In sostegno al popolo iraniano a Firenze: testimonianze dalle piazze

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Il 17 e il 18 gennaio a Firenze, si sono susseguite le manifestazioni in sostegno del popolo iraniano le cui proteste – iniziate a dicembre 2025 – vengono brutalmente represse nel sangue dal regime teocratico di Khamenei. Le contestazioni sono iniziate contro il carovita perché la moneta ha subito un livello di svalutazione senza precedenti. La valuta del Riyal iraniano ha perso l’84% del suo valore rispetto al dollaro nel 2025.

“Come erano le proteste in Iran?”, chiedo ad una studentessa iraniana, a Firenze da un anno. “Brutali – risponde – ma oggi lo sono ancora di più”. Nel 2019 ci sono state grandi proteste a seguito dell’aumento spropositato del prezzo della benzina. Nel 2022 è stata l’uccisione di una giovane  donna curda – Mahsa Amini – a portare molti giovani nelle piazze. “Non mi piace che i media occidentali dicano che scendiamo in piazza per la situazione economica”, prosegue la studentessa. “Non è solo per questo: vogliamo la libertà di pensiero e di espressione”. Il popolo iraniano manifesta contro la dittatura – che, poi, è di fatto responsabile della crisi economica. Secondo il Sunday Times, che ha ottenuto un nuovo rapporto dai medici sul campo in Iran, sarebbero morti almeno 16.500 manifestanti. Nei video girati fuori dal centro di medicina legale di Kahrizak, a Teheran, si sentono le voci strazianti delle donne e si vedono padri e madri piangere i propri figli.

Per una settimana c’è stato il blocco di internet, messo in atto dal Governo affinché non circolasse quello che stava succedendo nelle piazze. “Sono 60 ore che non abbiamo notizie dalle nostre famiglie”, racconta un’altra studentessa durante la manifestazione che si è tenuta a Firenze domenica 10 gennaio, in Piazza Santa Maria Novella. Studia all’accademia, è al terzo anno. La commozione in piazza è tanta così come il risentimento. “Ai miei amici non persiani che si definiscono ‘attivisti’ questo è per voi. Sapete benissimo perché vi rifiutate di parlare dell’Iran [..] perché smaschera la vostra falsa chiarezza morale. Amate le storie semplici. Buoni e cattivi. L’Iran è scomodo. Se un regime urla morte all’America, improvvisamente sviluppate una sordità selettiva, anche mentre picchia, tortura e uccide il proprio popolo”. E’ la scritta su un cartello tridimensionale, tradotto in farsi, inglese e italiano. Nel frattempo le persone arrivano e si abbracciano. “Sono giorni che non riusciamo a metterci in contatto con le nostre famiglie: non sappiamo se sono vivi o morti. Io ho due bambini in Iran, li ho lasciati ai miei genitori”, spiega la studentessa di Belle Arti. L’abbracciano le amiche, mentre vado verso la cassa per capire cosa si dice al microfono. “Iran needs internet”, dicono i manifestanti. E, poi, “Libertà per Iran” e “jin, jiyan, azadî”. “Non cerchiamo un nuovo colonialismo”, risponde una ragazza quando le chiedo cosa ne pensano del fatto che a supportarli possa essere l’America. Tuttavia è vero che gli iraniani sembrano essere in una posizione drammatica, schiacciati tra la repressione del regime teocratico oppressivo di Khamenei e l’imperialismo americano che vuole colpire il paese per indebolirlo, utilizzando, al momento, il collasso economico come arma. “Vogliamo il vostro supporto; finché ci sarà il Mullah – ossia Ali Khamenei come Guida suprema dell’Iran e massimo esponente nazionale del clero sciita – non ci sarà vita per gli iraniani”, continua. Nonostante il blackout e la censura digitale, sono stati diffusi i video delle proteste in cui si vedono gli assalti ai simboli religiosi. “Il problema economico è solo uno”, racconta uno studente iraniano, in Italia da un anno. “Gli iraniani nelle piazze si battono per gli aspetti sociali e culturali – spiega – Qui puoi scendere in piazza e urlare quello che vuoi, in Iran non puoi”, conclude. 

“Chi è l’assassino?” domanda la piazza. “Khamenei”, rispondono. “Si va alle elezioni?”, chiedo ad una donna. “Mi sembra che non interessi a nessuno, ogni due anni siamo allo stesso punto. La situazione è così da 16 anni”. In piazza c’è un confronto animato tra due attiviste di due generazioni diverse. “Gli iraniani hanno già scelto: vogliono il principe Reza Pahlav”, dice la più giovane delle due, in Italia dal 2018. “Non sono venuta qui per ascoltare la musica e ballare. Sono giorni che non sentiamo i nostri cari; dobbiamo chiamare l’ambasciata iraniana per parlare con un parente per 3 minuti”, spiega. il principe Reza Pahlav, invocato dai filomonarchici come guida per una transizione democratica, ha 65 anni, è figlio dello scià Mohammad Reza ed è stato deposto il 1979 dalla rivoluzione Khomeinista. Vive da tanti anni degli Stati Uniti ed è protetto dall’intelligence americana. “Loro sono in Italia da 40 anni (si riferisce agli attivisti/e della generazione precedente), lo so che hanno una certa posizione economica, eppure hanno vissuto una dittatura ancora più terribile, dovrebbero capire”, conclude. La spaccatura dentro il movimento, potrebbe essere anche generazionale e di classe, oltre che inevitabilmente politica. 

Per tanto, lo scorso fine settimana a Firenze si sono tenute due manifestazioni distinte. Un primo presidio, sostenuto da Donna, Vita, Libertà Firenze, si è svolto sabato 17 gennaio in piazza della Signoria. Un secondo sit-in si è tenuto domenica 18 gennaio di fronte alla sede della Regione Toscana, sostenuto da parte del centrodestra e dalla sezione romana di Donna, Vita, Libertà. “Durante la rivoluzione del ‘79, i giornali inglesi facevano una propaganda incredibile su Komeini (leader della Rivoluzione del 1979 e fondatore della Repubblica islamica, nonché prima Guida Suprema dell’Iran). Adesso sta succedendo la stessa cosa: la Tv finanziata dall’Arabia Saudita e Israele porta avanti una campagna pro-scià”, mi spiega Dolores, attivista e moglie di un rifugiato politico Iraniano, in Italia da quarant’anni. “Nelle manifestazioni di protesta che ci sono in giro per il mondo ci sono sempre elementi filomonarchia che impediscono che vengano dati gli slogan contro la monarchia che era una dittatura – se c’è stata una rivoluzione è perché era una dittatura. Se non ci fosse stata una dittatura allora non ci sarebbe stato neanche questo regime”, continua Dolores. “Nonostante loro facciano tutta questa propaganda, la gente in Iran non vuole che si ritorni nostalgicamente al passato per mettere un fantoccio al posto di un altro – perché si tratta di passare di dittatura in dittatura”, conclude l’attivista.

Il 10 gennaio sembra che il Mossad – principale servizio segreto estero israeliano – abbia incitato le persone in Iran a scendere in piazza, scrivendo persino un post su X (nome originale Twitter). Ma il principale obiettivo di Israele è quello di smantellare la capacità militare, nucleare ed economica dell’Iran, oltre ad indebolire i proxy come Hezbollah, Hamas, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi in Yemen, alleati dell’Iran nell’Asse della Resistenza.

Usati come scudi umani dall’Europa e dall’America, i corpi che continuano a subire spari sulla folla, arresti preventivi di massa, ultimatum e pena di morte, sono quelli degli iraniani e delle iraniane che per settimane hanno urlato a Teheran e nel resto del paese lo slogan: “Marg bar setamgar, che Shah bashe che Rahbar ( مرگ بر ستمگر چه شاه باشه چه رهبر)” ovvero “Morte al dittatore sia esso lo scià o la guida suprema”.

 

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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