A partire dal mese di febbraio 2024 a Firenze sono stati accolti bambini e bambine vittime del genocidio in atto nella Striscia di Gaza per essere curati all’ospedale Meyer, accompagnati da alcuni loro familiari. Sono stati salvati dalla guerra ma l’accoglienza loro riservata è molto precaria. Infatti cinque nuclei familiari sono stati sistemati nella struttura della Madonnina del Grappa a Rifredi. Questo è un CAS, un Centro di Accoglienza Straordinaria che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto provvedere ad una loro prima e provvisoria sistemazione che però sembra essere diventata definitiva.
Ciascuna famiglia vive in uno stanzone in cui è molto difficile far convivere bisogni ed esigenze di adulti e di minori. I bagni sono in comune, i pasti arrivano dall’’esterno, non sono previste attività strutturate di mediazione culturale e di orientamento professionale.
Addirittura alcuni nuclei sono stati distribuiti in strutture diverse rendendo problematiche le relazioni familiari.
Prevale quindi una sensazione di abbandono e di sconforto che si sovrappone ai traumi conseguenti alle terribili condizioni in cui queste persone sono state costrette a vivere.
Chiediamo di sottoscrivere e diffondere questa petizione perché le autorità si adoperino nel cercare una soluzione abitativa dignitosa per le famiglie palestinesi ospitate a Firenze (per firmare puoi cliccare sul link o sull’immagine qui sotto)
Al Prefetto di Firenze Dott.ssa Francesca Ferradino
Alla Sindaca del Comune di Firenze
All’Assessore del Comune di Firenze – Dott. Nicola Paulesu
Al Presidente della Regione Toscana – Dott. Eugenio Giani
Con la presente desideriamo esprimere la nostra crescente e profonda preoccupazione per la situazione delle famiglie palestinesi inserite nel progetto di accoglienza straordinaria CAS.
Sono trascorsi mesi dal riconoscimento dello status di rifugiati, ma l’assenza di prospettive concrete sta aggravando il disagio di persone già duramente provate da traumi personali e collettivi, da problemi di salute fisica e psicologica.
Queste famiglie provengono da contesti di vita durissima: sono vittime di guerra, molti hanno perso la famiglia e ogni sostegno. Si sentono sopravvissuti e portano dentro di sé il peso delle perdite, delle torture fisiche e psicologiche patite, ma anche il desiderio di ricostruire una vita normale e dignitosa, soprattutto per i propri figli.
Il silenzio e l’assenza di risposte concrete da parte delle istituzioni rendono impossibile immaginare un futuro sereno e generano disagio quotidiano, che coinvolge anche operatori e volontari impegnati con energia e solidarietà. Ma questo impegno, pur prezioso, non può bastare.
Chiediamo il passaggio alla seconda fase dell’accoglienza: soluzioni abitative stabili, prospettive di lavoro e percorsi verso una completa autonomia, con condizioni più adeguate e rispettose delle esigenze familiari.
La proposta già condivisa – inserire queste famiglie in appartamenti nell’ambito del progetto SAI – rappresenta una soluzione concreta e dignitosa. Non comprendiamo perché, nonostante i ripetuti solleciti, non siano state fornite risposte chiare né alternative.
Ci troviamo di fronte a un immobilismo che nega il diritto a un minimo di serenità. Vi chiediamo di considerare questa richiesta come un appello urgente, per il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità di persone già tanto provate.
Non possono bastare gli sforzi di operatori e volontari: serve un impegno tangibile e immediato da parte delle istituzioni competenti.
Chiediamo quindi un incontro urgente per chiarire tempi e modalità di attuazione delle misure necessarie a risolvere questa situazione.
Vincenzo Russo
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