Venerdì 6 febbraio 2026 la mobilitazione internazionale lanciata da diverse organizzazioni sindacali di lavoratori e lavoratrici portuali d’Europa e del Mediterraneo toccherà anche Livorno e il suo porto. Dalle ore 7:00 si svolgerà un presidio convocato al Terminal Darsena Toscana per inaugurare la giornata di sciopero dei portuali indetta da USB; nel pomeriggio, poi, ci sarà una manifestazione alle ore 17:30, concentramento al Monumento dei Quattro Mori.

I portuali di Livorno, insieme alla comunità solidale che si è riunita intorno ad essi, hanno già dimostrato cosa sono capaci di fare durante gli scioperi di settembre e ottobre 2025. È negli occhi di tutti e tutte la forza che in quel periodo è scaturita dal presidio permanente durato tre settimane. Quella forza si è tradotta con il blocco di tre settimane dell’industria bellica e dei rapporti commerciali con Israele. Perché la prova di forza a Livorno, frutto di una ricchissima convergenza di movimenti, organizzazioni e comunità locali, si è misurata anche attraverso la chiusura del porto alle navi commerciali israeliane; infatti, al porto di Livorno è stata pure bloccata una nave israeliana che non trasportava materiali militari (la Zim Virginia).
Il genocidio palestinese è reso possibile dal suo sostegno economico, oltre che dalle armi che i paesi occidentali inviano all’IDF. Ce lo ha spiegato benissimo la Relatrice sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, nel suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio“.
Il blocco alle navi commerciali israliane portato avanti dai portuali di Livorno è stato così impattante che non ha tardato a provocare una spaccatura tra USB e Filt-CGIL, le organizzazioni che hanno indetto alcuni scioperi territoriali per impedire l’attracco delle navi che battono bandiera israeliana. Temendo ripercussioni nei termini di riduzione dei traffici da parte della compagnia Zim, il sindacato confederale ha dichiarato che «ostacolare i traffici commerciali israeliani non è una linea condivisa a livello nazionale», e che Livorno «rischierebbe l’isolamento e un danno economico senza rafforzare la causa politica». Il sindacato di base ha invece ribadito la disponibilità a «sostenere ogni lavoratore che deciderà di proseguire nel boicottaggio della compagnia israeliana» (motivo per cui l’Unione Sindacale di Base ha istituito una cassa di resistenza per supportare chi verrà colpito dalla repressione legale e/o sul posto di lavoro).
Per spingere i propri governi a recidere ogni complicità con il progetto criminale di Netanyahu è necessario bloccare le collaborazioni commerciali con lo stato israeliano. Oggi sono i profitti a determinare le complicità geopolitiche, a rendere vacuo il diritto internazionale. È chiaro che colpire l’economia del genocidio tout court, e non solo quella di matrice bellica, rappresenti una strategia efficace per sostenere la resistenza palestinese (ed applicare de facto le sanzioni che il diritto internazionale prevederebbe).
Non scordiamoci che la resistenza non è finita finché i palestinesi e la palestinesi non ci dicono che è finita. Le lotte dei popoli oppressi per la propria liberazione sono compiute solo quando i popoli si autodeterminano. (Ma se per caso si avvicinano al compimento — si pensi alla rivoluzione del Rojava —, allora gli oppressori smantelleranno le esperienze di autodeterminazione — si pensi ai recenti attacchi contro le comunità curde da parte del regime siriano, in collaborazione con gruppi jihadisti e milizie sostenute dalla Turchia).

Ecco perché i portuali di USB, insieme ai portuali di altre sigle sindacali internazionali, insieme a collettivi autonomi di lavoratori portuali, hanno deciso di rilanciare un segnale di forte solidarietà internazionale contro la militarizzazione dei porti, il genocidio ancora in corso in Palestina, il traffico di armi e la corsa alla guerra a cui stiamo assistendo. Un segnale forte contro l’imperialismo e la rottura del diritto internazionale e in difesa dell’autodeterminazione dei popoli.
Ma non solo. La sfida è quella di rilanciare i diritti di lavoratori e lavoratrici e continuare a sabotare l’economia del genocidio. Non a caso al centro della protesta del 6 febbraio c’è la consapevolezza (internazionale) che «lo spostamento delle risorse economiche sugli armamenti e l’industria bellica colpisce direttamente i salari e le condizioni di lavoro, allunga i tempi di lavoro e allontana la possibilità di riconoscere il nostro come lavoro usurante a fini pensionistici», come si legge in una nota rilasciata da USB. (In quest’ultima nota si trova anche l’elenco aggiornato delle iniziative degli altri porti italiani che aderiscono alla giornata di mobilitazione internazionale).
Inoltre, come ci ricordano i compagni e le compagne del Gruppo Autonomo Portuali Livorno, «NON DOBBIAMO CHIEDERE IL PERMESSO A NESSUNƏ PER ESSERE LIBER3». Motivo per cui è essenziale essere tutte e tutti presenti a Livorno il 6 febbraio. Per chi può dalla mattina al Terminal Darsena Toscana, altrimenti il pomeriggio al Monumento dei Quattro Mori.
Lorenzo Robin Frosini
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