Non serve un nuovo carcere, serve la città che cura. Ma a Firenze le istituzioni lo ignorano

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Il carcere non è un corpo estraneo alla comunità urbana. Il fatto che istituti come quello di Firenze si trovino fisicamente in periferia ha assecondato, per anni, l’illusione di poter “rimuovere” il problema, nascondendo disagi ed esistenze (tante, troppe) ritenute scomode. Tuttavia, l’illegalità che si respira dentro le carceri — denunciata recentemente dalle cronache e dai garanti — non è che il riflesso di una violazione tragica di norme e dignità, violazioni o quanto meno noncuranza compiute dai responsabili (di governo a tutti i livelli) già nei territori.

Oggi si torna a parlare di demolizioni e ricostruzioni, come se il problema fosse risolvibile attraverso l’edilizia. In realtà sono “proposte nuove dal sapore vecchio”, avanzate puntualmente durante le emergenze per poi svanire nel silenzio. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che le ascoltiamo. Serve invece una riflessione più profonda. Il malessere presente negli istituti di pena è l’esito finale di un percorso di abbandono che inizia nella vita quotidiana della città. Se osserviamo con onestà le periferie esistenziali, i quartieri privi di servizi e le zone lasciate al degrado, ci rendiamo conto che queste aree urbane sono diventate veramente delle “carceri a cielo aperto”. Qui le condizioni di vita, la mancanza di prospettive e l’assenza dei diritti fondamentali sono tragicamente simili a quelle che si vivono dietro le sbarre.

Il carcere è nella città perché chi vi abita è figlio di quel quartiere, di quel rione, di quel territorio. Negli istituti di pena si concentra il fallimento delle politiche sociali esterne. Il carcere è una raccolta della crescente dipendenza dalle sostanze, della fragilità psichiatrica denunciata ma non presa in carico, della marginalità economica vista come responsabilità personale e non come esito di sfruttamento. Questi problemi non nascono nelle celle, e non si risolvono con le celle, per quante ce ne siano disponibili. Sono sintomi di una società malata, sperequata, di un governo che non è di tutti, che non sa curare, accogliere o prevenire. Quando una persona varca la soglia di un penitenziario, abbiamo già perso credibilità, la collettività ha già perso la sua battaglia. Quando una persona muore o si suicida in carcere abbiamo già sulle spalle una enorme responsabilità. L’amministrazione locale non può limitarsi a dichiarare la necessità di nuovi edifici. Questo è, al contrario, quanto enunciato negli articoli dei giornali locali.

Essere Sindaco o comunque rappresentante delle istituzioni significa essere una presenza costante nella costruzione di una comunità, civile, che comprenda tutti. Significa garantire a tutti condizioni di vita dignitose affinché la strada non diventi l’inevitabile anticamera della cella. Questo è il solo investimento sociale che può consentire poi di pretendere, con autorevolezza, che altri facciano la loro parte. L’amministrazione penitenziaria, il carcere, anche tante piccole carceri, non possono diventare luoghi di vera dignità e non depositi di vite sconfitte. Lo abbiamo visto un po’ ovunque (es. Milano): l’apertura di nuove strutture ha portato solo alla moltiplicazione dei problemi di quei luoghi.

Non si affronta la questione carcere se non si affrontano le questioni che attraversano le città. Il lavoro che manca, la casa che non c’è, la sanità e la scuola che non sono diritti ma costi, generano sacche di povertà e di abbandono che diventano il bacino in cui si genera nuova esclusione, nuova reclusione. Se si continua a rispondere solo con la repressione e il “pugno duro” per rassicurare l’opinione pubblica, non si farà altro che alimentare questo circolo vizioso.

A Firenze sembra essere estremamente importante il decoro, la facciata, l’assenza di “disturbo” nelle vie del centro. I turisti, o chi attraversa il centro della nostra città, patrimonio di cultura e bellezza, non devono avere percezione della realtà, devono ignorare che il vero degrado è quello che calpesta i diritti umani, sia nei territori dimenticati sia nelle celle sovraffollate. Forse il Garante comunale (garante di chi? delle persone private della libertà o di chi gode libertà e benessere?) dovrebbe fare una riflessione su questi temi prima di dichiarare che la soluzione è la costruzione di nuovi Istituti di pena.

È nella indifferenza verso i bisogni e i diritti di tutti, in questo silenzio complice, interrotto solo da annunci ciclici e sterili, che si consuma la crisi della nostra civiltà. Finché il grado di civiltà di una comunità sarà misurato sulla capacità di nascondere chi soffre, anziché sulla volontà di diminuire la sofferenza, la città e il carcere continueranno ad essere due facce della stessa, identica sconfitta.

Vincenzo Russo
– Opera Madonnina del Grappa
– Associazione Casa Caciolle

 

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