Camera con vista: i residenti di San Gallo aprono le loro case soffocate dalla cittadella del lusso

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Abbiamo incontrato Lisa, Nicoletta e Barbara, residenti del centro storico di Firenze nella zona di San Gallo, ci hanno raccontato la trasformazione di un quartiere un tempo vivo, la scoperta tardiva del progetto nell’ex ospedale militare e la nascita di un’opposizione civica che nessuno si aspettava.
Chi abita tra via Santa Reparata e piazza della Libertà da tempo, ricorda ancora com’era il quartiere di San Gallo: negozi di vicinato, servizi per i residenti, anziane sedute di fronte ai portoni. «Era paragonabile a quella che può essere la zona delle Cure oggi», racconta Nicoletta che vive nell’area dal 1985. «Ora quei negozi stanno scomparendo piano piano, sostituiti da attività destinate prevalentemente al turismo. Per i residenti non c’è praticamente più nulla». In questo contesto si inserisce il grande cantiere nell’area dell’ex ospedale militare, chiuso circa dieci anni fa e da allora abbandonato. «Si intravedevano le coperture dei tetti che crollavano», ricorda Lisa. «Era chiaramente un peccato lasciarla andare così in malora». Fin qui, dunque, nessuna obiezione al recupero dell’immobile, il problema, per lei e per molti altri abitanti, è la destinazione scelta.

Nell’agosto dello scorso anno il piano terra della prima torre era già costruito ed entro fine ottobre le strutture erano tutte in piedi. Una velocità che ha colto di sorpresa i residenti, che si sono trovati di fronte all’innalzamento delle torri senza aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dall’amministrazione comunale. «Nel quartiere non ci è stato detto assolutamente nulla», afferma Lisa. «Quello che sapevo lo leggevo sui giornali oppure su internet». I rendering disponibili mostravano un progetto che, a prima vista, poteva sembrare abbastanza arioso con pergolati, muretti bassi, ma che non rendeva conto dell’impatto reale delle volumetrie. «Cercavo di capire fino a che altezza potessero arrivare, ma non riuscivo a leggere le lingue tecniche dei documenti». «A me invece i rendering avevano spaventato fin dall’inizio» aggiunge Nicoletta. Persino gli amministratori dei condomini della zona ignoravano tutto, la stessa dinamica si è ripetuta in molti edifici del quartiere, abitati prevalentemente da persone anziane e da affittuari di passaggio.

L’impatto sulla vivibilità è concreto e quotidiano; Lisa descrive il suo appartamento che fino a poco tempo fa godeva di luce solare per tutta la mattina: «Dalle 11 la luce non c’è più. E per adesso la struttura è solo uno scheletro, una volta che la chiuderanno non passerà nemmeno quella poca luce che filtra adesso». La casa, acquistata con sacrificio, aveva come qualità principale proprio l’esposizione alla luce e la vista sul cortile retrostante, ora entrambe sono compromesse. Al danno della luminosità si aggiunge quello della privacy: le finestre dei nuovi edifici si trovano a distanza ravvicinata rispetto agli appartamenti esistenti. Di fronte a tutto questo, molti residenti hanno cominciato a cercare altri cittadini con cui fare rete. «Cercavo disperatamente qualcuno», racconta Nicoletta. La svolta è arrivata quando ha sentito parlare di Salviamo Firenze e delle iniziative organizzate tra piazza della Libertà e via Cavour, a partire da novembre. «Sono andata alla prima iniziativa, poi alla raccolta firme, e da lì è partito tutto».

Il gruppo di residenti ha deciso di presentare un esposto, che però ha trovato un muro da parte dell’amministrazione. La prima risposta dell’assessora Biti «È tutto in regola, non c’è dialogo con chi fa esposti» è stata percepita come profondamente irrispettosa. «Mi sono sentita schiaffeggiata. Se stai realizzando un progetto di enorme impatto economico, non puoi considerare il malcontento dei residenti come un semplice incidente di percorso destinato a rientrare».
«Il progettista, l’architetto Rossi Prodi, parlando delle altezze in un’intervista pubblicata da La Nazione sostiene che le due torri non supereranno in altezza gli edifici circostanti, con l’eccezione di quattro palazzine affacciate su via San Gallo. Noi che viviamo in quelle palazzine ci siamo sentiti, in qualche modo, sacrificabili al progetto e questo ci ha profondamente turbate. Stiamo parlando di persone comuni, che lavorano, che hanno acceso un mutuo e fatto sacrifici per vivere in questo quartiere. Non siamo sacrificabili». Eppure tutto questo, ironizza Nicoletta «Ha paradossalmente risvegliato la voglia di reagire. Mi ha fatto tornare al desiderio di ribellione dell’adolescenza»

Da tutto questo nasce l’idea di aprire le case ai cittadini, alla giunta, ai consiglieri comunali e anche a Rossi Prodi, nel corso del consiglio comunale del 23 febbraio hanno consegnato gli inviti ai rappresentanti delle istituzioni che sono sembrati, in questa occasione, disponibili al dialogo. L’iniziativa del 28 febbraio, una visita dai tetti per mostrare alla cittadinanza l’impatto reale delle torri scaturisce proprio dall’esigenza di colmare il gap percettivo: «Dal basso, tra le impalcature, non ci si rende bene conto. Dal tetto capisci meglio i volumi, le geometrie, la profondità, la vicinanza. Venite a vedere con i vostri occhi!»

«Sapevamo che la destinazione a funzionalità mista dell’area demaniale aveva una destinazione prevista a funzionalità mista, ma il risultato con spa, area wellness, secret garden e alloggi di lusso non risponde alle esigenze di chi abita il quartiere. Su 16.000 metri quadrati qualcosina di più poteva essere fatto per la cittadinanza», commentano. «Lasciare una stanza di 100 metri quadrati in sembra una presa in giro». Al posto di strutture per turisti, i residenti avrebbero voluto vedere destinazioni a uso pubblico: una piscina, una palestra, spazi per anziani e bambini. «La maggior parte dei residenti è anziana, i residenti che resistono sono perlopiù proprietari di vecchia data, perché i giovani non riescono più ad acquistare casa in centro. Edilizia popolare e per fasce medie, insieme a strutture sportive e servizi di quartiere, viene indicato come ciò che avrebbe dato senso a un recupero di quella portata».

Il filo rosso che attraversa tutto il racconto è la critica a un modello di sviluppo urbano che punta esclusivamente sul turismo e sul lusso. «Pensavo che la lezione del Covid fosse servita. Vedere la città deserta senza turisti avrebbe dovuto accendere una lampadina: qui solo il turismo non si può vivere. Invece i nostri politici hanno cancellato l’esperienza del Covid e sono ripartiti dal pre-Covid con un turismo ancora più potenziato». La rabbia si fa più acuta quando si parla di ciò che Firenze è stata: una città dell’artigianato, dei commerci di prossimità, dei residenti. «Quello che era Firenze prima è completamente stato abbandonato da ogni settore di attività» aggiunge Barbara.

Nicoletta chiude con una riflessione più ampia, che trascende la vicenda specifica del cantiere. «Lo faccio anche per i miei figli che vanno incontro a un mondo già abbastanza pauroso. Bisogna fargli vedere che non si può sempre voltarsi dall’altra parte e chiudere la porta di casa». E ancora: «Il senso della collettività non c’è più. Siamo diventati un insieme di individui, ed è drammatico».

Un risveglio civico, insomma, che nasce dall’esasperazione, dalla luce sottratta, dai muri troppo vicini, dalle parole di un assessore sentite come uno schiaffo e che trova nella rete tra vicini, nella raccolta firme, nelle visite sui tetti la sua forma di resistenza. Inaspettata, almeno per chi la sta vivendo: «Io sono sempre stata quella zitta e buona, ho sempre fatto quello che dovevo fare: studio, lavoro, mutuo. Non avrei mai immaginato di trovarmi qui» chiosa Lisa.

E mi lasciano ripetendo l’invito: «Il 28 febbraio venite a vedere con i vostri occhi!»

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