La narrazione di Firenze: chi la controlla ne decide il futuro

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Le proteste e l’inchiesta giudiziaria che attualmente riguardano l’ex teatro comunale di Firenze, destinate probabilmente ad estendersi ad altre speculazioni, rappresentano qualcosa di più complesso di una semplice questione urbanistica, si tratta innanzitutto di una questione politica e, al tempo stesso, comunicativa.

Per comprendere il peso della comunicazione in questa vicenda occorre risalire alla giunta Renzi e ai successivi due mandati di Dario Nardella. Chi oggi rilegga articoli e comunicazioni di quel periodo sulle rigenerazioni urbane, sulle vendite di beni pubblici ai privati, sulle missioni di Nardella al Mipim, sui contatti di Renzi con i grandi investitori esteri, troverà sulla stampa mainstream una narrazione monolitica e favorevole a questo tipo di scelte. Le poche voci contrarie provenivano da comitati e collettivi di attivisti, liquidati come “quelli del no”. L’intera narrazione intorno a Firenze era funzionale a convincere la cittadinanza che quello fosse l’unico destino possibile per la città, un there is no alternative di thatcheriana memoria. La narrazione dominante dipingeva Firenze come una città in marcia verso il futuro, in grado di attrarre capitali stranieri, capace, grazie alla sua storia e cultura rigorosamente rivolte al passato, di competere con metropoli molto più grandi. Due termini ricorrevano ossessivamente: rigenerazione e attrattività.

Chi tentava di opporsi veniva emarginato e screditato, vale la pena ricordare che l’attacco agli oppositori, fino alla delegittimazione personale era uno dei cinque filtri della propaganda teorizzati da Chomsky (oggi fa male citarlo, ma tant’è) e Herman in Manufacturing Consent. Un esempio emblematico è sicuramente quanto accadde a Tommaso Montanari dopo la trasmissione Report del 2021. Proprio quella puntata di Report, intitolata Svenditalia, rappresentò il primo momento in cui la narrazione dominante si incrinò. La crisi sanitaria messa in moto dalla pandemia, aveva mostrato una città vuota, basata su una monocoltura turistica: la trasmissione creò un terremoto in città che, però, rientrò rapidamente. L’amministrazione riprese in mano la narrazione, spalleggiata dai media generalisti, dalle testate locali alle televisioni, annunciando provvedimenti: non sarebbero più state concesse trasformazioni di immobili in strutture turistico-ricettive. Il risultato? Nacquero 11 studentati privati, di fatto alberghi prenotabili su qualsiasi piattaforma, che ricadevano sotto la categoria direzionale, un giochino che utilizzando categorie tecniche sconosciute alla maggioranza dei cittadini portò avanti la svendita della città mentre si affermava di voler fare l’esatto opposto.

La dinamica fiorentina rappresenta alla perfezione quello che James Phelan, scrittore e studioso di narratologia, definisce “imperialismo narrativo”, che in città opera attraverso quattro attori: l’amministrazione, i media, il marketing degli investitori e i social media. L’amministrazione utilizza un linguaggio tecnico-burocratico che trasforma scelte politiche in necessità tecniche, termini come riqualificazione o valorizzazione presentano decisioni contestabili come se fossero inevitabili. Come sostiene Uwe Poerksen, qui agisce la figura dell’esperto che nascondendosi dietro un vocabolario pseudo-scientifico, può bollare come arcaico o contrario al progresso chiunque dissenta, esperto che funziona di fatto come un propagandista mascherato da tecnico. I politici, d’altra parte, abbracciano il linguaggio del marketing, tipico degli investitori, combinando retorica finanziaria e storytelling dell’autenticità, vendendo la città come un brand e le trasformazioni urbane come opportunità. I media mainstream amplificano questo linguaggio con narrazioni celebrative, trasformando operazioni speculative in storie di successo e marginalizzando le voci critiche. I social media completano il quadro, rendendo cittadini e turisti produttori inconsapevoli del brand, riproducendo e amplificando le narrazioni egemoniche. La conseguenza è la perdita della possibilità di articolare discorsi collettivi critici.

Nonostante tutto questo, una serie di eventi ha scosso la città. Nel 2023 la proposta di referendum sugli studentati da parte di Salviamo Firenze ha cominciato a mobilitare l’opinione pubblica e ha avviato una discussione in città tale che Nardella ha preferito bloccare la consultazione. Ma nulla ha risvegliato i fiorentini quanto l’emergere dell’ormai celebre cubo nero nello skyline del lungarno, in quel momento tutti si sono accorti di cosa stava accadendo all’urbanistica cittadina. Il moltiplicarsi delle critiche, dall’esposto su San Gallo alle proteste di fronte all’ennesimo studentato in via Pietrapiana, fanno capire come il tema sia ormai centrale e impossibile da evitare per la Giunta.

Questo improvviso interesse per l’urbanistica ha fatto sì che quelle voci di attivisti e studiosi critici siano diventate centrali per raccontare che quanto adesso è sotto gli occhi di tutti abbia radici nella politica cittadina degli ultimi quindici anni, le testate locali li hanno ospitati, le radio e le televisioni intevistati. La narrazione è finalmente in mano a chi era stato lasciato ai margini perché continuava a dire che il re era nudo, ovvero che si stava svendendo la città ai grandi fondi e che si stavano trasformando i luoghi di socialità in luoghi del consumo, che la città era espropriata e alienata.

Adesso però è il momento in cui occorre prestare attenzione, perché di nuovo la partita sulla narrazione si fa politica. Le critiche sono numerose e il rischio che una narrazione prevalga su un’altra è fortissimo, se dovesse prevalere una narrazione che si ferma alla superficie, alla critica estetica o alle critiche meramente opportunistiche, si perderebbe un’occasione. Infatti se la Giunta è completamente afona di fronte alle proteste e alle inchieste della magistratura, la destra cittadina si sta facendo sentire. Dal consiglio comunale ai social, dai politici agli insopportabili troll online si continua a indicare agli ignari cittadini la svolta a destra come possibile soluzione. Il rumore di fondo che tutto questo agitarsi produce rischia di far perdere di vista l’obiettivo che è quello di un vero cambio di rotta in città. Come scrive su questa rivista il Gruppo Urbanisitica di perUnaltracittà «La città neoliberale e finanziarizzata polarizza ricchezze e miserie, si configura come sommatoria di recinti: quelli sfacciati per ricchi e quelli dimenticati nelle periferie.» La destra è perfettamente in linea con questa idea di città e gli esempi sono tanti, da Matteo Salvini, primo sostenitore del decreto “Salva-Milano” a Meloni che flirta con i grandi fondi speculativi. A fine 2024, due mesi dopo l’incontro tra la premier e Larry Fink, Presidente e CEO di BlackRock , il governo Meloni ha autorizzato il suo fondo d’investimento a superare il 3% in Leonardo, rendendolo l’unico azionista privato con tale quota. BlackRock è già il principale investitore estero nelle imprese quotate a Milano, con 17 miliardi di euro in Intesa San Paolo, Unicredit, Stellantis, Eni ed Enel, tra le altre. Infine perché chi sedeva in consiglio comunale sui banchi della destra in tutti questi anni ha sempre taciuto e solo ora si scaglia contro l’amministrazione? La risposta è semplice: per mera opportunità politica.

La questione decisiva è a chi debba rimanere in mano la narrazione della città perché si riesca effettivamente a cambiare strada. In questo caso davvero non ci sono alternative: agli attivisti, alla cittadinanza attiva, agli studenti, ai lavoratori, a chi aspetta l’assegnazione di una casa popolare, a chi vuol vivere del proprio lavoro e non di rendita, a chi difende i centri sociali, a chi vuol reindustrializzare la propria fabbrica come i lavoratori ex-GKN e non vederla morire in mano alla speculazione. Non sarà facile, perché sebbene dalla crisi del 2008 sia apparso ancor più chiaramente che il tardo capitalismo e la deregulation dei mercati non avrebbero portato stabilità ma soltanto arricchimento per l’1% e miseria per il restante 99, la narrazione neoliberale è stata talmente unica, forte e ubiqua che è riuscita a convincere una buona parte delle popolazioni occidentali che i veri nemici fossero gli immigrati, i poveri, le minoranze. La confusione tra vero e falso, le teorie cospirazioniste, la polarizzazione delle opinioni, sempre guidata dalla classe dominante, hanno fatto il resto, creando fratture enormi tra le persone.

Non mollare la narrazione, essere sempre un passo avanti al rumore assordante della propaganda, sostenere le une le lotte degli altri, capire che ci salviamo tutti insieme o non ci salviamo affatto è una strada obbligata. Gli attivisti hanno dimostrato di saper aspettare il momento giusto, continuando a costruire un racconto alternativo anche quando nessuno sembrava ascoltare. Ora che l’attenzione c’è, il lavoro narrativo diventa ancora più cruciale.

3 commenti su “La narrazione di Firenze: chi la controlla ne decide il futuro”

  1. Alberto Di Cintio

    Complimenti a Francesca per la lucidissima analisi, oggi anche dedicata al focus su gli sviluppi politici della battaglia antispeculativa. La gestione politica della battaglia e i suoi sviluppi deve trovare momenti di approfondimento collettivo. E’ urgnete.
    saluti
    Alberto Di Cintio

  2. Roberto Renzoni

    ….. e brava Francesca, seria e competente; è un piacere leggere i tuoi articoli che pur non sono lieti per chi non conta, al solito…..

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