Dall’Erasmus al Concorso Scuola PNRR 3, la favoletta del Merito non regge più

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Guardavo LinkedIn qualche giorno fa e oltre alla vetrina dei piccoli successi, c’è anche chi effettivamente ne ha fatta di strada, ho pensato. Mi sono incantata – perché si sa, la tecnologia ci rincoglionisce – sulle foto di una mia ex compagna di Erasmus. La descrizione diceva qualcosa che aveva a che fare con “risk, management, military” e sul suo gillette, fotografato di spalle, c’era scritto World Food Programme. Prima mi è montata la rabbia e poi, quasi subito, sono stata pervasa da un sentimento di disillusione verso la favoletta del Merito. Questa ragazza, a 22 anni, parlava perfettamente cinque lingue perché il compagno della madre era un ‘businessman’ e aveva frequentato le scuole private internazionali di mezzo mondo – anche quelle di un posto in cui usciva di casa e abbracciava gli elefanti.

Va anche detto che le persone con così tante “skills” mi hanno spronata a dare sempre il meglio in questi lunghissimi e faticossimi 12 anni (mi perdonerà il Professore Sacconi che diceva che gli -issimi sono un suffisso dei tempi moderni – e solo per questo non me lo segnalava come errore – ma è per rendere l’idea della stanchezza che provoca il precariato del capitalismo). Durante la triennale lavoravo nei supermercati: mi mandava un’agenzia che promuoveva prodotti in offerta, che se ne prendevi due c’era uno sconto. C’erano gli assaggi e i gadget. E nelle regole delle promoter ce n’era una particolarmente criptica: non andare a lavoro con il mascara del giorno prima. Che mi rendeva perplessa quasi quanto il post del World Food Programme (WFP). Poi, dopo dodici ore in piedi, la capivi benissimo (altro suffisso, vedi sopra) perché volevi solo tuffarti nel letto vestita per essere già pronta il giorno dopo. Dovevi essere performante e abbiamo performato per dodici anni. Tirocini non retribuiti, lavori sottopagati, demansionati che tanto fa curriculum: “multitasking” lo scrivi nelle competenze. Dalle pizzerie ai pub, dalle redazioni al mondo delle cooperative sociali, fino al precariato scolastico. E nel frattempo master, corsi di perfezionamento, alcol e feste per stare in uno stato di “soffice narcosi”, per anestetizzare le nostre coscienze sulla questione di classe (che non sapevamo neanche si chiamasse così perché all’Università si studiava il diritto internazionale ed europeo e ci dicevano che la classe non era più un paradigma delle scienze sociali).

Nel frattempo a Prato sentivo dire: “voi di giù venite qui a rubarci il lavoro”. E non capivo come facessero i miei genitori a non incazzarsi. Forse perché il lavoro gli serviva davvero. “E chi d’é st’Erasmus?”, mi ha chiesto mio padre in dialetto e con le scarpe antinfortunistiche, quando ho vinto la borsa. E no, non perdo sei mesi. E sì, mi convertono gli esami. E imparo l’inglese. E vedrai, sarà utile per la mia carriera. Insomma lo convinsi che questo Erasmus mi avrebbe svoltato la vita. E me ne convinsi anch’io, che sarei diventata come la Lei di LinkedIn del World Food Programme da un quartiere dormitorio di Prato dove non c’era neanche un circolo Arci (in cui non si spacciasse) e le attività più ricreative le faceva la Chiesa. In questo quartiere c’era anche la maestra Fiorenza che non mi mise in punizione ma mi invitò a riflettere quella volta che avevo preso in giro due bambine che, abbracciando gli alberi, dissero di averli sentiti parlare. Forse, la maestra Fiorenza ci provava a vincere l’impotenza riflessiva: quel fatalismo per cui “gli studenti sanno che la situazione è brutta, ma sanno ancora di più che non possono farci niente (Fisher, 2009, p. 58)”. Mi piace pensare che ci stesse costruendo una corazza per renderci impermeabili al Capitalismo Realista che “è l’idea diffusa che il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico realista”. La maestra Fiorenza, forse, voleva dirci che di “realista” non ha nulla e, magari, voleva insegnarci a non farci piegare alle logiche del neoliberismo che “hanno imposto una specie di ‘ontologia imprenditoriale’ per la quale è ovvio che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda (Fisher, 2009, p.51)”.

Faccio parte di una generazione di giovani adulti che non ha conosciuto altro che il capitalismo globale, dove è normale scavalcarsi l’un l’altro e vivere con pensieri intossicanti e paralizzanti. Maestra, mi spiace deluderla, ma qui ci siamo cadutə con tutte le scarpe. Ci siamo iscrittə al Corso di specializzazione per il sostegno, credendo di passare di ruolo a settembre. Ma nel frattempo hanno cambiato la legge e non c’è più l’accesso diretto e hanno rimesso i concorsi. Ma i 24 CFU per stare in Gps diventano 60, quindi 36 per chi aveva già i 24. Le torna? Nel frattempo i concorsi li passiamo ma non ci sono posti. A volte non ci sono neanche commissari per l’orale perché vengono pagati troppo poco e non sono altro che docenti come noi a cui viene chiesto di restare il pomeriggio per preparare le domande e stilare i verbali. Mi piace pensare che avessero anche loro una maestra Fiorenza che il pomeriggio gli insegnava ad abbracciare gli alberi. Ma, lo so che il problema è il netto in busta paga. Il burnout. I sindacati che difendono random tutte le cause. Così, ai concorsi viene ammessə – con riserva – anche chi ha comprato le certificazioni all’estero. Mentre il corso del sostegno di Indire – online – di tre mesi e senza tirocinio, viene equiparato al corso di Specializzazione sul Sostegno, fatto all’Università pubblica per nove mesi in presenza dal lunedì al sabato, con centocinquanta ore di tirocinio da svolgere a scuola – anche quando, a scuola, già ci lavoravi. 

Il neoliberalismo sostiene che la marketizzazione evita la necessità dello Stato e della burocrazia. In realtà, naturalizzatosi nel realismo capitalista, il neoliberismo “genera un’ansia perpetua, non esiste sicurezza, il tuo status e la tua posizione sono perennemente sotto esame (Fisher, 2009, p. 136)”. E, infatti, se il PNRR1 era abilitante e il PNRR2 ti dava la possibilità di abilitarti in itinere (una volta passato il concorso) durante l’anno di prova, al PNRR3, invece, non puoi accedere senza abilitazione sulla materia che ti costa mille e ottocento euro con i codici “sconto” che delle Università Telematiche, che si sono riprodotte più in fretta di noi. Com’è che si rimane imbottigliati in questi orizzonti verticali? Dove mancano paradigmi conflittuali e consapevolezza di classe, si continuerà a cedere a questo sistema neoliberale che ha trasformato la scuola in un mercificio di certificazioni a basso costo e a basso rendimento perché il logaritmo delle supplenze è come quello delle app di dating: l’obiettivo non è fartene uscire ma tenerti dentro. Nelle Gps con l’incarico annuale costi meno allo Stato: contratti da settembre a giugno e poi le ferie con la Naspi, utile per finanziarti il prossimo corso a pagamento per continuare a stare dentro la ruota capitalista.

“E chi d’é st’Erasmus?”. È un palliativo alla questione di classe. Ti fa credere di essere tuttə ugualə per sei mesi e poi ti porta il conto dodici – lunghissimi e faticossimi – anni dopo.

(Dal Blog “Lettera da un professionale”)

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

2 commenti su “Dall’Erasmus al Concorso Scuola PNRR 3, la favoletta del Merito non regge più”

  1. Tiziano Cardosi

    Grazie di questo panorama di chi mi potrebbe essere nipote, grazie davvero. Io ho vissuto anche in un altro tempo e forse non capisco bene la realtà che anche i miei figli vivono. La cosa che posso garantire a Erica e ai giovani come lei è che un altro modo è possibilissimo, in minima parte vissuto negli anni ’60 e ’70, ma si può vedere anche oggi, basta volgere gli occhi fuori da questa Europa suicida

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