“Gaza è l’inferno”, lo spiega un attivista israeliano membro di Ta’ayush al Cinema Terminale

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Il cinema Terminale di Prato insieme a Pianeta Verde e Arci hanno organizzato l’incontro con Guy, un attivista israeliano, membro di Ta’ayush, un movimento nato nel 2000 da attivisti israeliani e palestinesi che operano insieme, in modo non violento, a fianco delle comunità palestinesi. In dialogo con l’attivista Paola Battaglieri e Laura Di Pofi.

“In ebraico tra la parola inferno e Gaza c’è un’assonanza linguistica. “Vai all’inferno” è usata anche come una sorta di maledizione e questa è la percezione sia della terra sia di chi la abita”, spiega Guy che ha mostrato i video delle aggressioni dei coloni – diventate più frequenti dopo il 7 ottobre – nei confronti di contadini e pastori palestinesi, aggrediti ed umiliati anche dai figli dei coloni che spesso sono ancora dei bambini. Gli attivisti vengono chiamati dai palestinesi: dormono di notte con loro per presidiare le loro case e i loro campi, dando sostegno e facendo resistenza. L’azione dei membri di Ta’ayush è concreta: presenza fisica nei territori occupati, accompagnamento delle popolazioni colpite, documentazione sistematica di abusi, violenze, espulsioni forzate.

“La narrazione è che la terra deve essere data agli israeliani perché è stato deciso da Dio”, racconta l’attivista, mentre scorrono le foto e i video-testimonianza. “L’approccio è che i palestinesi non esistono. Possono essere benvenuti se accettano la nostra superiorità intellettuale, nel settore agricolo, tecnologico e così via. Al massimo possono essere lavoratori nei settori più umili. In ogni caso ci devono riconoscere qualcosa”, continua.

Guy non ha offerto un racconto edulcorato, né rassicurante. Al contrario, la sua testimonianza ha colpito per radicalità e chiarezza”, spiega Angela Gurgoglione, tra le organizzatrici dell’evento. Infatti, Guy racconta con puntuale lucidità che non si tratta di derive individuali o di responsabilità limitate all’attuale governo, ma di un meccanismo strutturale, che attraversa il sistema educativo, le istituzioni, l’apparato statale nel suo complesso. Un razzismo interiorizzato e normalizzato, che definisce come “una malattia molto forte, molto pesante”, destinata a peggiorare e non a guarire.

Dopo il 7 ottobre è finita la frase del ‘dividi et impera‘: dividere un popolo non basta più a controllarlo. Tuttavia, per Israele è stata una grande opportunità politica che ha legittimano gli insediamenti nel sud di Hebron e l’incremento la presenza militare o paramilitare nei territori. L’espansione verso altri territori dell’Asia Sud Occidentale diventa uno sticker che i soldati mettono dietro la divisa con la scritta “Greater Israele”. Il rimando alla propaganda americana è evidente. “Make America great again” è lo slogan di Trump che si è giocato la carta del suprematismo bianco e del neoimperialismo, fino ad intestarsi il trattato di Pace in Palestina da cui i palestinesi restano esclusi. 

L’attivista di Ta’ayush condivide anche alcuni risultati dei sondaggi: “L’81% della popolazione israeliana ritiene giusto che i gazawi della striscia di Gaza vengano deportati nei paesi vicini. Secondo i risultati di un altro studio pubblicato a luglio 2025 da Harez, la maggioranza pensa che l’evacuazione del 2025 sia stata sbagliata e che anche in West Bank dovrebbero essere allargati gli insediamenti israeliani. Un altro sondaggio di giugno 2025 mostra che più del 64% della popolazione israeliana ritiene che a Gaza non esistano persone innocenti e che bisogna combattere a Gaza fino alla ‘vittoria totale’ come loro la chiamano ovvero lo sterminio”.

La testimonianza di Guy, ebreo israeliano, proveniente da una famiglia che ha avuto vittime nell’Olocausto, rompe uno dei principali alibi del dibattito pubblico occidentale: l’idea che la critica radicale a Israele sia sempre esterna, ideologica o pregiudiziale. Qui, invece, la denuncia nasce dall’interno, da chi ha scelto consapevolmente di collocarsi in opposizione frontale al proprio Stato. Sebbene questa scelta abbia un prezzo altissimo, Guy rivendica il suo attivismo: “penso che resistere significa compiere ogni sforzo necessario per fermare ciò che sta accadendo. Questa è la mia resistenza quotidiana. Sono in atto una occupazione violenta e un genocidio. Da esseri umani abbiamo il dovere di sostenere la loro causa sempre e ovunque”. 

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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