Siamo inondati di immagini del disastro che si sta consumando a Gaza da quasi ottanta anni, ma che si è fortemente intensificato da quel 7 ottobre, diventato a sua volta giustificazione di quella inqualificabile cosa che sta accadendo nella Striscia; difficile trovare qualcosa di peggio nel mondo contemporaneo. Nel fiume di foto e filmati, mi ha particolarmente colpito il brevissimo video allegato, in cui rudimentali carri si muovono nel lago formatosi durante i recenti temporali, in una tendopoli che ospita sopravvissuti alla vendetta di Israele. A trainarli non ci sono auto, camion o trattori ma asini che avanzano col ritmato dondolare delle loro orecchie; sono gli umili animali al servizio degli ultimi, la loro tenacia e insieme docilità paiono una metafora degli oppressi. Forse sono immagini prodotte da una intelligenza artificiale? Non importa, rappresentano comunque quella realtà.
Non si vedono morti o feriti, la città distrutta si può solo immaginare dietro le tende che sprofondano nell’acqua e sotto un irriverente cielo azzurro. Mostrano il disastro che i Gazawi vivono in una diversa prospettiva, ma sono gli aspetti meno appariscenti che spesso parlano più chiaramente: poco distante c’è uno stato che ha sviluppato i più alti canoni tecnologici, appartamenti moderni, con moderni mezzi di comunicazione e trasporto, con standard di vita molto alti per chi può permetterseli. Si blatera da parte di Trump e degli Israele di ricostruzione; nelle indiscrezioni che che trapelano il 20% sarebbe affidato a ditte italiane per l’amicizia che il nostro paese avrebbe dimostrato a Israele. I nomi che circolano sarebbero Gavio, Webuild e, ciliegina sulla torta indigeribile, le Ferrovie dello Stato.
Il confronto tra la processione di barrocci e di asini e quel che esiste al di là del muro della vergogna che circonda Gaza è difficile da sostenere. Fuori dal muro eretto attorno a Gaza sono pronti prefabbricati che potrebbero essere riparo, tir pieni di cibo e farmaci che non vengono fatti passare. In quel deserto di macerie, improvvisamente allagato, c’è gente che sopravvive in condizioni vergognose, se non muoiono sotto le democratiche bombe israelo-occidentali, accanto ad una delle società più ricche del mondo.
In Italia la politica ha raggiunto livelli vergognosi di silenzio e di collaborazione con quello che ormai è certificato essere un genocidio; anche nella nostra Firenze la sindaca nega la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, la rappresentante dell’ONU che ha denunciato responsabilità, con il motivo che questa sarebbe “divisiva”. Divisiva in che cosa? Forse perché divide davvero tra oppressi e oppressori, le vittime dagli artefici di un genocidio? Ma il problema non è certamente fiorentino, è la maggior parte della politica italiana, anche di opposizione, ad essere succube degli interessi Usa-israeliani.
Come è possibile chiedere ancora ad un normale cittadino il voto alle prossime elezioni? Come è possibile che questa classe politica possa rappresentare un paese sostanzialmente pacifico come l’Italia? Da decenni c’è un profondo fossato tra il paese e la classe dirigente, adesso diventa un abisso.
Volgendo lo sguardo dal Medio Oriente all’Europa si trovano altri asini, meno teneri e poco amici degli esseri umani, non trasportano masserizie di profughi, ma interi popoli verso il precipizio della guerra. Sarebbe lungo e forse inutile riassumere per l’ennesima volta come la versione uscita dai pensatoi neoconservatori per giustificare questa guerra sia una serie di ridicole menzogne; purtroppo si sono sedimentate in una parte dell’opinione pubblica.
A volte la storia si vendica con chi vorrebbe stravolgerla ai propri interessi, come nel caso di questa tragedia ancora in corso nelle pianure ucraine: gli Stati Uniti, massimo frutto dello spirito colonialista e imperialista nato in Europa, hanno avuto sempre come loro obiettivo quello di essere la potenza numero uno, il loro timore più grande è sempre stato che potesse nascere un soggetto economico e politico più grande e potente di loro. Lo hanno sempre scritto chiaramente: dal dopoguerra l’incubo era che tecnologie e capitali europei, soprattutto tedeschi, si unissero alle risorse naturali e alla potenza nucleare allora sovietica, oggi russa. Già la guerra in Jugoslavia negli anni ‘90, ma soprattutto quella in Ucraina, voluta e provocata in ogni maniera da Usa e UK, è stata pianificata per rompere ogni possibile legame tra paesi europei e Russia. L’emblema di questa politica è stato il sabotaggio del gasdotto Nord Stream 2. La vendetta della storia è che la Russia, questo enorme magazzino di risorse naturali e di testata nucleari, ha voltato le spalle all’Europa, a cui ha cercato di affiancarsi fin dal collasso dell’URSS, ha trovato un altro alleato e partner economico, la Cina; è nato un colosso ben più potente.
La guerra in Ucraina è stata un catalizzatore delle contraddizioni che si sono accumulate con le politiche neoliberali e imperialiste, ha accelerato la crescita di paesi a cui si era delegata la produzione di merci con mano d’opera a buon mercato, la naturale avidità del sistema ha deindustrializzato soprattutto gli Stati Uniti. Adesso molti paesi del mondo chiedono il conto, non solo degli ultimi decenni di globalizzazione, ma dei secoli passati di colonizzazione e sfruttamento; la Cina chiama il periodo che va dalla sconfitta subita con le guerre dell’oppio fino alla liberazione dall’occupazione giapponese “il secolo dell’umiliazione”. Quello che stiamo vedendo con le grottesche politiche trumpiane è una risposta decisa di paesi che fin’ora hanno subito, la Cina ha risposto ai dazi che si volevano imporre con provvedimenti equivalenti; questo ha mostrato quanto possa essere fragile un paese potente come gli Stati Uniti che ha mantenuto solo industrie belliche e il tentativo di avere il monopolio in campo informatico; la sua sopravvivenza dipende da produzioni che non sono più nel suo pieno controllo e anche il sogno di dominio che ha cullato da sempre si sgretola. La politica isolazionista di Trump non è tanto feroce nazionalismo, quanto l’implicito riconoscimento del suo fallimento imperiale; anche il rispolverare le politiche della dottrina Monroe non sarà semplice, molti paesi americani stanno alzando la testa, addirittura il Messico parla di politiche sociali che in Europa sono considerate utopie dell’altro secolo, il martoriato Venezuela nel suo travagliato esperimento socialista è sotto assedio. Dubito che Trump possa davvero invadere un paese fatto in gran parte di giungla, la memoria del Vietnam dovrebbe indurre prudenza, soprattutto con una situazione interna di profonda divisione e disuguaglianze che minano la tenuta sociale del paese.
In questo complesso quadro politico quel che stupisce e dovrebbe preoccupare molto sono le politiche che abbiamo in Europa; dopo la solita acquiescente partecipazione alla guerra alla Russia voluta dall’amministrazione Biden assistiamo al proseguire delle politiche bellicose ferocemente incarnate dagli stati dell’est Europa come Polonia e baltici. Appare incredibile che la politica estera di questa entità che è l’Unione Europea sia data in mano a personaggi che non temono di fare una guerra ad uno stato che possiede il più grande potenziale nucleare del mondo, che sono travolti da una russofobia che sfocia spesso nel ridicolo; pare non si sappiano rendere conto della profonda crisi economica in cui sta precipitando il continente dopo che sono state recise le arterie energetiche che ne hanno consentito crescita e con le imposizioni gravose volute da Trump. Questo si rende conto che il mondo gli sta voltando le spalle e gli unici che rimangono legati, perciò ampiamente sfruttabili, sono gli europei; aver accettato un folle riarmo e di rifornirsi di gas a costi quattro o cinque volte superiori sempre da oltre oceano sono scelte folli, suicide, ma evidentemente non per le élite che controllano la politica dell’EU, il loro cuore e i loro conti sono nei paradisi fiscali.
In questo quadro quello che appare disperante a chi scrive è che la maggior parte della politica degli stati europei subisce questa deriva suicida, soprattutto molti partiti che ancora si accaniscono a definirsi di sinistra appoggiano una guerra già persa e vorrebbero addirittura rilanciare per attaccare la Russia dopo che si saranno riarmati. Ma intanto, per questi coraggiosi con le vite degli altri, l’Ucraina deve continuare a combattere per consentire ai paesi dell’EU di avere di un esercito pronto per andare in guerra; pare non si rendano conto che la guerra che si sta combattendo in Europa vede l’esercito ucraino in grave crisi e molto difficilmente resisterà a lungo, certamente non anni come vorrebbero i “volenterosi” Von del Leyen, Starmer, Merz, Macron. Questi personaggi vogliono continuare a condannare un paio di generazioni di Ucraini a morire per loro, ma adesso si tace su quel che sta accadendo nei campi di battaglia; se le notizie militari scarseggiano sui principali giornali e nei TG vuol dire che la Russia sta avanzando sempre più velocemente, che gli ultimi bastioni difensivi ucraini sono quasi accerchiati, che le nuove linee difensive finanziate in passato dalla Nato sono finite in cessi d’oro e ville sparse nel mondo. Si pensa anche ad una pace alla coreana, con il congelamento del fronte, non con una pace, una guerra strisciante dalla durata indefinita, ma che dia tempo per il riarmo europeo.
Tutto questo è forse follia o stupidità o un mix delle cose, asini nel senso peggiore del termine, incapaci di capire il precipizio verso cui ci conducono; anche se non si arrivasse alla guerra combattuta avremmo morti per mancanza di cure, di casa, di alimentazione sufficiente, uno scadere della qualità della vita che possiamo immaginare guardando alla sorte toccata alla Grecia.
La domanda che dovremmo farci oggi è come ricostruire un soggetto politico capace di analisi serie, di indicare vie d’uscita; molta sinistra capace ancora di essere critica da oltre trenta anni ha denunciato come le fondamenta di questa Unione Europea siano legate alla ideologia liberista, fondata da trattati come quello di Maastricht, ma fin’ora si è limitata a dire che “l’EU va cambiata” senza poi mostrare concretamente come fare, confondendo la globalizzazione oggi morta con un ideologico internazionalismo. Ci si scandalizza che le destre vadano al potere, non si vuol capire che molte di queste si oppongono alla guerra alla Russia; il voto alle destre è un voto contro la guerra in un mondo dove la sinistra non vuole la pace.
La scommessa di oggi che i movimenti hanno davanti è quella di saper elaborare una prospettiva concreta e fattibile per uscire da questa situazione in cui asini molto poco simpatici portano popoli alla guerra e alla povertà.
Tiziano Cardosi
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