“Verrebbe da dire che la storia umana è (anche) una storia di masochismo collettivo: quanto male ci siamo fatti un secolo fa lasciando i governi dell’Europa in mano a dittature feroci. E quanto continuiamo a farcene, oggi, testimoni impotenti dello sterminio palestinese, dell’occupazione ucraina, della crisi umanitaria nel Darfur” scrive lo psichiatra Vittorio Lingiardi, nell’ultimo capitolo del libro intitolato Farsi male, il cui tema non sono le fruste e le manette.
In questa recensione non entreremo nelle stanze interiori, non ci soffermeremo sulla personalità né sulle relazioni tossiche e violente, né sull’Arte di farsi male dell’Arcipelago M (nel cinema, nei romanzi, nelle poesie..), ma esploreremo i dolori politici, e la vena masochistica che secondo Lingiardi attraversa la psiche collettiva: siamo tutti più o meno masochisti, a livello bio-psico-sociale, ma non allo stesso modo.
Non tutti facciamo parte di una patologia masochistica collettiva, perché non tutti siamo persone che rinunciano alla fatica della libertà ed al rischio della democrazia, “per rifugiarsi in un dispositivo che inibisce e punisce, ma rassicura” scrive Lingiardi. Non tutti siamo masochisti politici cioè soggetti pericolosi per sé e per gli altri, specialisti del farsi male, del farsi fare male, del fare male al mondo, non tutti siamo semplificatori seriali che per padroneggiare la complessità del mondo, spalancano la porta a leader autoritari, paternalistici e/o guerrafondai e/o devastatori dell’ambiente:
“Uno dei motivi per cui la polis sta perdendo la testa-scrive Lingiardi– è la mancanza di strumenti per comprendere e affrontare la complessità. Dalla fluidità di genere all’intelligenza artificiale, mai il mondo è stato cosí complicato. Cerchiamo semplificazioni, che si riveleranno autodistruttive, per padroneggiare la complessità. Abbiamo perso la fiducia. Non soltanto quella astratta nella politica o quella interumana nei confronti di un altro generico: a incrinarsi è soprattutto la cosiddetta fiducia epistemica, ossia la capacità di considerare la conoscenza trasmessa da un’altra persona come degna di credito, generalizzabile e rilevante per sé.”
Piuttosto che perdersi dietro sfumature che sembrano complicare inutilmente le cose, i masochisti politici preferiscono credere in modo indiscriminato al leader autoritario che divide e semplifica, che offre l’illusione di scorciatoie, che colonizza i nostri bisogni di sicurezza, che protegge dalla fatica del dubbio, che normalizza ““i vizi umani” le cose che piacciono anche a te, i soldi, le donne, la libertà dalle regole” aggiunge Lingiardi, che si vanta di devastare l’ambiente, di trivellare, di deforestare, di ridurre i controlli, e le tasse ai ricchi, come fanno Bolsonaro, Trump, ed i loro imitatori ora al governo anche in Italia. Perché in un tempo di catastrofi ecologiche votiamo per chi nega e trivella? Perché dopo aver conosciuto la pandemia votiamo per politici con idee no-vax? Come se la distruzione, il piacere della catastrofe, la narrativa apocalittica, l’egoismo sociale e la ricerca del dolore, fossero più eccitanti del modello di paziente manutenzione, richiesto dalla democrazia. Come se la nostra sottomissione rispondesse al bisogno di essere in qualche modo riconosciuti: meglio sudditi che cittadini.
In questa società oscillante tra chiusura paranoide e adesione acritica, tra sfiducia generalizzata e credulità cieca, alla continua ricerca di soluzioni semplificate e rassicuranti, prospera la disinformazione e il negazionismo, quel delirio che rifiuta l’evidenza delle acquisizioni scientifiche:
“Lo vediamo nel film Don’t Look up-scrive Lingiardi che è anche critico cinematografico– dove il professore di astronomia Randall Mindy e la sua dottoranda Kate Dibiasky scoprono l’esistenza di una cometa in rotta di collisione verso la Terra. Poco piú di sei mesi e il pianeta sarà distrutto. C’è pochissimo tempo, ma si può attuare un piano di salvataggio. Gli scienziati dovranno però fare i conti con una presidente calcolatrice e vanitosa, troppo presa dai suoi giochi elettorali e mediatici per dare retta all’estinzione dell’umanità. Una presidente interessata a programmi televisivi popolari che fanno audience ridicolizzando gli ospiti; amica di imprenditori che, avendo riconosciuto nella cometa una fonte di materiali preziosi, propongono soluzioni vantaggiose per loro e rischiosissime per la popolazione… e naturalmente beniamina del movimento negazionista «Don’t look up». Vi suona familiare?” “Non alzare lo sguardo” su problemi come la crisi climatica, focalizzati sui tuoi interessi immediati, ignora la realtà, rifiuta la scienza, semplifica e fregatene di tutto il resto:
Chi sapeva/ di che si trattava,/deve far posto a quelli/che ne sanno poco./E meno di poco./E infine assolutamente nulla. (Wislawa Szymborska)
Lingiardi termina il libro con la speranza di un futuro di nuove convivenze:
“Simone Weil ci insegna che ogni atto etico parte dallo sguardo: per curare una sofferenza bisogna essere capaci di guardarla, «la salvezza sta nello sguardo». Chi vuole resistere, in questo mondo impossibile, deve imparare a sostenere l’attenzione e la complessità, a tollerare l’ambivalenza e il dubbio. Educarsi non solo al pensiero critico, ma al pensiero emotivo. Riconoscere che la libertà è fragile, ma abitabile. Che la democrazia non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di attraversarlo senza cercare un carnefice o un vendicatore. Continuare a cercare modi di pensare, di convivere, di credere nell’importanza di sostenersi a vicenda, in quel dialogo continuo e difficile da cui dipende il futuro della vita pubblica e politica. «Nutrire speranza per l’inatteso e trovare il modo di realizzarlo.”
Vittorio Lingiardi, Farsi male. Variazioni sul masochismo, Einaudi, Torino 2025, pg.240, euro 14.
Gian Luca Garetti
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