“Lo Stato è un edificio di regole che crea artificiosamente il diritto di vivere e da a qualcuno il diritto di disporre della vita di altri.” (J. Giono)
Dopo 25 anni di negoziati fra il 17 e il 18 gennaio scorsi è stato firmato in Paraguay da Ursula Von Der Leyne l’accordo fra L’Europa e gli Stati del Sud America Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, aderenti al Mercosur.
In un momento storico così tristemente caratterizzato dallo scoprire (qualcuno si meraviglia, qualcuno si indigna, qualcuno aveva già forti dubbi) cosa siano realmente il Diritto Internazionale, lo Stato di Diritto e né più né meno la democrazia stessa, ecco che la frontiera, il confine di Stato non ci appare più semplicemente come una linea dove si passa dal potere di una Nazione a quello di un’altra. E’ sempre più evidente come la natura stessa di queste istituzioni non siano che strumenti, dispositivi dei capitali finanziari e che tutto quello che le oltrepassa queste linee sia controllato da tensioni che niente hanno a che vedere con la sicurezza ed il benessere delle persone, né dall’una né dall’altra parte. Mentre si usano per controllare, regimare, rendere sfruttabili e impedire alle persone la libera circolazione sui territori si tende ad usare le stesse per facilitare, incentivare, privilegiare la circolazione di alcune merci a danno di altre, generalmente le danneggiate sono quelle di provenienza da circuiti locali, più a breve raggio .
Gli accordi commerciali internazionali hanno esattamente questo scopo anche se normalmente se ne dichiarano altri. Il Mercosur non sfugge a questa logica. In realtà niente di nuovo sotto il cielo, il colonialismo che influenza l’andamento del mondo negli ultimi secoli sembra ripetersi all’infinito e gli appetiti dei capitalisti che manovrano popoli e governi sono sempre più insaziabili. Enormi galeoni con le vele al vento trasportavano pelli, oro, argento e materie prime a basso costo da una parte in cambio di prodotti trasformati da una industria manifatturiera in forte bisogno espansivo da l’altra con tutte le loro filiere di morte, devastazione e sfruttamento da ambo le parti così magistralmente descritte da Eduardo Galeano nel suo Le vene aperte dell’America Latina del 1971.
Oggi i Paesi del Mercosur insistono principalmente sulla filiera agroalimentare abbattendo i dazi e le regole della tracciabilità e dell’origine, infrangendo la già fragile “sicurezza alimentare “ europea. Arriveranno sui nostri mercati carne bovina, fra non molto anche giovani vitelli vivi da allevare (ingrassare) dai nostri allevamenti industriali, pollame, soia, mais, zucchero, etanolo, caffè, cacao e legname. L’intero comparto devastatore e deforestatore al completo.
Dall’altro lato dell’oceano L’Europa con la sua industria meccanica, la sua industria chimica e la sua ormai fortissima tecnologia cibernetica 4.0 a trazione tedesca e anche un po’ italiana (leggi israeliana) scalpita per inondare liberamente le praterie, ma anche le metropoli, sudamericane di pesticidi, macchinari, sensori, droni, software, hardware, algoritmi, satelliti e biotecnologie.
Mentre la foresta amazzonica trema, gli spregiudicati attori protagonisti dell’agrobusiness fanno festa. Mentre ecosistemi e biodiversità diminuiscono, la retorica mainstream spinge sulle varie emergenze più o meno manipolate e quindi sulla necessità della trasformazione i sistemi alimentari con il soluzionismo tecnologico hi-tec. Mentre l’emergenzialismo sulla fame nel mondo propone soluzioni tecnocratiche-ultraliberiste si ripropongono problemi mai risolti e mai affrontati seriamente perché viziati nel profondo dalle razzie coloniali a danno del sud globale dove disuguaglianze e condizionamenti dei mercati internazionali continuano ad aumentare.
Prendiamo ad esempio il Brasile e il suo spregiudicato uso di pesticidi. Molti studi affermano che indipendentemente da Dilma Roussef, Temer, Lula o Bolsonaro chi traina realmente l’aumento delle esportazioni di materie prime alimentari come mais, soia e altri prodotti sono le importazioni di pesticidi. In costante aumento a due cifre percentuali annue che vede, nel 2024, arrivare il consumo di principi attivi fino alle 908.000 tonnellate, di cui 231.900 solo di glifosato. Dei dieci principi attivi più utilizzati in Brasile sei sono vietati nell’Unione Europea: Mancozeb (vietato dal 2021), Acefato (vietato dal 2003), Clorotalonil (vietato dal 2019), Atrazina (vietata dal 2009), Glufosinato (vietato dal 2018), e s-metolaclor (vietato dal 2013).
E’ un gioco molto interessante andare a documentarsi sulle proprietà di questi pericolosi composti di sintesi che i nostri governi decidono che sia giusto immettere nella nostra catena alimentare e nell’ambiente tutto. E’ abbastanza contorto il ragionamento secondo il quale si vieta l’uso di certe sostanze in alcuni territori ma si importa da altri territori, in cui le stesse non sono vietate, cibo per le filiere alimentari. Il Presidente Lula applaude invocando un ridicolo multilateralismo come soluzione per tutti.
Ma usciamo dal cortile di casa Tramp e guardiamo in casa nostra. Al Governo Meloni, trovatosi in questa vicenda a interpretare l’amato ago della bilancia per via di equilibri discordanti dentro l’Unione Europea, è stato più che sufficiente gettare qualche osso da rosicchiare alla sua affiliata Coldiretti prontamente girati alla massa dei poveri agricoltori italiani firmatari delle deleghe in bianco che sono costretti a sottoscrivere con il loro sindacato come compensazione allo sgarbo fatto con l’adesione al trattato Mercosur.
Offrendo questo magro pasto ad un settore ormai devastato e ridotto allo stremo, il Governo dei nipotini della Repubblica di Salò si è sentito libero di aderire al trattato UE-Mercosur con il peso del proprio italico prestigio permettendo ad Ursula Von Der Leyen di avere finalmente i numeri per volare in Paraguay a firmare il sospirato accordo. Gli ossi da rosicchiare sono due, il primo è l’aver scongiurato possibili aumenti sui fertilizzanti di importazione per effetti di un complicato sistema di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) avendo imposto, e ottenuto, di mettere da parte le rigide normative ambientali europee. Il secondo è l’aver ottenuto la promessa di un aumento di 10 miliardi per l’ Italica Agricoltura nei fondi PAC del prossimo ciclo post 2027. C’è di che stare tranquilli. “Il consumatore non si preoccupi, ci pensiamo noi” dice il Governo, “è proprio così”, dicono i sindacati agricoli, “ è vero dice la GDO”.
Esiste tuttavia un fronte di opposizione di alcune associazioni agricole. Una decisa protesta di nuovo con vistosi cortei di trattori e scontri anche forti ha preso forma principalmente a Bruxelles dove i contadini belgi sono stati o primi a scendere in piazza.
Il Governo Francese, dietro la spinta dei potenti sindacati agricoli, si è dichiarato contrario all’accordo e dichiarando di provare a bloccarlo, hanno fatto eco la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria. Dopo aver analizzato e ragionato sulla complessità di questa protesta che in ogni situazione ha presentato facce diverse e contenuti molto distanti fra loro e dopo esserci interrogati come contadini e contadine che ruotano intorno alla galassia Genuino Clandestino (ma non solo anche tutte le realtà sociali che dal basso si occupano di sovranità alimentare, collaborano con la Via Campesina, o semplicemente difendono i loro territori dall’agroindustria praticando agricoltura contadina agroecologica) appaiono evidenti alcune considerazioni.
Essere contadini significa infatti prendersi cura della terra, saperla comprendere, sentirsi come parte integrante di un sistema articolato e interdipendente, delicato, complesso ma anche capace di rigenerarsi con o senza di noi; significa intendere l’agro-ecosistema come relazioni tra viventi e non, l’acqua, l’aria, il suolo, le montagne, il mare etc, e non come spazio inerte da manipolare e sfruttare adottando l’una o l’altra tecnologia. La pratica quotidiana dell’agricoltura agro-ecologica ci pone completamente su un altro piano: le considerazioni sul modello agricolo da adottare e difendere non hanno basi semplicemente economiche, né sono legate ad interessi particolari e corporativi. Ciò che conta, per noi, è produrre cibo sano e di qualità, da distribuire il più possibile sul territorio, senza sfruttamento dell’umano sull’umano e dell’umano sull’ambiente attraverso modalità di agire che tentano costantemente di costruire agroecosistemi sostenibili.
La parola sostenibilità, pronunciata in un contesto ambientale, significa una sola semplice cosa: utilizzare risorse fino al limite che un ambiente può produrre e produrre rifiuti fino al limite che un ambiente può smaltire naturalmente. Ci stanno strette quindi analisi semplicistiche tra agricoltori “cattivi” e istituzioni “buone” e viceversa, così come l’appiattimento del dibattito pubblico su una dicotomia che relega la scelta tra la padella e la brace. Con la consapevolezza che siamo parte dell’ecosistema dobbiamo metterci in testa che distruggerlo significa distruggere noi stessi.
L’ecologia non si può delegare solo ai regolamenti e alle leggi ma dobbiamo praticarla nelle nostre vite. Non potrà mai esistere una vera transizione ecologica della nostra società se non partiamo dalla produzione locale e agrecologica del cibo e questo non è possibile con la struttura sociale che ci siamo dati (o ci hanno consigliato o imposto).
Oggi nelle realtà del mondo sviluppato e industriale gli addetti alla produzione del cibo sono sotto la soglia del 5 % ( Europa media 3,5%). Con queste proporzioni e con la nostra attuale distribuzione sui territori (l’80% di noi vive in città) l’agricoltura contadina agroecologica non è possibile. Nel mondo questi dati sono ancora in forte evoluzione, da che parte vogliamo andare ?
Giovanni Pandolfini
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