Giotto raffigurò, nella Cappella degli Scrovegni di Padova, le conseguenze dell’Ingiustizia con un paesaggio in cui la Natura e la Società appaiono deformi e sconvolti.
Ambrogio Lorenzetti nell’Allegoria del Cattivo Governo (Siena), assieme al disordine raffigura la Giustizia: legata, a terra, vincolata da una corda che ne limita la libertà, con i piatti della bilancia dell’equità gettati a terra mentre nella Sala della Pace era esaltata come una regina.
Sin dal Medioevo la questione della giustizia era di grande rilievo perché, pur in contesto assolutista, era il cardine dell’autonomia dei cittadini. Oggi, con la separazione delle carriere che c’è già, si intende condizionare l’autonomia dei magistrati; si pensi alle grandi opere con alto impatto ambientale: i rigassificatori, i parchi eolici (condannati da una sentenza del tribunale di Montpellier), i termovalorizzatori, i biodigestori, le discariche, le speculazioni edilizie. Già ora il magistrato si trova in difficoltà ad agire per via delle deroghe speciali. Domani il governo indicherà con un progetto già depositato in Parlamento quali indagini debbano intraprendere.
Si sta distruggendo un’armonia disegnata dai Costituenti fondata sull’autonomia della magistratura
Nel dicembre del 1946 Piero Calamandrei (Partito d’Azione) propose una “base di discussione” sul ruolo della magistratura. Un testo aperto al dibattito e non blindato come è accaduto per l’odierna riforma voluta dal governo Meloni. Qui c’è una prima grande differenza di stile e di metodo. I Costituenti tutti vollero sempre comprendere le ragioni degli altri. Sin dall’art. 1 nella proposta Calamandrei si sancisce che: “Il potere giudiziario appartiene esclusivamente allo Stato, che lo esercita a mezzo di giudici indipendenti, istituiti e ordinati secondo le norme della presente Costituzione”. All’art.8: “L’azione penale è pubblica, e il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitarla in conformità della legge, senza poterne sospendere o ritardare l’esercizio per ragioni di convenienza”. All’art. 16: “La magistratura, della quale fanno parte i magistrati ed i loro ausiliari di tutte le categorie specificate dalla legge sull’ordinamento giudiziario, costituisce un ordine autonomo che provvede da sé, e senza alcuna ingerenza del potere esecutivo, al proprio governo.
Distaccare del tutto la magistratura dal potere esecutivo
L’autogoverno della magistratura comprende: il potere di prendere tutti i provvedimenti amministrativi sullo stato giuridico degli appartenenti alla magistratura; la giurisdizione disciplinare sui medesimi”. All’art. 18: “Il Consiglio Superiore della Magistratura /…/ vigila sulla disciplina dei magistrati e ne assicura la indipendenza”. All’art. 26: “Le leggi che regolano l’ordinamento degli uffici giudiziari e lo stato giuridico dei magistrati /…/ non possono esser modificate che nelle forme e colle garanzie stabilite per modificare la presente Costituzione”. Il dibattito fu ampio e sulla proposta convennero uomini diversi: da Aldo Bozzi (Partito Liberale Italiano) a Giovanni Leone (Democrazia Cristiana) che, nella sua relazione, ribadì: “per quanto concerne la indipendenza del potere giudiziario /…/ occorre predisporre una disciplina tale da distaccare del tutto la carriera degli organi del potere giudiziario dal potere esecutivo”. Altrettanto nitida fu la relazione di Gennaro Patricolo (Fronte dell’Uomo Qualunque): “Il Potere giudiziario è indipendente da ogni altro potere dello Stato”.
Indipendenza di chi? Indipendenza da che?
Bozzi (Partito Liberale Italiano), il 6 novembre 1947, affermava: “Ma, che cosa significa indipendenza? Indipendenza, di chi? Indipendenza da che? /…/ Indipendenza del giudice, che è la cosa più importante, credete a me; indipendenza che si deve realizzare /…/ non solo nei confronti del potere esecutivo e del potere legislativo, ma si deve realizzare anche nei confronti della gerarchia interna giudiziaria. /…/. Il magistrato non deve avere superiori, nel senso gerarchico della parola; egli deve ubbidire soltanto alla propria coscienza e alla legge. Il 9 gennaio 1947 Conti (Partito Repubblicano Italiano) dichiarò che “il potere giudiziario debba veramente autogovernarsi senza intromissioni dei poteri esecutivo o legislativo”. Si discusse se la precisazione sulle intromissioni fosse necessaria e Bozzi ribadì che “La magistratura costituisce un ordine autonomo, indipendente da ingerenze politiche o di governo”. Il 6 febbraio 1947 l’on. Ruini (Gruppo Misto) nel presentare il progetto di Costituzione dichiarò: “La magistratura ha fatto, ad ogni modo, una grande conquista; /…/, per l’assoluta autonomia dei giudici di fronte al potere esecutivo. All’organo di «governo della magistratura» che si crea nel suo Consiglio superiore, partecipano, oltre ai membri designati direttamente dai magistrati, altri scelti dal Parlamento, per riallacciarsi così alla fonte popolare”. In realtà Scalfaro (Democrazia Cristiana) aveva osservato, già il 2 novembre 1947, che “Se il Consiglio superiore dell’Istruzione che pure ha sola funzione consultiva, può avere nel suo seno solo insegnanti, a maggior ragione il Consiglio superiore della Magistratura deve avere esclusivamente persone tecniche, data la competenza, la funzione che al Consiglio è affidata”.
La partecipazione delle donne
Inoltre Scalfaro aggiungeva: “inutile la presentazione dell’emendamento che, firmato dall’onorevole Mattei Teresa e dalla collega Rossi Maria Maddalena dice: «le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della Magistratura», ma che sia molto più saggio mantenere le parole del progetto, che portano con sé una grande saggezza, la quale, cioè, pur di fronte a questa uguaglianza, che io credo ancora voglia essere uguaglianza che non nega, ma presuppone le diversità nell’ordine di natura, abbia posto così un principio, abbia cioè detto che se la donna è uscita di casa per la vita politica, per la vita pubblica, comunque per un’attività che non sia quella sua primaria di maternità nella casa, la donna è chiamata ad essere «donna» in questa Assemblea come in ogni altra attività”. L’emendamento fu bocciato! Era il 1947; Purtroppo si dovette attendere il 1963 per accogliere il principio che le donne potessero far parte della magistratura.
Il coraggio dell’indipendenza
I Costituenti erano per l’indipendenza della magistratura; così Caccurri (Democrazia Cristiana): “Se si è contrari al principio dell’indipendenza della Magistratura, si abbia pure il coraggio di dirlo, nell’Assemblea Costituente, di fronte al popolo; si sostenga pure esplicitamente che i giudici debbono essere dipendenti dal potere esecutivo o legislativo e debbono seguire le direttive politiche di essi; si abbia almeno la coerenza nelle affermazioni e si assumano le responsabilità relative. /…/ . Se si vuole perciò una Magistratura subordinata alla politica, lo si dica chiaramente, senza infingimenti e senza riserve mentali”.
Un sorteggio truffaldino
Oggi, con l’istituzione di due Csm diversi, le componenti vengono elette con sorteggio “secco” (tra tutti i magistrati) per i giudici e con uno “pilotato” per la parte politica; si offende così proprio la coscienza dei magistrati che i Costituenti avevano esaltato. Il listino “pilotato” comporta un’estrazione da un elenco indicato dai partiti politici di cui non è dato sapere la composizione; per esempio il listino “pilotato” potrebbe essere composto da figure aderenti a un solo partito. Ancor più grave è l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare che si configura come un Tribunale Speciale, sostanzialmente inappellabile; fatto decisamente escluso dalla relazione Patricolo che prevedeva che “Il Capo del Potere giudiziario è eletto ogni cinque anni da un unico corpo elettorale formato dai magistrati e dai funzionari dipendenti dal Potere giudiziario”.
Il danno della Riforma è evidente sia per l’autonomia della magistratura sia per i diritti dei cittadini che contano sulla separazione dei poteri perché, nelle città e nelle campagne, siano difesi i loro diritti. L’attuale proposta del governo Meloni NON corrisponde, in alcun modo, alle ragioni dei Costituenti, per questo firmare per il referendum e VOTARE NO è fondamentale.
Piero Morpurgo
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