Frontiera italo-francese: testimonianze di chi ogni giorno la attraversa

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“Ero un uomo, prima di lasciare il Sudan”, mi dice un ragazzo di 25 anni, alto e robusto. “Poi sono andato in Libia “. E mi fa vedere una foto su Facebook: due scheletri. La foto è in bianco e nero, con un muro dietro e due corpi senza maglietta con lo sterno e le costole sporgenti che testimoniano la violenza della Libia. E’ immediata l’associazione con le foto dei campi di concentramento che in Italia si studiano a scuola. L’ho riconosciuto solo dalle guance che ancora risaltavano sul suo giovane viso. In basso, nella foto c’era una scritta, “I have nothing to say just thanks God for release us out”. Niente da dire solo grazie a Dio per averti rilasciato. E poi tante emoji con la faccia che piange. Forse, la foto era stata postata dalla moglie o da un familiare che l’aveva ricevuta dalle milizie libiche che ricattano così le famiglie. Lui l’aveva riportata scrivendo: “That’s in Libya. Nothing Good”. Questa è la Libia, niente di buono. Il suo amico che era in cella con lui è morto: “Ci davano da mangiare una volta al giorno solo un po’ di pane”. Lui è sud sudanese ma lavorava in Sudan. “Quando è arrivato il Coba 19 – in Europa lo chiamate Corona Virus – sono tornato nel Sud Sudan ma lì fa molto caldo così sono andato in Egitto”. Come hai attraversato il confine? “Avevo il passaporto, you know. In Egitto, però, la situazione non era buona così sono rientrato in Sud Sudan ma nel 2023 è cominciata la guerra; sparavano a chiunque, anziani e bambini. Allora, con mia moglie, sono andato in Libia ma quando ho visto la Libia ho pensato di tornare in Sudan perché la maggior parte dei sudanesi muore nel deserto o nelle prigioni”. Intendi, mentre attraversano il confine? “Anche dentro la Libia: la gente deve camminare senza macchina – le macchine le abbiamo lasciate in Sudan – se devi camminare e ti lasciano una settimana senza acqua, non puoi sopravvivere”.  In Libia è stato in prigione due volte e ogni volta chiedevano mille dinari di cauzione: lui non aveva nessuno che potesse pagare perché è il fratello più grande della famiglia. Per questo è stato in prigione per mesi. Quando è uscito, ha provato ad attraversate quattro volte il Mediterraneo con la moglie. Alla fine gli erano rimasti solo 4500 dinari (circa 710 dollari) che bastavano per una persona sola. La moglie gli ha detto di andare perché per gli uomini in Libia la situazione è troppo complicata. Ma lui insisteva affinché andasse lei. “Avevo un’attività in Sudan. Non è che potessi dire ‘sono ricco’ ma avevo i soldi, avevo un negozio, vendevo prodotti per le donne: andavo in Uganda a comprarli. Now I am homeless you know. Adesso sono un senzatetto. E l’Africa è lontana”. Ha paura che la moglie lo dimentichi.

Le violenze subite durante il viaggio ripristinano i confini e sembrano essere un lasciapassare per l’Europa: chi attraversa paga il diritto di accesso con il proprio corpo (Wali 1990; Martinez 1998; Falcon 2001; Khosravi, 2019, p.81).

Un ragazzo di 31 anni racconta: “io ho studiato il tedesco in Marocco per trovare un contratto di formazione professionale in Germania e partire in modo legale. Ma mi chiedevano 12mila euro da bloccare sul contro. Adesso ne chiedono 13mila”. Ha studiato economia all’Università. “Nel 2020 è arrivato il Corona, allora non potevo più seguire il corso di lingua e studiavo a casa”. Appena ha terminato gli studi, ha deciso di partire. “Sono andato come turista in Turchia poi ho attraversato a piedi Bulgaria, Serbia, Ungheria, Austria e Italia. La frontiera più difficile è stata quella tra Turchia e Bulgaria perché la polizia ci riportava indietro, togliendoci le scarpe e i vestiti”.  Ha provato due volte, la terza è riuscito a passare. In Turchia com’era la situazione? “Buona perché io ho pagato quelli che ci venivano a prendere”. Come li chiamate? “Non lo so in italiano ma in arabo diciamo al-muharribīn“, risponde. I “trafficanti” danno più sicurezza degli Stati. In Bulgaria è stato obbligato a fare la domanda di asilo politico e a lasciare le impronte: è rimasto nel centro per richiedenti asilo di Harmanli per 18 giorni. Com’erano le condizioni igieniche? “Non erano buone e da lì non potevamo uscire”. Così ha pagato altri al-muharribīn per attraversare il confine serbo-ungherese. “Mi hanno aiutato solo con una scala perché ci sono due muri alti tre metri”. Trecento euro per scavalcare. “In totale il viaggio è costato quasi 6 mila euro. E’ un viaggio difficile perché in Bulgaria ci sono tante montagne”. I respingimenti preparano meglio al prossimo attraversamento: “Ho provato tre volte, ero abituato, non avevo più paura”. Finché dalla Bulgaria all’Austria non ha deciso di infilarsi sotto un Tir. “Siamo andati nella stazione dei camion internazionali. Ho guardato la matricola di un Tir, era bulgara. Quando l’autista è andato a fare una pausa, siamo entrati sotto. Eravamo cinque. Altri amici ci avevano spiegato come fare: ci siamo messi sopra la ruota di riserva”. Eravate sicuri di dove andava il camion? “Poteva andare in Austria o Slovenia, io controllavo la strada su un app che funziona senza internet si chiama MapMe”. Sono rimasti sotto il camion tredici ore. “Quando ho visto che andava verso la Slovenia, ho dato il segnale ai miei amici che dovevamo scendere. I ragazzi che erano avanti hanno cominciato a tagliare un tubo per far rallentare il camion, finché non si è fermato. E noi siamo scesi”.

Cosa ha detto l’autista quando vi ha visto? “Quando siamo usciti eravamo tutti sporchi di nero, ricoperti dai fumi del gas. L’autista era scioccato perché non si era accorto di nulla”. Nel frattempo mi fa vedere un video registrato sotto il camion: riprende i suoi amici e poi si vede anche il suo volto. “Se fossimo arrivati in Slovenia, ci avrebbero deportato in Marocco oppure saremmo finiti in prigione perché avevamo la domanda di asilo in Bulgaria”. In Ungheria gli rimanevano ancora due chilometri per entrare in Austria. “Lì non c’erano alberi ed era difficile nascondersi: noi correvamo nei solchi fatti dai trattori, poi ci siamo nascosti nei mulini”. Le macchine della polizia non li hanno trovati ma con un amico si sono persi. “I soldati austriaci ci hanno preso perché ci sorvegliavano con i droni”. Una volta che avrebbero fatto i controlli, anche l’Austria li avrebbe espulsi in Bulgaria dove risultava ancora in corso la procedura per l’asilo. “Sarei voluto rimanere perchè, grazie al corso di tedesco, parlavo la lingua ma siamo dovuti andare via”. 

Le vite delle persone sui confini sono vite sature di potere, sebbene – spesso – nella non concessione dei diritti (Butler & Spivak, 2009, p. 50). Le persone in movimento – sui social – raccontano in prima persona le loro storie e non hanno bisogno del nostro paternalismo: mentre il nostro ascolto è ancora necessario poichè, dietro alla costruzione dei confini, vi è non solo un ordine e un limite geografico ma anche “la nostra percezione del mondo (Rumford 2006, p. 166)”. In questo video-testimonianza, ci sono le voci di chi ha attraversato la frontiera italo-francese e tutte le altre prima di arrivare fin qui. 

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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