senza un progetto organico di riforma, un obiettivo, tranne forse che con il Jobs Act, che però non è certo una riforma che ha come ratio il favor lavoratoris, come dovrebbe essere, ma il contrario. Si riforma la somministrazione del lavoro, si riforma un pezzo di qui o uno di là, ma senza mettere insieme interventi di sistema. Con il cosiddetto Jobs Act le norme hanno recepito in gran parte il punto di vista degli imprenditori, a differenza di quello che avveniva fra gli anni ‘70 e ‘90, quando si cercava di riequilibrare il dislivello tra lavoratore e datore di lavoro in favore del lavoratore, perché questo ce lo dice la Costituzione, gli articoli della Costituzione tendono al cosiddetto favor lavoratoris. Negli ultimi decenni le norme sono state declinate in senso contrario e per di più in modo non omogeneo, nelle associazioni datoriali e tra gli imprenditori questo ha creato la consapevolezza che il legislatore si sta muovendo in quella direzione, a loro favore, e in quella direzione si è mossa spesso anche la giurisprudenza.

Anche la tutela effettiva del lavoro è peggiorata tantissimo da quando i lavoratori sono condannati al pagamento delle spese legali se perdono la causa. Se tu nei tribunali non pensi di poter avere una tutela perché hai paura di pagare le spese legali (migliaia di euro che non hai), ti fermi e non combatti nemmeno; che poi è la vera deriva che indebolisce la tutela nei posti di lavoro. Quando un lavoratore si rivolge al sindacato e poi a me la prima cosa che mi chiede è ‘ma se perdo la causa quanto rischio?’, appena gli dico che rischiano di pagare anche 5.000 euro spesso mi rispondono ‘no, la causa non la faccio’. I giudici sono stati costretti dal legislatore a condannare i lavoratori se perdono la causa ed è questo uno dei motivi che ha indebolito i lavoratori. E se i lavoratori sono deboli in Tribunale lo sono anche sindacalmente e nelle fabbriche.

Pam vuol dire ‘Più A Meno’. In questo quadro suona sinistramente ironico.

Quando Borgomeo acquisì la Gkn la volle rinominare QF, acronimo che – a suo dire – stava per ‘Quattro F’, ovvero ‘Fiducia nel Futuro della Fabbrica di Firenze’. In questi casi però è proprio la dignità del lavoro che le aziende vogliono cancellare. Esattamente quello che la Costituzione intende proteggere con gli articoli 3, 4, 35, 36, che mirano proprio a tutelare la dignità del lavoratore. Il punto che mi preme di più – rispetto al caso che sto seguendo – è che quello che è accaduto al lavoratore è sicuramente ingiusto, vedremo in tribunale se è illegale, ma in ogni caso l’accaduto lede la dignità del lavoro tutelata dalla Costituzione, che è poi quello che ha scatenato anche la reazione immediata delle persone. Prima del diritto è stata violata la dignità, un valore costituzionalmente garantito.

 

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Fabio Bracci

Fabio Bracci lavora presso un istituto di ricerca che si occupa prevalentemente di valutazione delle politiche pubbliche. Autore e co-autore di monografie e rapporti di ricerca in tema di politiche migratorie, politiche sociali e del lavoro, da tre anni fa parte del Coordinamento No Multiutility (in via di trasformazione nella Rete toscana per la tutela dei beni comuni). Ama le api, lo sport e molto altro.

1 commento su “Il test del ‘carrello’ e il caso Pam: parla l’avvocato del cassiere licenziato a Siena”

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