Arrivo in piazza Ognissanti da Via del Porcellana e le bandiere sono sopraffatte dall’illuminazione di Natale. Al centro c’è la brigata sonora del collettivo ex-Gkn, intorno convergono tutte le sigle sindacali; sventola, accanto a quella palestinese, la bandiera del Venezuela. Firenze scende in piazza per l’autodeterminazione dei popoli, contro l’imperialismo americano, a seguito della cattura del presidente Nicolás Maduro insieme alla moglie Cilia Flores; è accusato di narcoterrorismo dalla Casa Blanca, mentre la scorta, composta da 32 uomini cubani, è stata uccisa. I tamburi della brigata scandiscono il tempo de “El pueblo unido jamás será vencido!”. Complice la data del 4 gennaio, c’è il rientro dalle vacanze ma la voglia di salutarsi e di farsi gli auguri per il nuovo anno è stata travolta dallo spaesamento.
Trump sta cercando di congiungere due enormi giacimenti di petrolio: quello del Venezuela e quello del Guyana, dove nel 2015 sono stati scoperti vasti giacimenti petroliferi offshore tanto da essere il primo produttore di petrolio pro capite al mondo, superando Qatar e Kuwait. “Trump lo ha detto chiaramente che interverranno dove le cose non funzionano secondo i loro interessi. E’ la storia del cedimento dell’imperialismo occidentale che sta cercando di dare un colpo di coda e si chiama terza guerra mondiale”, è l’eco del primo intervento dalla piazza. “Israele rappresenta il fronte aperto in Medio Oriente, l’Ucraina quello in Europa contro la federazione russa, le esercitazioni contro il Giappone simboleggiano il fronte nel pacifico e il Venezuela quello dell’America Latina”, si sente, ancora, dal megafono. Difatti, a marzo 2025, il presidente della Guyana ha firmato un memorandum d’intesa con il segretario di stato americano Rubio per rafforzare la cooperazione – in termini di sicurezza – tra i due paesi. La regione dell’Esequibo, un vasto territorio attualmente amministrato dalla Guyana, è contesa e rivendicata dal Venezuela che puntava ad indire delle elezioni per il rinnovo dei governatori. Per questo, il 6 marzo scorso la Guyana ha presentato ricorso alla Corte internazionale di giustizia. Il confine attuale, secondo la Guyana, è stato definito nel 1899 da un tribunale arbitrale di Parigi, durante la colonizzazione britannica. Per Caracas, invece, è il fiume Esequibo – a Est – a costituire un confine naturale, come era all’epoca dell’Impero spagnolo nel Settecento. L’ordine naturale delle cose e degli stati-nazione – con i suoi confini tracciati in corrispondenza delle barriere naturali – viene spacciato come un ordine normale, inviolabile, primordiale ed eterno (Malkki, 1995; Khosravi, 2019). Senza fare i conti con gli esodi e i corpi delle persone che sono in grado di modificare le frontiere, di oltrepassarle. Come è successo nel 2020, quando 2 milioni di Venezuelani sono spostati in Colombia per sfuggire alla crisi economica e istituzionale.
Nel 2020 avevo chiesto ad una ragazza di Caracas che abitava a Firenze un’intervista sull’esodo dei venezuelani, che attraversavano il confine Ovest del Venezuela per andare in Colombia, a causa dello stato di emergenza (Onu, 2020). Tra questi c’era anche la sua famiglia. E mi aveva risposto: “con tutti i problemi che avete in Italia vuoi scrivere proprio su questo?”. Per superare il discorso etnocentrico dominante della società androcentrica e bianca – la nostra – non solo dovremmo fare spazio ad un racconto “polifonico” ma, forse, dovremmo anche smettere di cercare e di accertare che sia stata detta la “verità” (Khosravi, 2019; Jiménez Bautista 2020, 13).
Gli interventi durante il corteo continuano. Viene citata ALBA de los Pueblos (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblos, o ALBA-TCP). Si tratta di un’alleanza regionale che promuove l’integrazione, la cooperazione e lo sviluppo sociale ed economico tra i paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Il primo presidente di sinistra della storia colombiana Gustavo Petro e Maduro si erano incontrati proprio in Venezuela nel Palazzo di Miraflores, a Caracas, nel novembre 2022 per ripristinare i rapporti diplomatici tra i due paesi, discutendo di commercio, migranti, sicurezza, energia e ambiente. Nel frattempo, la manifestazione fiorentina si dirige nei pressi della sede del consolato americano, ripetendo lo slogan “Yankee go home” ed esprimendo solidarietà al processo bolivariano, al Venezuela e a tutto il Sudamerica per il processo di emancipazione dalla politica neocoloniale americana, improntata al controllo permanente delle materie prime, come i giacimenti di petrolio del Venezuela e della Guyana.
Firenze ricorda Simon Bolivar (1780-1830) come il simbolo della lotta che tiene insieme l’America Latina contro gli interessi nordamericani e l’imperialismo. “Noi oggi vogliamo dire che c’è sempre il processo bolivariano che sta governando, c’è un popolo che darà la propria vita per impedire ai marines di mettere piede su quella terra. Ribadiamo la solidarietà ai militanti palestinesi che sono stati arrestati e accusati di terrorismo. Non è un’altra storia, è la stessa storia che colpisce le lotte quando si vogliono sostituire i governi indesiderati e impedire che nascano delle esperienze autonome e indipendenti e non conniventi con i loro interessi”, conclude il Centro Popolare Autogestito, CPA Firenze Sud. L’esportazione della “formula democratica” negli ultimi trent’anni – prima nelle guerre del Kosovo e poi in Afghanistan, in Iraq e in Libia – dovrebbe ricordarci le conseguenze in termini di milioni di morti, instabilità politica ed economica. “Quello che è successo in Venezuela dimostra che siamo sottomessi ad un potere che non si vede ma che viviamo ogni giorno. Potrà capitare ad altri paesi in America Latina e noi non possiamo permetterlo. L’organizzazione internazionale non ha detto niente e questo dimostra che la democrazia non è uguale per tutti: gli Stati Uniti stanno dimostrando che possono manipolare qualsiasi paese come vogliono. Noi vogliamo resistere e lottare per le nostre razze, culture e paesi. Questa lotta è appena iniziata”, ha dichiarato Richard Hasana, il rappresentante della comunità peruviana. Davanti a lui, su uno striscione si legge “Contro l’imperialismo, giù le mani dal Venezuela”.
Nel 2024, la destra radicale all’opposizione, con il candidato Edmundo González Urrutia, aveva gridato ai brogli. Eppure il sistema elettorale venezuelano con tre codici di verifica impedisce l’alterazione dei numeri e la modifica delle schede. In piazza qualcuno dice che Maduro sia stato consegnato agli Stati Uniti dai venezuelani stessi: “l’hanno preso, gliel’hanno messo davanti e gliel’hanno consegnato, mettendosi d’accordo con la Vice”. Qualcun altro si chiede se gli faranno il processo. A quarant’otto ore dalla manifestazione, Delcy Rodríguez, l’ex vicepresidente, è stata nominata presidente in carica del Venezuela. Nel corteo fiorentino ci si chiede – anche – dove sia la comunità venezuelana. “A Firenze sono pochi”, mi dice un attivista. “E quei pochi che ci sono sono di destra”. “La regolamentazione della mobilità opera attraverso una selezione basata sulle disuguaglianze di sesso, genere, razza, e classe. Supera il confine soltanto chi è utile, chi è produttivo (Khosravi, 2019, p. 12)”.
In queste ore concitate, dove i principi democratici si mescolano con quelli della sovranità, nessuna parola è stata spesa per il cooperante Alberto Trentini che da un anno è uno degli ottocento prigionieri politici. E’ in carcere senza nessuna accusa, senza udienza preliminare e senza nessun processo. In Venezuela operano tre compagnie petrolifere: Chevron Corporation, l’azienda petrolifera statunitense, Repsol che è una società spagnola e Eni, la multinazionale italiana. Secondo la famiglia di Trentini, Alberto sarebbe un ostaggio perché politicamente il Governo italiano non può imporsi.
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